In queste settimane è apparsa la notizia che Thomas Bangalter e Guy-Manuel De Homen Cristo hanno terminato un lungometraggio dal titolo Daft Punk’s Electroma che illustra l’odissea di due robot che intendono ritrovare la propria umanità.

In pratica hanno messo in immagini il concept che sta dietro il loro ultimo album in studio Human After All e a buona parte della loro estetica “furbescamente ereditata” dai Kraftwerk. Ma non è tanto dell’estetica daftpunkiana che vogliamo parlare ma piuttosto del fatto che due produttori/dj decidano di diventare registi portando in qualche modo la musica elettronica dance al centro dell’azione. Quante volte la club culture e la dj culture sono diventate cinema? Quante volte il cinema ha attinto dalla club culture per costruire le proprie storie? Quante volte la dj culture è stata trasposta visivamente in modo corretto?

Queste alcune delle domande a cui abbiamo cercato di rispondere visionando un po’ di film che in un modo o nell’altro hanno raccontato o sono stati influenzati dal mondo dei dj, dei club, dei musicisti elettronici con tutto ciò che vi ruota attorno.

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Ovviamente non basta che sia presente una scena in una discoteca perché un film possa essere legato in qualche modo alla club culture altrimenti avremmo dovuto includere l’intera produzione dei Vanzina e almeno una manciata dei film di Nino D’Angelo! Così come in larga parte non si possono considerare strettamente legati alla club culture buona parte dei film di fine anni ’70 e primi ’80 che capitalizzarono il successo della disco music. Anche “Saturday Night Fever”, considerato il capostipite di questi film, in qualche modo poneva l’accento sul ballo, non tanto sulla musica o sulla figura del dj. A sancire la poca credibilità underground del film c’era il fatto che la colonna sonora fosse affidata ai Bee Gees e non ai più credibili artisti neri della musica disco del periodo. Ecco perché alla fine i film arrivati quasi un ventennio dopo sono quelli che meglio raccontano le atmosfere di quegli anni, film come 54 (1998, Mark Cristopher) e The last days of disco (1998, Whit Stillman).

Con la caduta della disco anche la figura del dj perde il suo fascino mainstream e quindi negli anni ’80 il dj è visto soprattutto come una sorta di animatore turistico alla Cecchetto o alla Seimandi e nel cinema narrativo americano il dj è solo colui che “scratcha”, il turntablist, il motore musicale del rap e dell’hip hop che conquista i giovani di ogni etnia ed estrazione sociale del periodo.

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Ecco quindi che, quando l’house music e la techno sono ancora fenomeni strettamente sotterranei relegati alla sola area di Chicago e Detroit e la scena disco newyorkese è roba pericolosa per veri animali notturni al limite dell’umano come rappresentato da Party Monster (2003, Fenton Bailey, Randy Barbato) diversi anni dopo, é la breakdance a catalizzare l’attenzione dell’industria cinematografica a metà anni ’80. Film come Beat Street (1984, Stan Lathan) e Breakin’ (1984, Joel Silberg) sono b-movies di discreto successo commerciale legati al cinema dell’exploitation.

I giganteschi ghetto blaster che diffondono electro sono quasi più importanti dei dj stessi che quegli electro breaks li producono. Gli anni ’80 stanno per tramontare, le commedie giovanilistiche iniziano a dare i primi segni di cedimento e l’universo giovanile rappresentato dalle sceneggiature di John Hughes inizia a scricchiolare. E’ la musica rap che sconfigge la new wave; è la nuova borghesia nera che sostituisce le commedie di giovani bianchi: questa è l’essenza di House Party (1990, Reginald Hudlin). La festa in casa, due giradischi e un microfono al posto dei noiosi e leziosi balli di fine anno.

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Ecco quindi che nei primi anni ’90 la club culture non è praticamente rappresentata. I giovani fanno delle feste in casa secondo il cinema mainstream. Che ne è dei rave? Dov’è la summer of love dell’88? Non sembra essercene traccia. Qualche piccolo film indipendente riesce ad inserire qualche scorcio di ciò che si muove nell’underground musicale, ma è solo uno scenario, qualcosa di non ben comprensibile, quasi angosciante: roba da reitetti. Night Owl (1993, Jeffrey Arsenault) ad esempio descrive la scena degli arty club newyorkesi come qualcosa di pericoloso dove si possono incontrare addirittura dei vampiri mentre é Screamin’ Rachel ad urlare su qualche ritmo house dell’epoca.

Gli anni ’90, musicalmente parlando, tornano appannaggio del rock grazie al cosiddetto “Seattle sound” e tutto ciò che vi gira attorno a livello di hype. La house, pur nascendo negli USA, ottiene successo soprattutto in Europa ma, allo stesso tempo, in Inghilterra viene vissuta come un problema di ordine pubblico: ecco quindi che viene cinematograficamente ignorata. Siccome sono gli Stati Uniti a fare i giochi dell’universo cinematografico è ovvio che il connubio musica-giovani sia rappresentato nei primi anni ’90 da una commedia “MTV Style” come Singles (1002, Cameron Crowe).

Ma la club culture non si ferma e se è vero che è l’aspetto legato alle droghe che viene esplorato maggiormente dal cinema inglese è anche vero che a metà anni ’90 emergono i primi validi documentari che testimoniano la vera rivoluzione musicale appena avvenuta: dal francese Universal Techno (1996, Dominique Deluze) fino al fondamentale Modulations (1998, Iara Lee). A livello di cinema narrativo, invece, da una parte ci sono gli eccessi e i drammi di Trainspotting (1996, Danny Boyle) con una martellante “Born Slippy” degli Underworld che diventa generazionale, dall’altra il gioioso rito liberatorio del connubio MDMA e club culture tratteggiato senza remore in Human Traffic (1999, Justin Kerrigan), in cui serpeggia un certo buonismo di fondo in cui un ipotetico motto da comitato dei genitori sembra essere “sono strafatti, ma alla fine sono pur sempre i nostri figli e quindi dei bravi ragazzi”. Ma se in Inghilterra la club culture è ormai discussione da salotti bene, in Francia un piccolo film d’arte, intimista e sperimentale, descrive alla perfezione come può nascere un amore a un rave, dove la musica è protagonista più dei dialoghi; si tratta di Clubbed to death (1996, Yolande Zouberman).

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Alla fine degli anni ’90 finalmente anche gli Stati Uniti sembrano accorgersi della presenza di numerosi rave sul proprio territorio e benché la maggior parte dei giovani siano bombardati da rock e hip hop c’è anche una rumorosa minoranza di assidui frequentatori di rave. Sono due film indipendenti a ruotare intorno all’universo rave americano si tratta di Go – una notte da dimenticare (1999,Doug Liman) e Groove (2000, Greg Harrison). Entrambi usano la rave culture come humus per sviluppargli intorno delle storie trasversali ma lo scenario di partenza è molto importante per lo sviluppo dell’impianto narrativo. GROOVE in particolare, pur essendo complessivamente meno riuscito di GO, dimostra un vero amore per ciò che è la dj culture.

Ma è in questa prima tranche di anni 2000 che sono emersi alcuni film davvero interessanti che colmano alcune lacune in tema di crossover cinema-dj/club culture. 24 Hours Party People (2002, Michael Winterbottom) parte dagli anni ’80 dei New Order per descrivere l’edonistica e selvaggia scena di Manchester di fine ’80, la cosiddetta Madchester dove house music e pop rock convivevano senza troppi problemi tra un eccesso e l’altro. It’s all gone Pete Tong (2004, Michael Dowse) si spinge oltre e costruendo un “mockumentary” intorno alla figura del dj Frankie Wilde porta sullo schermo la tecnica del mixaggio in battuta all’interno di un lineare contesto narrativo. Lo schermo si suddivide in due parti, l’audio a destra ci fa sentire il disco che suona in pista, l’audio a sinistra quello in cuffia e una dissolvenza fra pubblico e “crossfader” ci svela la magia del momento, il mixaggio perfetto. La magia del mixaggio è una questione di pochi istanti, di sfumature, di “frame”. E possono bastare pochi “frame” un solo piano sequenza, una situazione appena abbozzata per cogliere il momento: l’essenza emotiva della club culture. CI sono riusciti grandi registi in film che solo incidentalmente finiscono per avere almeno una scena di musica in un club: capolavori come HIgh Fidelity – Alta fedeltà (2000, Stephen Frears), 25th Hours (2002, Spike Lee) e After Hours (1985, Martin Scorsese).

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Sul fronte dei documentari si segnala il fondamentale Maestro (2003, Josell Ramos), quattro anni di interviste ai protagonisti dei club che hanno fatto un epoca, dal Loft al Paradise Garage fino al Warehouse: sono i maestri a dar voce alle emozioni.

Ed emerge anche un misconosciuto documentario, quasi introvabile a meno che non facciate una gita a Chicago, dal titolo The unusual suspects: once upon a time in house music (2005, Chip Eberhart) in cui il regista è quel CHIP E., autore di uno dei primo brani house in assoluto: come dire, la storia raccontata e vista dagli occhi dei protagonisti. Il dj con la macchina da presa parafrasando il titolo del celebre capolavoro dell’epoca del muto di Dziga Vertov. La macchina da presa che spiega la magia degli uomini che giocavano con le macchine del suono. Umani dopo tutto.

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