E’ avvertibile ormai un diffuso senso di colpa nel pronunciare il termine global, termine fra i più abusati e polisemantici degli ultimi venti anni, e un altrettanto senso di compensazione nel proporre, in sostituzione ad esso, il concetto di glocal, cioè la declinazione di dimensioni culturali, economiche, politiche e tecnologiche globali con quelle regionali.

In ambito tecnologico, a partire dagli anni Novanta, si è consolidata una prassi che è diventata presto una politica d’innovazione (policy innovation) che va sotto il nome di regional innovation system. Forse è ciò che più genuinamente può rientrare nella categoria glocal con procedure certamente ante-litteram rispetto alla formulazione teorica.

L’approccio non è certamente univoco, ma i tratti comuni di questo tipo di politica dell’innovazione sono la messa a punto di un contesto istituzionale che, attraverso l’intervento pubblico e la relazione con imprese e cittadini, sappia favorire le esigenze tecnologiche del territorio inteso come “regione”.

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Per Edquist, Fagerberb, Mowery e Nelson (in Handbook of innovation , 2004), il “sistema dell’innovazione” è stimolato da fattori interni ed esterni della società, come un processo sociale di evoluzione e strutturamento reciproco, tra i cambiamenti sociali da un lato ed aziendali dall’altro (es. ad una complessità maggiore della composizione sociale deve corrispondere un altrettanto grado di complessità strutturale delle aziende).

Secondo Joseph Schumpeter “innovation is at the root of the evolution of the economic system and its main engine for change and creative destruction “. La declinazione “regionale” di questo processo evidenzia come l’innovazione sia un processo essenzialmente geografico: un approccio necessariamente complementare alla centralizzazione e alla concentrazione delle risorse e delle attività produttive o alla loro semplice dislocazione in territori con un minore costo di manodopera.

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Inoltre tale sistema tiene conto delle convenzioni, dei ruoli e norme comportamentali che a loro volta generano (e vengono condizionati) dai fattori socio-economici. La territorialità ambientale e storica degli individui riacquista quindi quel suo ruolo ineliminabile nei processi di mutamento, sia sociali che tecnologici. La prossimità favorisce quindi la sinergia dell’adattamento e accelera l’apprendimento, processi particolarmente importanti per le nuove tecnologie (ad esempio le scuole, le università e i centri di formazione sono in una posizione privilegiata per favorire la conoscenza locale della situazione economica, dei collegamenti tra le aziende).

Un ruolo fondamentale viene svolto dalle istituzioni intese come “relazioni sociali” che strutturano un sistema di attività di produzioni, scambi e consumi. In questo tipo di approccio, le istituzioni create ad hoc devono essere contestualizzate al massimo grado. Gli obiettivi che esse devono conseguire sono: la promozione di nuove forme di finanziamento per l’avvio o il sostenimento di attività di innovazione, l’interazione e la cooperazione tra le diverse aziende regionali e lo sviluppo delle capacità umane.

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Gli studi in questione seguono due filoni principali: il primo vuole indagare le caratteristiche di ogni sistema (la dinamica sociale ed istituzionale alla base delle attività di innovazione a scala regionale). Il secondo vuole elaborare gli indicatori chiave di questo tipo di sistema: come le strutture organizzative, le capacità infrastrutturale, la competitività e le capacità di rapporti vis-à-vis (una mappatura delle varie forme di interazione tra i diversi attori e fattori). Una rassegna dettagliata di questi studi ce la offre David Doloreux, professore della Université du Québec, nell’articolo Regional innovation systems: Current discourse and unresolved issues, pubblicato sulla rivista Technology in Society (April, 2005).

Gli studi di tale natura vanno però incontro ad una difficoltà oggettiva di delimitazione della regione. Quale è la “scala regionale”? La città e il suo distretto, oppure la provincia, o una valle? Da questo punto di vista, la NUTS (Nomenclature des Unites Territoriales Statistiques), classificazione regionale della Comunità Europea rimane un punto di riferimento. La tendenza è comunque quella di seguire una definizione in base alle unità amministrative di network e una in base a criteri “georegionali” e culturali della regione.

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Così come è chiarito dal Program on Globalization and Regional Innovation System del Centre for International Studies lo studio dei contesti regionali si rende necessario durante i processi di globalizzazione (ma forse è meglio definirli di “planetarizzazione” per coerenza terminologica) perché in un contesto economico caratterizzato da forti spinte integrative ed omogeneizzanti in termini di investimenti, di commercio e ricerca e sviluppo, è fondamentale comprendere come l’innovazione tecnologica viene generata e disseminata all’interno dei contesti economici, sociali, politici e geografici.


www.ersa.org/

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