Spesso e sempre più, le scienze della comunicazione si allontanano da un discorso sociale complessivo; queste scienze, transdisciplinari per eccellenza, si sono specializzate in sottocampi e hanno creato steccati frequentemente invalicabili, forse troppo preoccupate di stupire ancora e di tutelare il loro margine d’azione. A manuali ripetitivi sui nuovi media si accompagnano testi di approfondimento su fenomeni contingenti come possono essere quelli degli smart mobs che hanno più il carattere di una cronaca e di antologia che non un valore propositivo e di approfondimento.

Alle scienze della comunicazione si affiancano la psicologia e la sociologia dei mass media, il giornalismo (con i suoi settimanali, quotidiani, riviste scientifiche divulgative), insomma tutti quegli studi che possono essere raggruppati nelle discipline umanistiche dell’informazione. Essi utilizzano, spesso implicitamente, una “logica argomentativa di chiusura” attraverso la retorica degli allarmismi (ad esempio Baudrillard) o degli entusiasmi tecnofili (ad esempio Pierre Lévy) – basta considerare come i temi delle nanotecnologie, della robotica o dell’ingegneria genetica vengono tratteggiati a tinte bipolari, bianco e nero, senza accenno ad alcuna sfumatura. La scienza e le dinamiche sociali sembrano non esistere più e al loro posto rimangono un uomo privo di dinamiche evolutive e sottoposto inesorabilmente alle influenze esiziali che la tecnologia esercita su di lui.

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Su un altro versante esiste invece una ricca pubblicistica che propone modelli teorici di apertura la cui tesi fondamentale è che il futuro della scienza è determinato dal suo dialogo con la società (tra di essi il testo di Rifkin sull’Era dell’Accesso non è che l’ultimo testo e il più divulgativo); in questo caso, il “farsi discorso” della scienza, pur nella sua apparente semplicità acquista una profonda complessità. Le discipline di cui stiamo parlando sono la sociologia della scienza, gli studi culturali sulle scienze e tecnologie, sulle politiche tecnologiche e sulla sostenibilità e sull’etica scientifica.

La scienza, con il suo potenziale distruttivo e immaginifico che è riuscita a sviluppare, dapprima con la medicina, successivamente con la fisica nucleare ed oggi con le biotecnologie, è entrata pienamente nella vita sociale e politica degli individui. Oggi più che mai è impossibile parlare di scienza e di tecnologia senza parlare di società. Il processo di tecnologicizzazione alla quale è stata sottoposta la società del XIX e XX secolo si è accompagnato ad un’altra accelerazione parallela che spesso le scienze della comunicazione dimenticano, quella dell’interazione pubblica. Come afferma Nowotny (in Rethinking Science: Knowledge and the Public in an Age of Uncertainty , 2001) “society has begun to speak back to science”.

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I temi scientifici e tecnologici hanno creato una “nuova sinergia con le dinamiche politiche della cittadinanza”. Come sottolinea Sheila Jasanoff in un articolo dal titolo Science and citizenship: a new synergy apparso su Science and Public Policy (aprile 2004) è grazie a diversi problemi scientifici, OGM, sviluppo sostenibile, accesso ai farmaci per i paesi del Terzo Mondo, ingegneria genetica, che la conoscenza è diventata fortemente politica, perché coinvolge in prima istanza gli individui nelle diverse sfere sociali.

È la scienza che ha cambiato metodi di governo (governance) perché ha creato nuovi spazi d’azione civile, scoprendo, o riscoprendo, la conoscenza come campo politico. Governare significa oggi governare le conoscenze: in gioco c’è una visione partecipativa al discorso pubblico, una distribuzione dei diritti della conoscenza più inclusiva ed aperta contro una visione egemonica di expertizing. Sempre secondo Jasanoff viviamo un momento di vita costituzionale della società democratica, una costituzione intesa nella sua accezione organico-legislativa, che ruota attorno al fulcro del rapporto società-tecnologia-scienza. Sono questi i temi che partecipano ai processi di costruzione comunitaria che spesso definiamo “identitari”.

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Secondo Sally Davenport and Shirley Leitch il dialogo ideale tra scienza e società deve assumere i connotati di una moderna Agorà, richiamando il modello della piazza ateniese che tanta importanza aveva per la discussione democratica dell’Antica Grecia (cfr. “Public participation Agoras, ancient and modern, and a framework for science–society debate”, in Science and Public Policy , Aprile 2005). La moderna Agorà scientifica dovrebbe svilupparsi nelle tre dimensioni del forum, della partecipazione e della interattività.

Il forum consiste nella costituzione di uno spazio pubblico che può e deve contenere anche forti forme di contestazione; la partecipazione deve garantire un allargamento della possibilità di parola a tutti i soggetti coinvolti, mentre l’interattività assicura dinamiche di scambio, di arricchimento e negoziazione di posizioni e punti di vista. Gli autori riportano dettagliatamente l’esperienza positiva della New Zealand’s Royal Commission on Genetic Modification (RCGM) per lo studio di applicazioni biotecnologiche e di OGM in agricoltura e nell’alimentazione.

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Per ogni ricerca che può esercitare un impatto diffuso sulla popolazione come quello delle biotecnologie, il punto di partenza non può che essere il modello ELSI, che riflette cioè sulle “ethical, legal and social implications” (il modello è stato elaborato dal Department of Energy and the National Institutes of Health degli Stati Uniti per lo Human Genome Project).

Le scienze della comunicazione dovrebbero astrarre modelli teorici a partire da queste prassi di spazi pubblici che vertono su tematiche tecnologiche e scientifiche; dovrebbero “aprirsi” alle modalità dei dibattiti pubblici e di decision-making (chi parla, quali sono i livelli di discorso ed influenza); comprendere perché un potente mezzo comunicativo come Internet, – un prodotto della comunità scientifica che potenzialmente costituisce una ottima forma di forum aperto – rimane fortemente geografico (è utilizzato dal 14% della popolazione mondiale, dal 68% della popolazione USA, e dal 45% della Comunità Europea) e non ripetere la favola del non-luogo e della deterritorializzazione del virtuale.

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