In un editoriale sugli adolescenti, pubblicato sul New York Times nel Novembre 2005, il collega analista Keith Ablow denuncia lo stato di degrado mentale generalizzato, riscontrabile tra gli odierni teen-agers . Parla esattamente di “un profondo distacco dal Sé”, di una società che ha costruito e sta costruendo personalità che si disgiungono dalla realtà e di ragazzi e ragazze che “sono partecipanti e contemporaneamente osservatori della loro vita, che hanno poche emozioni spontanee, quasi fossero attori che interpretano se stessi”.

A sostegno di questa ipotesi – che se realistica è di una gravità spettrale (parliamo delle società occidentali ovviamente) – riporta la descrizione del linguaggio, degli atteggiamenti, delle espressioni e delle posture, della pettinatura, del “make-up” e dell’abbigliamento – in una parola del “personaggio” – di uno dei suoi tanti casi clinici.

A leggere la descrizione del paziente, giunto a lui perchè pizzicato dai genitori con laute riserve di steroidi e di marijuana, effettivamente, tutto mi è apparso terribilmente consueto e familiare. Ciò, da una parte, per via del fatto che certe modalità – “indossava una maglietta scolorita su cui spiccava la scritta Sunset Strip…” – hanno dentro una forte componente degl’anni sessanta/settanta (in poche parole l’intera mia adolescenza) dall’altra, per via del fatto che il direttore artistico di un locale com’è Ecoteca, con una forte propensione all’odierno e a tutte le forme di modernità, certe forme espressive ce le ha sotto gl’occhi dal mattino alla notte. Tuttavia, a ben riflettere, c’è dell’altro.

Da una parte l’aspetto fisico che certamente non appartiene al mio vissuto adolescenziale, “Era alto e muscoloso, con capelli scarmigliati di un biondo sporco”. Dall’altra, il linguaggio, che non è esattamente da beat generation ma, piuttosto, da bit generation:

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Analista : “Allora dimmi che ti sta succedendo?”. Paziente : “Sono davvero in un bel casino.” – ma non sembrava crederci affatto – “Penso di avere bisogno di un po’ di riabilitazione per riprendermi la mia vita!”. Analista : “Cos’è che hai perso?”. Paziente : “Hai due settimane di tempo a disposizione”. Analista : “Ti ascolto.”. Paziente : “Non so se devo intraprendere la riabilitazione oppure se andare davvero in analisi con lei o qualcun altro, o se forse basterebbe prendere la strada del Prozac”. Analista : “Pensi di esser depresso?”. Paziente : “Difficile dirlo”.

Ablow chiude il suo reportage stilando un ipotesi eziologica di quello che per lui è lo stato dell’arte della psicologia delle società occidentali e lo fa con un preciso attacco al psichiatria. A suo dire, la psichiatria è la principale causa all’origine del malessere esistenziale che attanaglia i più giovani, anche per via della sua implicita responsabilità nel costruire un modello sociale per cui l’uso e il consumo dei farmaci psicoattivi, non solo è diventato di semplice accesso ma è anche ben tollerato eticamente e moralmente.

Riassumo. Probabilmente, c’è un problema: il distacco progressivo dei giovani dal senso della realtà. Poi, c’è un idea delle sue origini (da cui, poi, presumo si muova per sradicare il problema stesso, in futuro): la psichiatria, che ha causato (o perlomeno facilitato?) un certo uso in fase terapeutica di sostanze chimiche psicoattive, e che di conseguenza, in ambito sociale, è stato e viene generalizzato ed è individuabile nell’uso indiscriminato – detto com’è che va detto – delle droghe.

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Ora, premesso che, probabilmente, son d’accordo sulla diagnosi; premesso che credo che il fenomeno degli stupefacenti non sia estraneo a tutto ciò; premesso che – da psicologo di vecchia data, abituato a combattere il cancro dello strapotere della medicina tradizionale – son in buona parte d’accordo anche sul fatto che la psichiatria ne abbia combinate (e ne combini?) di tutti i colori non privilegiando mai, ma nemmeno rispettando, l’emotività dell’essere umano e della sua mente (e a proposito di cultura elettronica mi si lasci citar ad esempio l’electroshock!); premesso tutto ciò, vengo al dunque dichiarando che l’analisi eziologica di Ablow non mi convince affatto.

Addirittura, viceversa, penso che Ablow risponda a un eventuale errore teorico e terapeutico costruendone, da buon psichiatra, un altro con verso opposto ma con direzione simmetricamente dannosa. Nella mia ipotesi, l’attenzione eziologia, difatti, si sposta inevitabilmente altrove, dov’è che troviamo gli aspetti cognitivi, emotivi e più propriamente psicologici, quelli per intenderci dettati dai più semplici tra i meccanismi mentali propri della mente umana quali l’imitazione, l’associazione, e l’identificazione.

Di conseguenza, dietro certe dinamiche del pensiero moderno ci ritrovo anche una grande parte delle dinamiche degli “sparatutto” dei palestrati dei vari Doom, delle Lara Croft e Tombraider di turno. Tutti personaggi dopati , sì, ma non propriamente in senso psicoattivo!

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Ci ritrovo, ed in maniera terribilmente palpabile, frasi tipo “Hai due settimane di tempo a disposizione…”, “forse basterebbe prendere la strada del…” e “…per riprendermi la mia vita!” tipica dei videogame. Insomma, osservo tantissime analogie con una certa cultura elettronica e, in particolare, del digitale. Il distacco indotto dalla playstation, il ‘Sunset Strip’ del Rave che è, sì, ecstasy e quant’altro, ma che è anche un certo modello visuale e musicale, a mio avviso, son irrimediabilmente presenti.

E forse, inevitabilmente, ci scopro anche una responsabilità artistica o, perlomeno, di una buona fetta del “nostro” mondo dell’arte, e di tutti quei personaggi (artisti?) e di quelle istituzioni e manifestazioni, che vivono l’elettronica e la cultura digitale con superficialità grottesca (o con un cinismo agghiacciante?) e che fanno di quest’ultima, più che uno strumento per il progresso, un business senza doppi sensi e, conseguentemente, un arma di regresso destinata alle anime ed alle menti più deboli, indifese ed ingenue.

Attenzione! Il mio non è, nemmeno per idea, un attacco ai DJs o ai VJs o a certe componenti ludiche proprie della cultura elettronica e digitale moderna che, viceversa, trovo interessanti e, a volte, estremamente raffinate, tanto quanto strettamente necessarie per completare il panorama disciplinare che avvolge tale realtà che è e dev’esser complesso e completo.

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Al contrario, il mio è un riferimento esplicito all’inconsistenza intellettuale, filosofica, morale, sociale ed umana di alcune organizzazioni , che vorrebbero definirsi artistiche ma che, più spesso, hanno pochissimo a che vedere con la nobiltà della parola arte e che, viceversa, curano unicamente interessi di carattere economico e commerciale. Il mio, più semplicemente, è un invito a riflettere sugl’eventuali valori trasmessi dalle varie manifestazioni, festival e mostre, sul senso della ricerca artistica, che, purtroppo, è sempre più spesso negletto. La mia è un’esortazione al dissociarsi da definizioni dell’arte volgari e qualunquiste.

E’ una richiesta, diretta con particolare energia a tutti i critici e operatori del settore, per un forte sentimento solidale nel tentativo di contrapporsi all’ ‘inquinamento ‘ che sta sopraggiungendo all’interno del panorama artistico elettronico, avvelenamento che tanto più tal discipline divengono famose e richieste da fasce più ampie di pubblico e tanto più cresce! In altre parole, il mio è semplicemente un invito a riflettere su eventuali responsabilità artistiche ma anche civili e sociali che, volendo o nolendo, investono tutti “noi autori” del nuovo mondo.

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