Seamless 2.0: Un’integrazione Da Inventare

SEAMLESS 2.0: UN’INTEGRAZIONE DA INVENTARE

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Simona Brusa / San Francisco

 

 

Seamless 2.0 è una mostra annuale dedicata all’integrazione di moda e tecnologia promossa dall’MIT di Boston. Quest’anno l’evento, sponsorizzato in parte da Motorola, ha preso la forma di una sfilata di moda nel contesto del Museo della Scienza di Boston. L’intento: presentare lavori sperimentali e nuovi modi di pensare la relazione tra corpo e abito sul piano psicologico, politico, sociale ed estetico.

Tra i progetti che hanno sfilato spiccano i lavori di Gemma Shusterman (MIT Media Lab), Diana Eng (Rhode Island School of Design), Marta Lwin (ITP New York) e Teresa Almeida (ITP New York).

I lavori presentati spaziano dalla wearable art al prototipo da laboratorio di ricerca e mostrano un incessante desiderio di sperimentazione artistica e tecnologica, ma lasciano il dubbio su quale sia il minimo comun denominatore che li accomuna, al di là del mero concetto di “indumento tecnologico”. La percezione inespressa è quella di una grande disomogeneità, e della mancanza di un pensiero conduttore.

“Seamless”, il titolo della mostra, equivale a “senza cuciture” e promuove l’idea di una integrazione armoniosa, priva di discontinuità, tra tecnologia e moda. L’obiettivo dichiarato è di creare visioni alternative che combinino i due elementi in maniera accattivante ed esteticamente piacevole, ma molti dei lavori che si sono alternati sulla passerella hanno evidenziato, per l’ennesima volta, quanto sia difficile trovare una chiave interpretativa comune di questo binomio. A soffrirne spesso è il fattore moda, nella carenza di finitura sul piano estetico, e nell’assenza di un’idea di stile.

Endangered Senses, di Gemma Shusterman, è un indumento dalle lunghe maniche telescopiche inspirato agli elefanti. L’abito trasforma l’indossatore da bipede in quadrupede, e permettere di percepire il mondo circostante da una prospettiva diversa, “elefantina”, attraverso la traduzione di vibrazioni sismiche e infrasoniche (normalmente da noi non percepite) in suoni.

Heartbeat Hoodie, di Diana Eng, è una casacca che nasconde nel cappuccio una macchina fotografica, connessa a un apparecchio per il controllo del battito cardiaco. L’indumento scatta fotografie “involontarie” ogni volta che il cuore entra in uno stato di esaltazione, regalandoci a fine giornata un panorama sulle nostre reazioni inconsce.

Epi Skin, di Marta Lwin, è una serie di gioelli biologici realizzati in laboratorio attraverso culture di cellule epiteliali la cui crescita è contenuta e guidata in pattern creati al computer. I gioielli così generati assumono la forma di preziosi “merletti” da indossare direttamente sulla pelle.

Space Dress, uno dei quattro progetti presentati da Teresa Almeida nella serie Modes for Urban Moods, è un’ironico abito scultura che si gonfia ed espande in larghezza per combattere lo stress quotidiano e il senso di claustrofobia che spesso ci assale all’ora di punta in metropolitana.

Ma al di là delle difficoltà indubbie, l’idea di una possibile nuova estetica dell’abito “digitale” comincia a diffondersi e a raggiungere negli Stati Uniti anche il grande pubblico, e per strade alquanto insolite. Gli abiti creati in questi mesi da Diana Eng (a Seamless con il suo Heartbeat Hoodie ), durante la popolare trasmissione Project Runaway (un reality show sulla moda), hanno portato sotto i riflettori il nuovo connubbio moda/tecnologia, risquotendo un grande interesse, e sdoganando una volta per tutte il concetto di werable computer.

Il mondo della ricerca e dell’espressione artistica nel campo dei werable è comunque ancora nella sua infanzia, lontano da una definizione precisa dei propri confini, guidato da un’idea che per molti è un’insolubile dicotomia ma che per altri è un’integrazione ancora da inventare.

 

http://seamless.sigtronica.org/

www.media.mit.edu/events/movies/video.php?id=seamless-2006-02-01

 

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