Quello che accade sul monitor del nostro computer può raccontare molto di noi, del nostro gusto così come della nostra esistenza quotidiana. Già nel lontano 1997, un progetto come Desktop IS, di Alexei Shulgin, dimostrava che una semplice screenshot del desktop poteva essere un efficacissimo autoritratto.

Da allora, la riflessione sulle potenzialità narrative dello “screen grab” è proseguita, arrivando a produrre delle vere e proprie narrazioni sempre più raffinate dal punto di vista drammaturgico. Un esempio che sta diventando un piccolo culto della rete è offerto da The Scene, un serial distribuito sulle reti peer to peer che costruisce una narrazione irresistibile servendosi semplicemente di quanto accade sullo schermo del suo protagonista, Drosan: sessioni di chat, webcam, email, programmi che si aprono e si chiudono, e che raccontano le avventure di un gruppo di pirati coinvolti in trame sempre più complesse.

I videogame, dai tentativi di suicidio collezionati dall’artista inglese Brody Condon nel dvd Suicide Solution (2004) al recente fenomeno dei machinima, sono certamente uno dei luoghi privilegiati di questa evoluzione dell’azione sullo schermo in azione narrativa, ma anche della sua banalizzazione, legata al fatto che l’azione effettiva (tramite tastiera e mouse) ha una traduzione immediata nelle convenzioni spaziali, figurative e narrative del gioco medesimo.

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Con Max Payne Cheats Only (2005), recentemente proposto in una installazione video a due canali all’Electronic Arts Intermix di Chelsea (New York), il duo olandese Jodi (Joan Heemskerk e Dirk Paesmans) offre una personale via d’uscita da questo rischio di banalizzazione. Come nota Michael Connor [1], lo “screen grab” sembra connotare tutto il lavoro recente di Jodi.

Da My%Desktop (2004), in cui il luogo d’azione è la classica scrivania del Macintosh, a Jet Set Willy Variations (2002) e All Wrongs Reversed © 1982 (2004), che resuscitano un vecchio Sinclair ZX Spectrum per inscenare, rispettivamente, alcune sessioni di gioco e dieci piccole performance di programmazione in linguaggio Basic, Jodi sembra intento a mettere in scena quello che accade quando la macchina incontra l’uomo, e con lui la sua propensione all’errore, al gioco, il suo amore sviscerato per il passato (unica realtà che gli appartiene fino in fondo), la sua innata tendenza a fare a pezzi i giocattoli per svelare l’arcano della loro natura. È un gioco da nerd che a volte può sembrare un po’ ostico a noi profani, ma che prima o poi arriva a toccare corde che noi tutti condividiamo.

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Con Max Payne Cheats Only, Jodi abbandona risolutamente l’archeologia dei media e l’estetica retrò che è diventata quasi il suo tratto distintivo, per tuffarsi a capofitto nelle atmosfere noir di un classico relativamente recente, Max Payne. Il videogame hard boiled lanciato dalla Remedy Entertainment nel 2001, e ora giunto al terzo capitolo, sviluppa la vicenda di un poliziotto che si mette contro la legge per vendicare la sua famiglia, sterminata dai trafficanti di droga, ed è entrato nella storia come prima applicazione videoludica del bullet time, la tecnica (resa celebre da Matrix) che consente di rallentare lo scorrere del tempo e di ruotare attorno alla scena per studiarla da tutte le angolature.

Ma Jodi non sembra molto interessato alla storia, e il bullet time è solo una delle tante convenzioni sovvertite nelle sue “cheats”: una sovversione che colpisce, per prima, proprio la pratica del “cheat code”, una pratica che mira, di solito, a rendere il gioco più giocabile aggirandone (“cheat”, in inglese, significa “truffa”) alcuni difetti o limitazioni. Da autentico gambler, Jodi truffa il gioco rendendo immediatamente visibile il castello di menzogne su cui si basano le convenzioni che ci fanno percepire il gioco come una realtà alternativa credibile in cui vivere delle avventure, e rende la sospensione dell’incredulità un passaggio impossibile.

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Ecco allora Max Payne scoprirsi della stessa materia di cui è fatto lo spazio circostante e in grado di penetrarlo a suo piacimento, una scoperta che lo fa sprofondare in un comportamento autistico che poco si adatta al raggiungimento degli obiettivi di gioco; eccolo impegnato a districarsi da un palo con cui sembra essere diventato tutt’uno, a farsi investire da una macchina o schiacciare da una pressa in un vano tentativo di suicidio; eccolo trasformato in un groviglio di geometrie senza senso; ecco i poligoni del suo corpo sfaldarsi fino a mostrarcelo come un bozzolo vuoto, o ridotto a pochi particolari, come una bocca o un occhio sospesi nel vuoto; eccolo impegnato in azioni ripetitive e senza senso, come correre sempre nella stessa direzione, distruggere una chitarra, prendere a mazzate una porta, saltare sotto una scala.

A volte Max viene sostituito dall’avatar nudo della sua bella e sensuale controparte femminile, Mona: la cui bellezza rende ancora più patetico il suo andare a pezzi, che per certi versi ricorda la morte dell’androide di Blade Runner. Jodi ha scritto i codici, li ha caricati nel gioco e ha visualizzato i risultati, registrando il tutto per un totale di 140 ore di girato. Quindi ha ricavato da questa montagna di materiale una serie di brevi video. Ognuno di questi ha una sua unità drammaturgica, ma tanto la proiezione a due canali quanto il modo in cui sono messi a disposizione sul sito (tre per pagina, eseguiti simultaneamente) sottolinea come a essere posto in evidenza non è il loro contenuto, ma il processo e il senso dell’intera operazione: la distruzione del fragile equilibrio su cui si reggono i mondi virtuali, che diventa metafora dell’analoga fragilità del nostro mondo reale.

[1] Michael Connor, JODI’s Computing 101B, gennaio 2005,
http://www.thousandsofcolors.com/archives/jodis_computing_101b.html

Max Payne Cheats Only – http://maxpaynecheatsonly.jodi.org/

The Scene – http://welcometothescene.com/

Brody Condon, Suicide Solution – http://www.tmpspace.com/suicides.html

Machinima – Jodi, Jet Set Willy Variations – http://jetsetwilly.jodi.org/

Jodi, My%Desktop – http://www.mediamatic.net/article-6182-en.html

Jodi, All Wrongs Reversed © 1982 – http://www.mediamatic.net/artefact-5658-en.html

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