Sempre più gli artisti lavorano attraverso interfacce culturali, mezzi e generi, ricorrendo all’evocazione sia della scienza che della mitologia, sia della tecnologia che della tradizione. L’eredità del postmodernismo si è trasformata nel transito ‘transmodale’; l’uomo oggi è modulato dalle immagini, dagli hyperlink, dai processori e dalle reti, e il nostro sensorio è ridefinito, o meglio ribilanciato dalla collisione con le realtà emergenti che i nuovi modelli del mondo e della nostra soggettività stanno generando.

La nuova arte è legata ai mezzi che la permettono, la realizzano, la veicolano; è una nuova prassi del fare immediatamente pragmatica e filosofica; genera l’interattività e la trasformazione del senso comune sia socialmente sia nelle dimensioni dell’estetico, mentre si riflette sulla natura mutante della percezione, della connettività e della coscienza.

Le opere prodotte, sia concrete sia di pensiero, sono fatte di uno strato di coscienti associazioni di significati, di inconsce sensibilità, di scientifici dati storici, di multiformi unità e discorsi afferenti pienamente intessuti nei nuovi ambienti telematici, digitali o naturali e biologici, fornendoci delle nuove esperienze e delle visioni creative originali.

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Questo per lo meno è quanto è emerso durante Researching the Future - art and design in transmodal transition 2006, un convegno tenutosi a Milano l’8 e il 9 febbraio scorsi, che ha presentato le intuizioni, le proposte ed i progetti provenienti dagli artisti e dai ricercatori del programma di Ph.D M-Node in collaborazione con la Scuola di Media Design del NABA di Milano.

Riguardo al M-node, Francesco Monico promotore e curatore dell’intera operazione: “Abbiamo reclutato un primo gruppo di ricercatori di assoluta eccellenza e il convegno ha visto la partecipazione di professori,  ricercatori e artisti di altrettanta eccellenza. Il successo è ancor più importante stante il fatto che i relatori non erano pagati ma hanno accettato l’invito per condividere scientificamente e all’interno di un frame culturale le loro esperienze. Il processo della ricerca poi ha funzionato molto bene e un clima di eccitamento culturale ha scandito le prime fasi dell’esperienza”.

Roy Ascot, Paolo Atzori, Paolo Rosa, Derrick de Kerckhove, Antonio Caronia, Giacomo Verde, Domenico Quaranta, Tatiana Bazzichelli, Franco Bolelli e Mario Canali sono alcuni dei nomi coinvolti nella conferenza Researching the Future e nel network che sottende tutto il progetto internazionale.

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Ma torniamo al rapporto tra ricerca e produzione culturale. Sul piano concreto della sostenibilità economica quali conclusioni ritieni di poter trarre alla luce di questo convegno? “La sostenibilità economica della ricerca e produzione culturale – prosegue Francesco Monico – sta tutta nella volontà delle istituzioni di parteciparvi. Tuttavia viviamo in un momento storico in cui le istituzioni perdono di valore, non da un punto di vista simbolico ma da un punto di vista economico, per questo la sostenibilità viene demandata ai singoli attori ovvero a quella rete di relazioni che definiscono il processo stesso. Il ricercatore, il professore e l’istituzione diventano parte della stessa volontà del fare e la sostenibilità entra a far parte di un vero e proprio ‘wellfare locale’; quello che voglio dire è che il ricercatore attraverso la sua retta paga il processo stesso della ricerca, ricerca che una volta terminata ritornerà in forma di benefici economici al ricercatore stesso, e in forma di benifici culturali alla comunità”.

” Il professore – ci dice acora il direttore del progetto M-Node – fa parte anch’egli di questa volontà del fare, poichè deve rinunciare a  un lauto, e molte volte sproporzionato, compenso economico chiedendo un costo sostenibile dai ricercatori. Lo stesso deve fare l’istituzione didattica. Il tutto funziona molto bene, perseguendo anche l’obiettivo etico e fondante della ricerca di automotivare e autoresponsabilizzare i ricercatori e di stimolare i professori”.

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Certo che in questo sistema di “welfare locale” bisognerebbe avere godere della presenza dello Stato, o comunque di un organismo sociale che realizzi degli ammortizzatori sociali, ovvero forme di aiuto integrato per chi ne ha realmente bisogno.

Possiamo quindi concludere sostenendo che l’M-Node è un nuovo modello, di origine anglosassone, che pone come sua ipotesi di sostenibilità il concetto di Welfare locale, e che si pone come innovativo centro di ricerca sperimentale.


www.m-node.com/

www.naba.it

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