Prendere atto dell’uscita di un nuovo lavoro di Giuseppe Ielasi è quantomeno necessario per il panorama musicale italiano. Vorrei qui evitare torrenziali note biografiche ed elenchi discografici e soffermarmi nello specifico sulla pubblicazione del nuovo disco, senza titolo, del musicista, producer, distributore (ex – purtroppo, dopo la recente chiusura di fringes recordings), nonchè organizzatore di piccoli eventi che portano grandi musicisti internazionali nel nostro paese.

Untitled esce per la svedese Häpna, ormai etichetta culto, particolarmente attirata alle produzioni italiane, ha pubblicato 3/4 Had Been Eliminated, Sinistri, e non è nuova a Ielasi stesso, con la quale pubblicò l’anno scorso Gesine, al quale si farà spesso riferimento nella conversazione che segue, in cui ho cercato di lasciare il più possibile intatte le dichiarazioni dell’autore. Untitled è un lavoro molto denso, complesso e stratificato.

Ad un’ascolto attento è possibile scorgere dettagli inaspettati, che aprono ad un’immaginario più ampio, non pienamente dichiarato. «Il disco – dice Ielasi – è stato composto in maniera molto simile ai precedenti Gesine e Plans . Passo in studio gran parte del mio tempo, registrando con quello che ho a disposizione. In questo caso ho usato varie chitarre elettriche, fender rhodes, percussioni, erhu, vari synth, giradischi. Molto materiale è stato raccolto in viaggio, durante l’estate scorsa (tutti i suoni di piano, e molti ambienti arrivano da una residenza in Lettonia). Ho usato anche alcune sessioni registrate con Renato Rinaldi, in cui i vari strumenti sono stati manipolati con un Revox B77. Le singole parti vengono registrate autonomamente, spesso senza sapere in che brano verranno usate, e servono a creare una collezione di suoni dalla quale parto per definire una struttura base. La stratificazione, spesso molto densa, è una caratteristica costante di tutti i miei lavori. In Gesine era forse meno apparente, grazie ai suoni molto più omogenei (quattro brani per chitarra acustica e percussioni, uno solo per chitarre elettriche, uno per lapsteel), ma quel disco era altrettanto complesso e costruito in studio, come è avvenuto per quest’ultimo.»

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È utile soffermarsi sugli aspetti produttivi e tecnici, chiavi di lettura certe. Poichè l’aspetto poetico è nascosto, stretto fra le maglie di alcune lontane pulsazioni e di resti melodici trascinati. «L’ascolto attento è dovuto, sempre, a tutti i disch – prosegue Ielasi – e sarebbe bello poter scoprire ogni volta dettagli nascosti, spostare il proprio fuoco e rendersi conto di strutture e musicalità non immediate. La monodimensionalità della maggior parte della musica che mi capita di sentire oggi, da un punto di vista produttivo e tecnico, ma anche concettuale e strutturale, è un grosso problema. Il non dichiarato però, quello che il disco è davvero per me, resta tale.»

Il dettaglio è un punto focale: è come se il lavoro fosse strutturato longitudinalmente, come se non seguisse solamente lo sviluppo lineare della successione degli eventi, ma agisse in profondità, seguendo un verso aggiuntivo, restituendo continuamente strati e strane aperture, mai pienamente compiute. Nel quinto e ultimo brano di Untitled, ad esempio, al calare della struttura noise che viene a crearsi nella seconda metà del pezzo, rimane la coda di un suono che potrebbe essere riconducibile a un frammento vocale, un coro forse; non è importante decifrarne la fonte precisa, quanto piuttosto metterlo in relazione con gli “strati” di suono precedenti, in questo caso incredibilmente pieni e narrativi.

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Forzando un’analisi, forse eccessivamente cervellotica, di questo istante, si ottiene un risultato in bilico tra la perfetta consapevolezza della quantità di “strati” in cui si era immersi poc’anzi, e, contemporaneamente, lo scontro con una condizione “non dichiarata”. «Si tratta proprio di un coro – ci dice il musicista milanese – non ricordo da dove proviene, ma ricordo che lavorando all’ultimo brano mi sono reso conto di una eccessiva staticità armonica nella parte finale. Questo suono era ciò che mi serviva per dare movimento alla conclusione del disco, insinuare qualche dubbio (e invitare ad un riascolto). Di solito non mi interesso molto alla provenienza di un suono, o ai significati che questo può assumere in un dato contesto (anche se ci sono suoni che non userei mai, o mai più). Mi interessa la funzione che può avere all’interno di un brano, soprattutto se seminascosto come avviene in questo caso. Cerco di usare la stratificazione dei suoni come fosse l’orchestra che ho a disposizione (in una composizione per orchestra spesso non riesci a seguire le parti dei vari gruppi di strumenti, ma allo stesso tempo sai che tutti stanno contribuendo all’equilibrio ed al colore di ciò che ascolti).»

Le differenti texture, le ricercate strutture ritmiche, talvolta sghembe, sono altri aspetti particolarmente curati e presenti. Si possono avvertire alcune influenze, quella del dub per esempio, ma l’insieme è difficilmente collocabile in un ambito preciso: «Non mi sono mai posto limiti di genere, e mi interessa tutto quello che c’è di buono in ogni ambito. Ma è vero che questa volta ho voluto imporre al disco, in partenza, una ‘pulsazione’ costante, e che la nota di chitarra in tape-echo del secondo brano serve a risvegliare, in molti, memorie di ascolti… eccetera eccetera. Ed è anche vero che spesso cerco di forzare i brani in una direzione meno codificabile. Avrei voluto lo stesso per Gesine , i cui brani sono stati costruiti in maniera molto ‘frustrante’, cercando di eliminare possibili appigli. Purtroppo quel disco è uscito proprio nel bel mezzo del revival finto-weird-folk , l’ultima delle cose a cui avrei voluto essere associato. Il giorno dopo la prima recensione ho regalato la mia unica chitarra acustica a Renato [Rinaldi] .»

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Gesine ha una forma maggiormente composta, derivante soprattutto dalla riconoscibilità degli strumenti utilizzati; rapportato ad Untitled è musicalmente più diretto, è un disco compatto dove la stratificazione di cui sopra si ritrova più appannata e deviata da riferimenti musical-culturali in parte noti. Gli stessi che Ielasi cerca di aggirare, e perchè no, distruggere: «Sono davvero così lampanti le differenze? si domanda Ielasi – Diresti lo stesso di un regista che passa da un crime-movie a un western, pur continuando a dirigere gli attori, usare il suono o montare le sequenze secondo gli stessi princìpi? Ogni disco è per me un lavoro a sè stante, non il sequel di un disco precedente, ma credo che i tre dischi in solo usciti fino ad ora abbiano moltissimi punti in comune. Posso capire che la critica, le riviste e i distributori tentino poi di collocarli in ambiti separati, ma non ti stupire se io cerco di confondere le acque. D’altronde la superficialità dell’approccio critico, nella maggior parte dei casi, è abbastanza deprimente. Quasi tutte le recensioni di Gesine facevano riferimento a Loren Connors o Fahey. Riesci a spiegarmene il motivo (a parte l’uso della chitarra, che mi sembra ben poca cosa)?»

No, non è spiegabile, se non per i suddetti motivi legati alla superficialità della critica musicale, sui quali non val la pena soffermarsi. È comunque doveroso aggiungere, a proposito del parallaleo cinematografico a cui Ielasi fa riferimento, che dietro a un scelta di genere, c’è di conseguenza una spinta e in qualche modo un’adesione alle caratteristiche e alle norme che tale genere ha. Ovvio che che queste regole possono espandersi, distruggersi, capovolgersi ecc… ed è in questi interstizi che va ricercata l’innovazione.

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In chiusura, un accenno all’aspetto visivo, nel comunicato stampa di Untitled si utilizza la definizione “dark cinema”, assolutamente appropriata, magari non in accezione strettamente dark, ma è certamente innegabile quanto i brani siano intrisi di atmosfere cinematiche: «Il rapporto suono-immagine è sempre stato molto importante per me – conclude Giuseppe Ielasi – e il cinema ha una grande influenza su di me. Non lavoro però spesso con registi e video-artisti, almeno non in progetti comuni (anche se mi capita frequentemente di lavorare a colonne sonore di film o video già realizzati). Al momento l’unico progetto che trovo molto stimolante è una collaborazione con Eugenio Premuda, regista e studioso di cinema, su una serie di film in super8 (il primo, girato sullo stretto di Messina, è già ultimato, e stiamo montando il secondo film, girato a Trapani). Mi piacerebbe utilizzare immagini (in movimento e non) anche dal vivo, ma fino ad ora non ho trovato nessun approccio che mi convinca, per cui continuo a suonare in solo, possibilmente al buio. Per le immagini di copertina, collaboro quasi sempre con Amedeo Martegani. Ascoltiamo il disco insieme e scegliamo, in maniera molto veloce ed intuitiva. Le immagini di Gesine sono invece di Eugenio, due polaroid scattate durante l’estate in cui abbiamo fatto le riprese in Sicilia.»

Al di là quindi di facili referenze di genere e contesto, Untitled, il nuovo lavoto di Giuseppe Ielasi, è un capolavoro.


www.risonanza-magnetica.com/articolo.php?id_sup=01&id_eti=180&id_prod=1007

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www.fringesrecordings.com

www.hapna.com

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