Poco tempo fa sono stato invitato alla conferenza (Il senso del limite, curata da Pino Zappalà) che ha chiuso il festival di arti digitali toShare. Il tema della conferenza era il senso del limite. A me è toccato raccontare il punto di vista dell’artista. Non volendo parlare dei miei limiti, e visto che ci trovavamo ospiti di un festival di arti digitali, ho riflettuto su quale fosse il limite nel digitale, nel rapporto tra tecnologia e arte.

In questo caso spesso, quasi sempre, all’incontro di queste due discipline si sono manifestate paure. In un universo newtoniano tutto è definito tramite le leggi fondamentali della dinamica: semplificando, il mondo è un immenso orologio. E noi umani siamo solo differenti ingranaggi di questo meccanismo, il che non è piacevole se pensiamo di avere una nostra volontà e identità. Eppure questo è il paradigma.

Per noi coinvolti nel mondo digitale il punto di svolta è costituito dalle idee di McCullock e Pitts e poi Norbert Wiener, più che Von Neumann.

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Wiener, attraverso la fondazione della cibernetica negli anni 50, comprende che ogni sistema può essere ricondotto a un modello cibernetico, controllato da meccanismi di retroazione. Insieme McCullocks e Pitts scoprono come modellare con buon successo per via matematica un singolo neurone.

Dunque Wiener stesso si chiese ben presto: ma allora io, in quanto essere umano, in cosa sono diverso da una macchina? Dov’è il limite? Questa paura è legata al senso di identità che viene messo in crisi e lo stesso identico dubbio serpeggia in Blade Runner (dove i replicanti sono costruiti ma sono del tutto uguali, se non migliori, degli umani e dove non sapremo mai se il cacciatore Deckart è o no umano…). Dalle identità multiple di Burroughs, tutte egualmente minacciose, ai multipli di P.K.Dick, fino alla rivendicazione del patologico come unica forma possibile di identità nei personaggi di Ballard, tutto viene rimesso in discussione proprio perché il limite. I limiti vacillano.

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Forse molte resistenze verso il digitale, anche nel mondo dell’arte, nascono da questa paura. Scoprire che il limite tra umano e digitale è perlomeno vago; se pensiamo a quanto digitale ci sia nelle nostre vite, può non essere piacevole. Oltre a mettere in discussione il ruolo di artista, anche il nostro ruolo di esseri umani vacilla. E quindi si ricorre all’idea-accusa che il digitale sia qualcosa di freddo , distaccato, incorporeo. Idea che in fondo coincide con l’identificare con la “mente” il quid umano; quindi è possibile, almeno in teoria, uploadare altrove, in un computer il quid umano stesso.

Questa idea però è antecedente al digitale, anzi è la vecchia idea giudaico-cristiana che il corpo fisico sia un limite, sia la carne da condannare. Dunque la paura del limite è in sostanza la paura della crisi della propria identità, crisi che andrebbe affrontata gestendo una trasformazione forse inevitabile.


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