Al giorno d’oggi l’aggettivo “collaborativo”, in riferimento a un’opera d’arte, sa un po’ di vecchio, e tende a suscitare quel sorriso un po’ beota che si riserva ai propri ricordi d’infanzia. Il suo momento di gloria l’ha avuto nella seconda metà degli anni Novanta, quando si guardava con stupore alle nuove possibilità creative messe a disposizione dalla Rete, in particolare a quella designata da un’altra parolina magica, anch’essa un po’ invecchiata: interattività.

L’opera collaborativa sembrava una delle prove della morte dell’autore e una delle declinazioni dell’opera interattiva: entrambe passarono di moda quando si scoprì che l’autore restava sano come un pesce d’altri tempi, e che l’interattività, consistendo per lo più in qualche click, era nella maggior parte dei casi una presa in giro dell’utente, denominato “coautore” ma di fatto relegato al solito ruolo di spettatore passivo.

In realtà, interattività e collaborazione sono due cose molto diverse, e la seconda ha una lunga tradizione che passa per i cadaveri squisiti di Breton e compagni e per le installazioni fotografiche di Franco Vaccari: una tradizione che la net art ha saputo raccogliere e potenziare in maniera reale, grazie alle dimensioni globali della Rete e alla possibilità di intervento in tempo reale.

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Ma allora, la delusione per la “falsa” interattività ebbe ripercussioni anche su quella vera, e l’entusiasmo resistette in alcuni sprovveduti che, arrivati buoni ultimi, credettero di aver scoperto chissà cosa, e in quei pochi artisti che si erano messi a lavorare seriamente sul coinvolgimento dell’utente e sulla natura realmente “pubblica” e comunitaria di un determinato progetto. Fra questi, l’artista americano Andy Deck occupa certamente un ruolo di primo piano.

Quando, nel 1994, Deck lancia il sito artcontext.com, ha già ben chiaro in mente che debba trattarsi di una piattaforma di lavoro collettivo, in cui la sua funzione sia quella di stimolare e mantenere in vita dei processi a cui gli utenti del sito contribuiscano in maniera attiva, mettendo in gioco la loro creatività e le loro idee. A dodici anni di distanza, commentando la sua recente personale alla londinese HTTP Gallery, Deck riesce ancora a stupirsi di fronte a ciò che questi processi sono riusciti a generare: “Sono stato sorpreso nel vedere alcune delle immagini prodotte attraverso i miei lavori. La quantità di cose archiviate nel mio sito è cresciuta notevolmente e così non ho tempo di visionare tutto quanto.”

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E a dodici anni di distanza, Deck può orgogliosamente definire “collaborativo” il suo ultimo progetto, commissionato da Tate Online in collaborazione con la sezione Artport del Whitney Museum. In realtà, Screening Circle è quasi un’apologia del processo collaborativo in Rete. Come rivela il nome, il progetto prende spunto dal “quilting circle”, un gioco diffuso fra le massaie americane dell’Ottocento: una sorta di “coperta collaborativa”, di cui ognuna delle donne coinvolte si assumeva il compito di realizzare un particolare.

La sostituzione di “quilting” con “screening” non è legata solo al passaggio evidente dalla realtà allo schermo di un computer, ma anche dall’affinità tra i pixel dello schermo e l’ordito di un tessuto, e quindi dalla continuità fra i due giochi e i due medium. In questa continuità, tuttavia, la Rete introduce delle novità eccezionali. Innanzitutto, come si è detto, il processo è aperto a una comunità potenzialmente globale, che può intervenire in tempo reale tanto sui pattern originali, quanto su quelli già modificati da altri utenti, all’interno di un’economia che non prevede – come nel caso del “quilting circle” – un disegno complessivo predeterminato a cui attenersi, ma che consente di agire in assoluta libertà.

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L’unico limite imposto è un limite estetico, legato alle caratteristiche della piattaforma collaborativa creata da Deck, che impone l’utilizzo di una tavolozza ristretta di colori e di una griglia di tessere quadrate di grandi dimensioni. Il risultato è un output volutamente low tech, che ammicca alla bassa risoluzione della grafica a 8 bit, e che se da una parte da adito a infinite possibilità combinatorie, dall’altra limita al minimo la possibilità di esprimere uno stile personale. In questo, Screening Circle è molto diverso da analoghe piattaforme collaborative, come Gliphiti dello stesso Andy Deck o come il Drawingblog lanciato nel 2002 dall’italiana Helga Franza, che guardava più alla libertà espressiva del graffito e del disegno, e che puntava alla costruzione di una vera e propria coperta-puzzle di immagini.

Viceversa, i singoli contributi di Screening Circle vanno visti singolarmente, in slideshow , e sono sempre modificabili: una scelta che consente a Deck non solo di mimare le caratteristiche strutturali dell’ordito di un tessuto, ma anche di incoraggiare l’intervento di chi è poco sicuro delle proprie doti creative, mettendolo a suo agio con una interfaccia elementare e rendendo quindi il processo realmente aperto.


http://artcontext.org/act/05/screeningCircle/

http://artcontext.org/

http://www.http.uk.net/

http://www.tate.org.uk/netart/

http://artport.whitney.org/

http://www.drawingblog.net/

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