Un paio d’anni fa, durante una serata rock, suonai una sequenza di brani composta da Franz Ferdinand, The Rapture ed Electric Six. Su un brano di questi ultimi (“Danger! High Voltage”), un ragazzotto di una ventina d’anni mi si avvicina e mi chiede di suonare qualcosa di rock. Non qualcosa di “più rock”, ma qualcosa di rock.

Alla mia prima reazione di stupore è seguito l’intento, quasi sociologico, di comprendere quali dinamiche avessero portato un 20enne a non percepire come rock quello che stavo suonando. La timbrica sonora non dava addito a dubbi, si trattava di strumenti suonati, bassi veri, chitarre e cantati new wave/punk. Un impianto sonoro decisamente rock. Pensai che forse il funk contenuto in quei brani era poco appetibile per un certo tipo di pubblico rock ma poi pensando a Red Hot Chili Peppers e Rage Against The Machine dovetti ricredermi. Poi l’illuminazione, che come ogni illuminazione è sotto gli occhi di tutti. Più che un certo coefficiente punk funk a non arrivare alle orecchie di quel giovane ascoltatore era l’impianto ritmico da ballo, il bpm sopra i 115 per non dire 125 o 135. L’incedere dance di quei brani rock li rendeva meno appetibili al pubblico rock più conservatore e allo stesso tempo più invitanti per il pubblico dance più progressista.

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Talvolta è difficile dover accettare il fatto che anche in un’arte come la musica esistano tanti steccati tra gli ascoltatori, dover pensare che la musica è divisa spesso in compartimenti stagni, ma è proprio così. E’ difficile apprezzare la musica tutta anche per il più aperto dei musicofili, figuriamoci per un pubblico popolare, nella sua più ampia accezione. I gusti sono gusti in musica. E anche se non passa giorno che cerchiamo di convincerci che esistono solo due generi di musica (la musica bella e la musica brutta), allo stesso modo non passa giorno in cui ognuno di noi sceglie i propri ascolti in base a principi del tutto soggettivi.

Detto questo il rock che usa la sintassi della dance, o per andare all’origine del temine, della disco music e del funk, è percepito come alieno così come l’elettronica (dance o meno) che si nutre dell’estetica rock è vista come qualcosa di intellettualmente più alto. Ecco perché nel giornalismo musicale sono nati termini orribili e deprecabili come IDM (intelligent dance music). La musica dance intelligente dovrebbe essere un’elettronica con attitudini (più o meno pre e post) rock che soddisfano la voglia di cultura di un pubblico rock che si vuole avvicinare ai suoni della dance senza sporcarsi le mani.

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Ma basterebbe tornare alle radici del rock per capire che il ballo è sempre stata prerogativa del genere: il rock’n’roll era l’esasperazione del rhythm and blues che a sua volta era la versione pagana del gospel, in cui il canto associato al ballo era rito religioso. Tutte musiche in cui il ballo aveva la sua importanza. E tutte musiche nate da un solo dna…la musica black, la musica tribale, quella iniziata in Africa e poi deportata nei campi di cotone in America. Peccato che poi la storia abbia la memoria corta. A questo servono i maestri che ce lo ricordano. Come George Clinton ad esempio.

Clinton ci ha insegnato che non sarebbero mai esistiti i Parliament senza i Funkadelic e viceversa. Due facce della stessa medaglia, della musica. I Daft Punk con “Robot Rock” ipotizzano una serena convivenza tra suoni robotici e suoni rock introducendo un riff campionato da un gruppo funk (Release The Beast dei Breakwater) che ricorda il riff rock più becero degli ’80 (“Eye Of The Tiger” dei Survivor) che a sua volta diventa un moderno brano house che fa da apripista per la dance da classifica costruita su riff rock (“I Like The Way You Move” “Body Rockers”).

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Sempre i Daft Punk chiamavano all’appello i maestri della dance in Teachers, proprio loro che avevano un passato rock (come Darlin’) per cui erano stati etichettati “daft punk” da una recensione sul defunto Melody Maker, che avrebbero semmai dovuto chiamarsi “Daft Funk”. Non è un caso che in un gioco di rimandi la cover di “Teachers” sia il brano che apre Nite Versions dei Soulwax. Al posto dei maestri della dance, un lungo elenco di maestri del rock, da un gruppo che si è nutrito della sintassi della dance per fare un album rock (Any Minute Now) e dell’energia del rock per farne un remake dance (“Nite Versions”). Una band che diventa un duo di dj come 2 Many Djs che nei suoi dj set riesce a convincerci che dance e rock sono in fondo un tutt’uno.

E se l’electroclash altro non è che punk prodotto con strumenti elettronici e il punk funk altro non è che dance suonata con strumenti veri e attitudine rock allora davvero è solo una questione di forma e non di sostanza.

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Qualche esempio attuale? The Bravery, The Editors, Bloc Party, Kaiser Chiefs, Franz Ferdinand: tutte band rock che applicano non poche della sintassi dance ai loro brani. E non vogliamo chiamare in causa esempi più espliciti come !!! e i cugini Out Hud? Il giro dei newyorkesi della DFA (Lcd Soudsystem, The Rapture, Juan MacLean) spinge sull’acceleratore dell’elettronica pur mantenendo un’attitudine decisamente rock. L’etichetta tedesca Gomma si muove invece su un binario opposto: dal presupposti funk sviluppano un discorso di estetica dance con attitudine rock.

Eppure gli estremi si toccano ed ecco che le due etichette avviano anche qualche collaborazione. In casa Gomma ad esempio Who Made Who, una band che come batterista hanno il dj Tomas Barfod, prendono un brano dance di Benny Benassi (“Satisfaction”) e lo riportano a quello che avrebbe dovuto essere: un brano rock ballabile con un riff di chitarra funk metal. Anche una label come la Output di Trevor Jackson non disdegna di esplicitare le relazioni pericolose tra rock e dance con artisti come Colder o DK7.

Tiga infine, dj di estrazione electro, si nutre di suoni house ma la sua radice new wave è evidente. Nel suo album Sexor collabora con gente come Soulwax e Scissor Sisters e canta cover di Nine Inch Nails e Talking Heads. E a questo punto il cerchio si chiude. Talking Heads e The Clash o, se volete scendere ad un livello più underground, Gang Of Four e Eco & The Bunnymen, o ancora più sottoterra, Liquid Liquid e The Contortions, avevano già detto tutto sul discorso delle contaminazioni tra disco music e rock. A ben pensarci anche band molto meno nobili, seppur di successo come The Kiss, avevano già avuto la loro “I Was Made For Loving You”, tra lo stupore dei fan hard rock che vedevano l’avvicinamento verso la disco come un vero e proprio sacrilegio. Come si diceva a quei tempi? Ah, ora ricordo… “Disco Sucks!”.

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