Teatro Lauro Rossi di Macerata, 31 Dicembre 2005. Quindici persone. Tre spettacoli consecutivi della durata di venticinque minuti. Accompagnati all’interno di una camera ottica scenografica allestita sopra il palcoscenico, ci siamo seduti davanti a uno schermo di proiezione che per la vicinanza appariva a dir poco enorme, circondati da fondali neri mentre dietro a noi giganteggiava il diaframma di separazione al di là del quale uno spazio di cinque metri quadrati ospitava la messa in scena.

Buio assoluto, silenzio ottocentesco e curiosità che immobilizzava non solo il corpo ma anche la mente. Ecco che dalla camera chiara alle nostre spalle prendono vita movimenti e azioni performative alquanto destabilizzanti nella loro persuasività, che illuminate meticolosamente si vanno a proiettare, attraverso il dispositivo ottico, sul pannello dinanzi a noi, ovviamente rovesciate ed invertite. La Storia ci appariva a un passo: l’hic et nunc dell’esistenza unica ed irripetibile nel luogo in cui si trova l’opera d’arte era pienamente manifestato e risolto, ma rielaborato in chiave percettiva ed empaticamente spiazzante nello stesso istante in cui si crea. L’autenticità della messa in scena è qui sia testimonianza storica sia autorità che riesce ad attualizzare in ogni nuova azione il ri-prodotto.  

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Orthographe de la physionomie en mouvement, è uno spettacolo diretto dal regista Alessandro Panzavolta, che ne cura anche l’allestimento e il funzionamento della camera ottica, con la partecipazione di un gruppo di giovani performer tra i quali Sonia Brunelli , Angela Longo , Sabrina Maggiori e Francesca Calafiore , senza dimenticare Francesca Pambianco nel ruolo di tecnico in scena. Gli Orthographe si concentrano essenzialmente nella ricerca di soluzioni sceniche attorno all’elemento della camera ottica, che ha come primo esito lo studio n° 1 di Orthographe de la physionomie en mouvement , allestito al Museo Carlo Zauli di Faenza nel maggio 2004. E’ stato realizzato con successo, in collaborazione con Inteatro, Comune di Forlì e con il sostegno della Regione Marche, anche all’ultima Biennale di Venezia per poi approdare nei Teatri di alcune città italiane fra le quali Modena, Milano e Macerata.

Possiamo ammirare il progetto anche in questo 2006 e precisamente al Teatro Comandino di CESENA il 3, il 4 ed il 5 Febbraio, e al Teatro Rasi di RAVENNA giovedì 20 Aprile e da Venerdì 21 a Domenica 23 aprile con diverse repliche.

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La prestazione artistica degli interpreti viene presentata al pubblico in contemporanea alla visione degli stessi fruitori, in diretta quindi assistiamo a una visione morbida e delicata, elegante e nello stesso tempo ambigua; immagini senza parole, possibilità di essere discorso e assenza di narrazione, ciò che non è ancora comprensibile è già iconograficamente riconoscibile. Non ci sono suoni ma rumori. Gli stessi che provengono dagli spostamenti su pedane con binari o rotelle, dai camminamenti in bilico, dallo strusciamento erotico-psichico dei corpi femminili su probabili letti. O rumori di respiri soffocati, di sedie spostate e usate, di lenzuola arrotolate e gettate, di passi impercettibili o del rimbalzare degli stessi corpi su se stessi in una danza della mente.

Quelle menti isteriche che nella seconda metà dell’ottocento hanno occupato uno dei più importanti ospedali psichiatrici di Parigi, la Salpêtriere sotto il controllo del Dott.Jean-Martin Charcot , fondatore della neurologia. L’intero spettacolo infatti richiama le immagini (raccolte in album fotografici di D.M. Bourneville, P. Régnard o Raymond Roussel Valmont o rintracciabili su saggi come THEATRUM PSYCHOTECHNICUM – L’espressione poetica della persona) di soggetti isterici fotografati durante la loro permanenza nella clinica; per lo più i ritratti sono di figure femminili, internate nel “quartiere delle epilettiche” dove Charcot teneva le sue lezioni dimostrative sull’ipnotismo e la grande hystèrie , dando vita a veri e propri spettacoli-performance con le giovani donne come attrici. Una galleria di corpi in pose plastiche misurate e riproducibili, queste mute icone presto lasceranno il teatro anatomico per prendere posto nei fotogrammi delle prime pellicole cinematografiche.

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Non vi è una registrazione, una previsione, ma solamente uno scarto di millesimi di secondo dall’azione scenica al risultato visivo sul pannello. La “macchina” non si vede ma si avverte, i nostri sensi sono compressi e moltiplicati, pronti a succhiare il midollo di quella camera ottica che ci imprigiona, che ci disorienta se vogliamo, anche se sappiamo benissimo dove siamo ma non come percepiremo e reagiremo allo stimolo successivo che ci verrà dato, che ci verrà servito in immagine, in rappresentazione anatomica, icona, simbolo o flash dell’inconscio.  

Panzavolta ha creato un meccanismo “partendo” dalla “camera obscura” di Gian Battista Della Porta, scienziato e mago napoletano che nel suo Magiae naturalis del 1558 descrive come servirsi della camera oscura per realizzare una sorta di realtà artificiale anticipando l’arte cinematografica; apparizioni di immagini sonore in movimento, qualcosa che non è più teatro ma non è ancora cinema. Con la camera ottica si assiste a quella che viene definita visione diretta , procedimento usato ancora oggi in fotografia con i cosiddetti banchi ottici o macchine a corpi mobili; una visione complicata ma più veritiera possibile di una realtà che si manifesta in questo caso nuda e cruda, storica e sociale, psicologicamente disturbata. E’ un intreccio fra documentario e messa in scena. Fra storia e contemporaneità. Fra opera autentica e autenticità canonizzata. Fra luogo di origine dell’immagine e luogo della visione data qui e ora.

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Vorrei concludere con un breve ma significativo paragrafo scritto da Walter Benjamin che ricalca un po’ il percorso fin d’ora esaminato, evidenziando il modo in cui l’essere umano elabora e ri-genera sotto stimolo un proprio inconscio primordiale ed in questo caso anche istintivo, grazie alle visioni create in camera ottica dagli Orthographe.

“La natura che parla alla macchina fotografica è una natura diversa da quella che parla all’occhio; diversa specialmente per questo, che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente. Se è del tutto usuale che un uomo si renda conto, per esempio, dell’andatura della gente, sia pure all’ingrosso, egli di certo non sa nulla del loro contegno nel frammento di secondo in cui si allunga il passo. La fotografia con i suoi mezzi ausiliari…..[ ] glielo mostra. Soltanto attraverso la fotografia egli scopre questo inconscio ottico, come, attraverso la psicanalisi, l’inconscio istintivo.”


www.inteatro.it/produzioni/prodortho.htm

www.therapeia.org/SchedaTheatrum.html

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