Sono rarissimi gli esempi di utilizzo della tecnologia Motion Capture nel teatro cosiddetto “di prosa”, essendo questa una modalità più frequentata dalla coreografia digitale o dalla cinematografia degli “effetti speciali”. Per sperimentare le potenzialità espressive del corpo in-macchinato (armatura esoscheletrica o meccanico-protesica di cattura del movimento) associato ai data glove , occorreva un artista davvero eclettico come Roberto Latini, riconosciuto talento del nuovo teatro di ricerca italiano.

Latini è affiancato da un creatore di elaborate partiture sonore come Gianluca Misiti, dall’interactive stage designer Andrea Brogi/Xlab per gli ambienti e personaggi animati in 3D e dal videomaker Pierpaolo Magnani/Xlab-Dn@ per i video in chromakey. A seguito di una residenza artistica al Castello Pasquini di Castiglioncello per Armunia, Latini, già autore del progetto teatrale Radiovisioni, crea e interpreta solo in scena (in Toscana al teatro di Cecina e di Pontedera) un insolito Ubu incatenato, continuazione o “contropartita” del più famoso Ubu re del dissacrante e pungente pre-surrealista (o protodadaista come lo definisce lo storico Henri Béhar) Alfred Jarry.

Messo in scena nel 1937 (ovvero 47 anni dopo la memorabile rappresentazione dell’ Ubu Roi al Thé â tre de l’ Œ uvre di Parigi) con le scenografie di Max Ernst, questo testo racconta con un humour moderno, le vicende di Re Ubu che dopo essere stato Re di Polonia si accinge a liberarsi dall’alienazione collettiva diventando volontariamente schiavo, ovvero il più libero tra gli uomini. Un tema questo, della mitizzazione della schiavitù che si presta a interessanti attualizzazioni e sfumature interpretative, come ricorda lo stesso Latini: “Padre Ubu diventa un esempio per molti, che da liberi cercano di ferrarsi a una qualche catena. Libertà e Schiavitù sono dentro un solo concetto”.

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Una scenografia molto macchinica (alla Ernst) a due piani, ingombra di vecchi elettrodomestici, di ferraglia, di binari, di cessi, che ricorda l’assemblaggio artistico secondo il metodo della casualità, tipicamente surrealista, fa da sottofondo a questa piéce per attore e macchine.

La scena è composta da tre pannelli dove vengono proiettati ambienti 3D, immagini da una webcam, video pre registrati e personaggi computer-animated gestiti Real Time direttamente da Latini (tra cui un manichino per il crash test) grazie alla tuta per Motion Capture con la quale Re Ubu con il suo asservimento autoimposto per ottenere la vera libertà, diventa incatenato alla macchina tecnologica; altri personaggi sono poi creati con la grafica computerizzata e mossi dal guanto virtuale o con alterazioni dei toni di voce.

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Tra continue irruzioni nel presente, dalle canzonette ai riferimenti politici attual, Latini mette in scena con abilità straordinaria, l’utopia dell’attore-marionetta evocata dallo stesso Jarry nel molto citato Dell’inutilità del teatro a teatro (1896), della macchina-attoriale beniana e il paradosso dell’attore: “È un paradosso che ha determinato le modalità di ricerca. Forse per la cara riflessione sull’attore, sullo stare in scena, sull’essere autori di sé, e forse anche per Jarry rispetto a Ubu, per il loro grado di relazione, appartenenza e dipendenza, la questione più interessante ci è sembrata quella dell’identità, del punto di vista, dei ruoli. Abbiamo cercato un modo per essere allo stesso tempo Ubu e Jarry, quindi non solo la marionetta, e la mano che la anima, non solo il burattino e colui che tira i fili, ma anche l’autore di fronte a quelle forme di se stesso che diventano le proprie opere”.

Una prova davvero superba che evidentemente colloca questo Ubu tra gli esempi più significativi del teatro nell’éra digitale; un teatro che afferma la centralità dell’attore, fulcro vitale dell’esperienza scenica il cui corpo interfacciato permette di far funzionare, per contagio tecnologico, l’intero spettacolo. Il cyberattore torna ad assummere i caratteri della Supermarionetta profetizzata da Craig, dell’ “uomo-architettura ambulante” di Oskar Schlemmer e infine dell’attore biomeccanico mejercholdiano per il quale “il corpo è la macchina e l’attore il meccanico”.


www.fortebraccioteatro.com

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