Dare una definizione di arte generativa non è facile, se non si vuole essere riduttivi; e alcuni aspetti di questa forma espressiva, possono creare fraintendimenti e dubbi nella comprensione del fenomeno.

Una spiegazione che ne chiarisce alcuni tratti essenziali, è quella data da Philip Galanter: “Il termine arte generativa si riferisce a qualsiasi pratica artistica nella quale l’artista crea un processo, come insieme di regole di un linguaggio naturale, un programma informatico, una macchina, o un meccanismo di altro tipo, che viene poi avviato con un certo grado di autonomia contribuendo a creare o avendo come effetto un’opera finita”.

Partendo da questa premessa si può affermare che non è del tutto appropriato descrivere l’arte generativa come una corrente stilistica o un movimento artistico, ma si dovrebbe pensare a questo tipo di ricerca formale ed estetica in termini di strategia nel dare vita a un’opera. L’arte generativa è un atteggiamento, rintracciabile all’interno di tendenze diverse.

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L’artista che opera in questo ambito organizza insiemi di regole che danno avvio a processi dalle conclusioni non sempre prevedibili, che permettono di generare, o creano autonomamente, forme astratte partendo da algoritmi. La cura formale non si concentra dunque sull’oggetto artistico, ma soprattutto sulle procedure che conducono a determinati risultati.

Gli esiti concreti, di queste serie di operazioni, possono essere anche molto diversi fra loro: immagini grafiche fisse o in movimento, composizioni musicali, software performativi. Gli stili che caratterizzano i singoli lavori possono variare ampiamente, ma i metodi di costruzione sono affini. Il codice di programmazione, organizzato secondo regole formali, è il materiale di cui si compone la creazione; e il computer, grazie alle sue enormi possibilità di calcolo, è inteso come strumento in grado di espandere le possibilità espressive, moltiplicando quasi infinitamente i risultati ottenuti.

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Spesso accade che i processi produttivi seguano logiche randomiche, cioè casuali; che rendono irripetibili le singole composizioni. L’arte generativa è una metodologia di lavoro che struttura sistemi complessi e autonomi, all’interno dei quali il controllo sul prodotto finale non è essenziale. Si potrebbe parlare di una poetica che veda il caso come co-produttore di forme artistiche. Anche se questo concetto può creare qualche dubbio, e porta spontaneamente a interrogarsi riguardo all’effettiva paternità dell’opera: se sia da attribuirsi all’artista in quanto costruttore di un meccanismo, che però non è totalmente in suo potere, o se sia possibile pensare al software come a un autonomo produttore di creatività.

Il concetto di caso, e le tematiche ad esso correlate, rientrano comunque a pieno diritto nel dibattito artistico fin dal secolo scorso, e alcune riflessioni, proposte dalle avanguardie storiche, possono essere un buon punto di partenza per delineare alcuni tratti della ricerca sperimentale contemporanea. In un passo di uno dei fondatori del dadaismo, Hans Arp, si dice: “La legge del caso, che racchiude in sé tutte le leggi e resta a noi incomprensibile come la causa prima onde origina la vita, può essere conosciuta soltanto in un completo abbandono all’inconscio. Io affermo che chi segue questa legge creerà la vita vera e propria”.

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Perseguendo lo scopo di rendere più visibile questa pratica in via di definizione, che è l’arte generativa, giovedì 1 giugno inaugura a Torino C.STEM, la prima mostra italiana che descriva questo panorama; un progetto che nasce dall’Associazione Culturale 32 Dicembre.

Saranno esposte opere del norvegese Marius Watz, e degli italiani Alessandro Capozzo, Limiteazero, Fabio Franchino. Le poetiche che caratterizzano le ricerche dei singoli artisti invitati, sono dissimili, e rappresentano le varie sensibilità artistiche; le differenze estetiche che ne emergono rappresentano uno spaccato interessante, relativo alle possibilità espressive offerte dai sistemi procedurali. Ci si potrà soffermare davanti alle colorate sperimentazioni grafiche di Watz, o alle più eteree composizioni di Capozzo, davanti alle geometriche suggestioni proposte da Limiteazero, o alle ambigue e misteriose visualizzazioni di Franchino.

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Il fatto che le opere siano esposte sotto forma di stampe, e non siano invece presentate tramite lo schermo di un computer, come di consueto, rende sicuramente la mostra ancora più particolare. Viene da chiedersi se questo tipo di allestimento, così concepito, voglia cercare un confronto fra i prodotti dell’arte generativa e i modelli estetici di discipline artistiche più tradizionali; o se l’esposizione sottintenda una piccola provocazione al sistema dell’arte, così restio a sganciarsi dai suoi canoni e a interessarsi a forme d’arte sperimentale.

C.STEM si pone come momento di diffusione culturale di queste metodologie, e inoltre come motore di riflessione riguardo la ricerca artistica; venerdì 2 giugno si terrà una tavola rotonda con gli artisti invitati, moderata da Domenico Quaranta.


www.cstem.it

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