Secondo Jay D. Bolter e Richard Grusin, i nuovi media si pongono nei confronti dei vecchi in un’ottica di assorbimento e di emulazione, fenomeno che i due chiamano rimediazione e che può tendere tanto all’immediatezza, ossia all’espressione diretta e all’invisibilità del medium, quanto all’ipermediazione, ossia all’esibizione del medium e delle sue caratteristiche.

Una delle caratteristiche più interessanti di questo processo è che non agisce solo in una direzione. I nuovi media consentono infatti di riscoprire caratteristiche dei vecchi media che la loro evoluzione lineare ci aveva fatto dimenticare, e contribuiscono quindi alla loro crescita. Così, gli esperimenti di “soft cinema” e la “logica del database” (Lev Manovich) ci hanno fatto ricordare che “all films are computational, all films are a kind of net art”, perché si basano su un immenso archivio di elementi di cui il film definitivo costituisce solo una delle tante combinazioni possibili. Lo afferma Daniel Coffeen nel suo saggio introduttivo a The Battle of Algiers, di Marc Lafia e Fang-Yu Lin , il riquadro centrale del trittico commissionato dal Whitney Museum di New York in collaborazione con la Tate Modern di Londra in occasione di Node.London.

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Come rivela il titolo, il progetto è, innanzitutto, un superbo caso di rimediazione. Il materiale di partenza è fornito infatti da La battaglia di Algeri (1965), lo storico film di Gillo Pontecorvo che, a tre anni dalla guerra di liberazione dell’Algeria dai coloni francesi, tentava una ricostruzione di questa battaglia per molti versi anomala, vinta dagli algerini grazie alla struttura disseminata e “cellulare” del loro esercito, a fronte della staticità e prevedibilità dei francesi.

L’originalità del film di Pontecorvo stava proprio nell’adottare una struttura che mimava questo schema di battaglia, rifiutando da un lato gli stereotipi del genere e dall’altro di ridurre la complessità delle dinamiche di potere a una storia. Il database di partenza rifiuta di ordinarsi in una struttura lineare, e la narrazione si sviluppa in frammenti, secondo direttrici multiple che si intrecciano a formare un complesso reticolo.

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Quanto detto basta a spiegare la scelta di Lafia e Lin, che nel film di Pontecorvo hanno trovato delle potenzialità che il cinema successivo ha dimenticato, ma che i media digitali stanno riproponendo con rinnovata energia. The Battle of Algiers adotta infatti una struttura reticolare, in cui i segmenti relativi alle due parti in causa (i francesi e gli algerini) si dispongono e si muovono secondo dinamiche diverse, imprevedibili, confuse e rapidissime nel caso dei secondi, che emergono improvvisamente in primo piano e spariscono altrettanto rapidamente sullo sfondo.

Ma a parte queste caratteristiche generiche, ogni “cellula” ha un comportamento autonomo, strettamente determinato da quanto succede in essa, dal suo ruolo nella storia complessiva. Seguendo il suggerimento di Pontecorvo, lo sviluppo della storia viene completamente trasferito dal contenuto alla struttura, da quello che una sequenza di fotogrammi racconta a come si comporta in rapporto alle altre sequenze.

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L’utente può gestire in parte questo complesso groviglio di eventi grazie a un control panel che consente di zoomare su un’area particolare della griglia ma anche di pulire lo schermo e ricostruire la griglia da zero. Ma presto o tardi si perde il controllo sul suo comportamento, sia perché distratti dai frammenti di storia che si dipanano sotto i nostri occhi, sia perché la regia che è venuta a mancare viene affidata all’occhio, più che al cliccare, dello spettatore.

Il dramma non sparisce, ma subisce un trasferimento: se lo cercheremo nello sviluppo della vicenda, o nelle singole scene, resteremo delusi, perché esso è tutto, o quasi, nel comportamento dell’interfaccia, nel pulsare ritmico dei flussi di energia che la attraversano.


http://artport.whitney.org/commissions/battleofalgiers/BattleofAlgiers.shtml

http://artport.whitney.org/commissions/new_commissions.shtml

www.compustition.com/

www.marclafia.net/

www.softcinema.net

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