Ancora una volta il Netmage è alle porte, e trascina con sé le consuete attese, aspettative, dubbi nelle comunità che si occupano di arti elettroniche in Italia. La lista dei partecipanti è nutrita come al solito, con qualche mostro sacro già passato più volte in Italia (Arto Lindsay, Carlsten Nicolai, Kurt Hentschlager dei Granular Synthesis e la coppia @C-Lia) e alcuni nomi meno noti al pubblico italiano.

La prima cosa che salta agli occhi ad una prima lettura veloce del palinsesto è la presenza di tre realtà “storiche” legate alla sperimentazione molto poco elettronica: Sinistri++ (ex-Starfuckers), Zu e With Love. Se questi nomi dicono poco alla maggior parte della cerchia degli appassionati di glitch e drones, è segno solo del fatto che le scene e i generi rimangono inquietantemente distanti nonostante ricerche parallele; gli aficionados delle chitarre distorte free-post sanno che si tratta di garanzie di overdosi di rumore e metriche improbabili. La domanda è stuzzicante: come interagiranno questi musicisti, legati ad una liveness free-form squisitamente da palco, con una narrazione video dal vivo? Ci dobbiamo aspettare un commento visivo al sonoro o un commento sonoro al visivo? O piuttosto una maggiore integrazione, con performer audio e video integrati in un unico progetto?

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Mentre molti festival in giro per l’Europa (da Transmediale ad Ars Electronica) raccolgono ospiti, progetti e commissioni intorno a concept più o meno strettamente osservati, l’impostazione del Netmage è stata finora quella di offrire una panoramica delle cose più interessanti che si possono vedere/ascoltare in giro. Per il pubblico italiano, tenuto fuori dai grandi circuiti di new media art europei, il festival bolognese è una delle poche boccate d’aria fresca che si possono respirare durante l’anno.

Come abbiamo avuto modo di scrivere più volte su Digimag, un difetto piuttosto sgradevole di molti organizzatori italiani è quello di puntare eccessivamente sui grandi nomi internazionali, per ragioni che a volte sono pienamente comprensibili dal punto di vista dei bilanci ma poco da quello creativo (ovvero: se vedo ancora una volta i Rechenzentrum, per quanto bravi, mi sento male). Da questo punto di vista è interessante vedere la lungimiranza del Netmage di quest’anno, che ha fatto la scelta di produrre collaborazioni audiovisive tra artisti (prevalentemente) italiani ( Carola Spadoni_Zu; Port Royal_Andrea Dojmi; Nicola Vascellari_With Love, Pierpaolo Leo_Claudio Sinatti e Sinistri++_Donnachie/Simionato), senza in questo dimenticare le presenze di alcuni tra gli artisti più interessanti e seguiti del momento come Zimmerfrei e Simone Tosca.Uno sforzo di questo tipo, più che sul piano economico immediato (ignoro quale sia il finanziamento che hanno ricevuto i performer, ma viste le acque nelle quali navigano mediamente i festival non mi immagino cifre da capogiro), potrebbe portare un po’ di nomi italiani all’estero in modo continuativo, inserendoli nei meccanismi di relazione e interscambio tra i festival. Non che molti dei prescelti ne avessero particolarmente bisogno, visto che gli Zu sembrano passare più tempo in tour che a Roma, e mi dicono che anche a Sinistri++ e Port Royal le occasioni non manchino.

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Una questione determinante per il successo del festival sarà quella dell’allestimento. Nella creazione di performance mix-mediali la costruzione di ambienti immersivi è uno dei fattori principali per la buona riuscita del progetto. Il Netmage ha sperimentato in questi anni varie soluzioni: 5 schermi su 5 lati, un grande cubo centrale, schermi disassati su un palco frontale. Sarà interessante vedere che tipo di allestimento verrà proposto quest’anno e chi tra i partecipanti riuscirà a declinare in modo efficace i propri progetti per ambienti multi-schermo. Il Castello Re Enzo, da questo punto di vista, è una scommessa. L’edizione 2004 aveva risentito pesantemente dell’eccessiva personalità della Sala Borsa, che continuava a essere percepibile appena oltre i mondi creati dalle performance. Chissà cosa succederà con i saloni e gli scaloni di questa nuova location.

Dopo aver riletto le righe sopra mi chiedo: cosa vorrei dal Netmage di quest’anno? Direi che vorrei visitare più mondi alieni e meno paesaggi raffinati ma già visti e già raccontati. Vorrei performance di impatto, radicali, sperimentali nel progetto e non solo nell’estetica. Vorrei, insomma, che le mie certezze di fruitore venissero prese a cazzotti e non vezzeggiate.

Altrimenti qua che ci stiamo a fare?

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DOCUMENTARI D’INFANZIA – intervista ad Andrea Dojmi di Silvia Bianchi

Education and protection of our children #2 è la frutto di una commissione del festival che vedrà in Netmage 06 la sua prima presentazione ufficiale. Il lavoro nasce dalla collaborazione tra i genovesi Port-Royal e l’artista Andrea Dojmi. Andrea vive fra Roma e Milano, la sua ricerca è caratterizzata dall’ uso di più media (fotografia, film super8, video, musica, installazione, pittura) ed è focalizzata sulla tensione fra età infantile, natura, educazione, dimensione sperimentale e relazione con l’habitat.

Silvia Bianchi: Prima di tutto vorrei farti una domanda sul rapporto tra “Education and protection of our children #2 ” ed il tuo lavoro precedente “AimReady“. In quest’ultimo lavoro il tema dell’infanzia è affrontato in modo continuativo rispetto ai tuoi lavori precedenti oppure utilizzi un altro punto di vista rispetto a quello di ” Education and protection of our children”?

Andrea Dojmi: Il lavoro che presenterò a Netmage rispetta la continuità del mio processo lavorativo, rientrando nella serie di documentari-non documentari di cui facevano parte anche i primi sette video legati ad AimReady. La mia ricerca si concentra sull’atto di vedere e percepire il mondo circostante nel momento dell’infanzia e sulla costruzione di un metodo scientifico di ricerca, matematico ma imprevedibile. Direi che tutto il mio lavoro si focalizza sull’elaborazione di strumenti riapplicabili che permettano di vedere la realtà in un certo modo, il punto di vista resta quindi anche in questo lavoro quello della ricerca sensibile, del recupero del sensoriale. In questo senso l’infanzia non compare come ricordo e nostalgia ma è concepita come uno spazio-tempo, in cui la percezione va al di là della distinzione tra bene e male, grazie all’assenza di strumenti culturalmente acquisiti.

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Education and protection of our children #2 segue i miei lavori cronologicamente e rientra nel mio lavoro come parte di un unico processo in divenire. Mi piace parlare dell’infanzia in termini di micro e macropassaggi, Aimready é l’enuciazione di un micropassaggio dell’infanzia, quello che conduce il bambino da una primissima fase ad una seconda in cui iniziano a fare ingresso gli input esterni, le piccole responsabilità.

In questa fase comincia il confronto con lo schema educativo, con il sistema scolastico e quello religioso. Il lavoro integra documentari naturalistici, scolastici e religiosi, focalizzandosi su sette e comunità religiose portatrici di un messaggio salvifico. La scelta stilistica del documentario-non documentario deriva dalla mia passione per la documentaristica naturalistica scolastica industriale in pellicola. In Education and protection of our children #2 , che è poi un documentario sui documentari, s’intrecciano tecnologia, progresso, sistema educativo e messaggi salvifici. Il lavoro è molto specifico, l’utilizzo della pellicola é molto lineare, a tratti liberatorio ma allo stesso tempo assolutamente indefinibile, ogni cosa è mostrata e vista nella chiarezza irrazionale della percezione infantile.

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Silvia Bianchi: La seconda domanda è legata al carattere live della tua performance, mi piacerebbe sapere in che modo si sviluppa il tuo lavoro nel live e in che modo s’incontra con il lavoro dei Port Royal.

Andrea Dojmi: La collaborazione con Port Royal, nata con il pretesto di Netmage, ha dato vita ad un sodalizio che proseguirà anche dopo il festival. Il lavoro è nato con lo scambio di materiale ed è cresciuto insieme in modo molto armonioso, nonostante ognuno avesse già un nucleo di lavoro irrinunciabile. Direi che è come se suono ed immagini si fossero incontrati e ritrovati. A Netmage 06 Port-Royal presenteranno due pezzi inediti arrangiati in base a colore e immagine. Si esibiranno in versione laptop in un live di 40 minuti sul quale interverrò con una serie di microproiezioni. Volevo che nel live il mio lavoro conservasse comunque la sua finitezza.

Silvia Bianchi: A proposito della collaborazione con Port Royal posso chiederti anche se è la prima volta che il tuo lavoro viene accompagnato dal live di un gruppo oppure hai già lavorato con questa modalità?

Andrea Dojmi: Finora ho sempre curato anche la parte audio dei miei lavori, per Aimready mi occupavo io del set live audio. Lavoro utilizzando supporti differenti in modo continuativo, il lavoro sull’audio era di conseguenza naturale. penso che la collaborazione con Port-Royal costituisca anche in questa direzione un più per il mio lavoro.

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RITRATTO, DENSITA’ E PERMANENZA – intervista a Zimmerfrei di Silvia Bianchi

Zimmer Frei si è formato nel 1999 ed è un collettivo bolognese formato dalla video artista e performer Anna de Manicor, da Anna Rispoli (regista teatrale e performer) e Massimo Carozzi (sound designer) di cui Digimag ha parlato nel numero di Novembre firmato da Massimo Schiavoni. Produce opere di vario formato: ambienti sonori, installazioni video, performance, spettacoli multimediali, collaborando con gallerie d’arte, teatri, festival di videoarte e luoghi ibridi. Ogni progetto di ZimmerFrei ridefinisce un linguaggio e necessita di un particolare dispositivo di fruizione. Il progetto commissionato a ZimmerFrei per Netmage 06 Study for a portrait si innesta nel festival in forma di residenza con aperture pubbliche quotidiane.

Silvia Bianchi: come si colloca Study for a portrait nel vostro percorso artistico e come si andrà ad integrare nel vostro lavoro futuro?

ZimmerFrei: Dopo la serie Panorama, in cui il soggetto era una piazza (di Roma, Bologna, Venezia) filmata in un tempo accelerato, stiamo entrando adesso in un progetto che prende di petto la figura umana: il ritratto. Si svilupperà in un anno in varie tappe: Netmage, Bologna; MAN – Museo Provinciale di Nuoro, Galleria Civica di arte contemporanea di Trento e Galleria Monitor di Roma. Sono ritratti video, perciò lavorano in bilico fra tempo, luce e suono.

A Netmage ogni ritratto è composto da diversi layers video di una stessa inquadratura fissa: la persona resta immobile lungo un tempo che scorre e la sua figura risulta insistentemente se stessa, incidendo fotograficamente più volte lo stesso spazio a diverse densità. Il ritratto desidera sempre la permanenza .

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Silvia Bianchi: L’installazione Study for a portrait ha una natura interattiva, sarei interessata a capire meglio il rapporto che l’opera vuole instaurare con i fruitori ed in che modo si integrerà con lo spazio del festival.

ZimmerFrei: Tutte le fasi di lavorazione avvengono durante Netmage: più che interattivo Study for a portrait è un processo di lavoro completamente estroflesso. Daniele Gasparinetti lo chiama set-formance. Lavoreremo direttamente negli spazi del festival, alla presenza di chiunque o in assenza di chiunque. Dovranno interromperci per poter chiudere Palazzo Re Enzo. Il set fotografico , curato dal direttore della fotografia Fabrizio La Palombara , è allestito in un sottotetto del Palazzo e lì vengono ritratti i nostri soggetti: l’attore Vincenzo Bonaffini, l’attrice e musicista Angela Baraldi, l’artista John Duncan. A questi si aggiungeranno spontaneamente alcuni partecipanti al festival e alcuni avventori. Nella sala adiacente al set c’è lo studio di post-produzione , in cui lavorerà anche la montatrice Silvia Oliva. Il risultato del montaggio e della sonorizzazione viene proiettato di giorno in giorno nello stesso luogo del set. L’architettura in cui è inserito il soggetto del ritratto è anche il frame che contiene la proiezione video, come in un gioco di scatole cinesi.

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Silvia Bianchi: Vorrei farvi un’ ultima domanda su come l’opera é legata ad il suo sonoro ed a come il suono interagisce con spazio e fruitore.

Zimmerfrei: Massimo Carozzi e il chitarrista Stefano Pilia suoneranno durante le riprese, dalla stessa posizione delle videocamera. Il suono sarà registrato dalla persona ritratta attraverso due microfoni binaurali, che riproducono l’esatta sensazione stereofonica delle nostre orecchie e si indossano come se fossero cuffie auricolari. La registrazione sarà dunque una soggettiva sonora della persona ritratta. Alla seconda ripresa del set il suono registrato verrà diffuso nell’ambiente e i musicisti suoneranno in riferimento a quel nuovo ambiente sonoro. Il procedimento sarà ripetuto ad ogni nuovo ciak.

l video finale è il risultato della sovrapposizione di layer visivi e sonori che insieme rendono l’interezza del quadro. Ognuno di questi momenti (i ciak, la post-produzione, la proiezione) sarà fruibile dal pubblico, la cui presenza influirà su Study for a portrait per contatto diretto, contrasto, risonanza, ispirazione istantanea.

RUMORI SINISTRI DAL NETMAGE – intervista a Manuele Giannini di Elena Vairani.

Sinistri++ è un progetto nato dalla collaborazione tra Manuele Giannini , Roberto Bertacchini , Alessandro Bocci e Dino Bramanti ed è uno degli ‘eventi speciali’ in programma giovedì 26 gennaio, presso il Live Media Floor del Netmage 2006.

Manuele Giannini, quarantenne toscano e mente del progetto, è un personaggio eclettico; compositore e chitarrista, speaker e tecnico teatrale, membro fondatore degli Starfuckers e Sinistri prima e di Sinistri++ poi. Al Netmage 2006 lui e il suo gruppo musicherannno dal vivo “The single Unit of Beauty” un film in 4 atti diretto dal duo australiano Donnachie/Simionato, curatori della rivista web Thisisamagazine

Elena Vairani: Sinistri è il nome che avete scelto per le vostre performance, ci spieghi il significato?

Manuele Giannini: Sinistri è il titolo di un nostro vecchio disco (1994), quando ci chiamavamo Starfuckers, rappresenta quindi una specie di autocitazione, naturalmente il termine rimanda ai molteplici valori semantici presenti nella lingua italiana. L’idea originale deriva comunque da uno scritto tedesco dei primi anni ’50 che accusava la musica elettronica, allora nascente, di “sostituire ai suoni, sinistri rumori”.

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Elena Vairani: Voi stessi definite il vostro lavoro ‘ non music’, perchè l’obiettivo è quello di raggiungere ‘un’oggettività naturale’. Credi che sia possibile l’oggettività in qualcosa di così personale come l’arte?

Innanzitutto io non so se noi facciamo propriamente ‘arte’, ma in ogni caso la musica non esprime niente e non significa niente. L’assenza di significato non pregiudica però le sue possibilità di intonazione emotiva.

Elena Vairani: Nel vostro manifesto c’è una frase che mi ha colpito che dice più o meno così:’ il suono come condizione del silenzio e il silenzio come condizione del tempo’. Credi che nella vostra musica si realizzi questo principio, cioè il superamento di questa dicotomia?

Manuele Giannini: Credo fermamente che sia il tempo l’elemento primario della musica…e non il suono.

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Elena Vairani: Nel processo di creazione, in quello che tu definisci ‘adding channels’, è previsto l’elemento video? Che ruolo ha all’interno della performance?

Manuele Giannini: Credo che in una cultura musicalmente analfabeta come la nostra, l’immagine prevarichi il suono e quindi lo limiti o al massimo lo sfrutti in una relazione puramente parassitaria, quindi noi ci rifiutiamo di mettere la nostra musica al servizio delle immagini e di utilizzarla per sonorizzare, commentare o spettacolarizzare un video. Per “The Single Unit of Beauty” abbiamo lavorato sin dall’inizio per stabilire una relazione organica e strutturale tra la musica e le immagini, trovando un sistema di regole e limitazioni comuni che soggiacesse allo sviluppo di entrambi.

Elena Vairani: Quanto è importante per voi l’improvvisazione?

Manuele Giannini: L’improvvisazione è tutto, ma il termine non è propriamente corretto, la nostra musica è piuttosto “intuita”, è resa possibile solo dall’elevato grado di sintonia reciproca che abbiano raggiunto e che abbiamo ottenuto attraverso un percorso e una disciplina che hanno poco a che fare con la musica in senso stretto. Ci sono delle regole – più che altro limitazioni – che si devono rigorosamente rispettare e che servono per far proliferare di volta in volta il materiale musicale di partenza, ma queste regole sono minime e completamente metabolizzate. Inoltre consideriamo chi ascolta la nostra musica e l’ambiente in cui viene riprodotta come parte integrante del processo musicale.

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EAR: PERCEZIONI AD OCCHI CHIUSI – intervista a Simone Tosca di Elena Vairani

Tra i nomi che spiccano sul programma dell’edizione 2006 del Netmage, compare quello dell’artista visivo Simone Tosca, trentaduenne piacentino, molto attivo tra Bologna e Milano. Dopo alcuni anni di formazione come batterista punk, dal 2002 si dedica propriamente a quella che lui stesso definisce arte sonora digitale. Vincitore del Premio Iceberg 2005 e autore dell’immagine coordinata di Netmage 2005, torna quest’anno al festival con EAR, uno studio sulla percezione retinica, basato sulla sinestesia.

Elena Vairani: All’edizione 2006 di Netmage presenterai EAR, che tu stesso definisci un ‘ambiente luminoso’, un progetto frutto della ricerca sulla percezione visiva ad occhi chiusi. Ce ne vuoi parlare?

Simone Tosca: Come artista visivo mi sono sempre dichiaratamente occupato di pittura, anche se nel caso di Ear, ho voluto mantenere una linea più legata alla tradizione del disegno; trovo che tutto ciò che ha a che fare con la percezione retinica della realtà abbia di conseguenza a che fare anche con il concetto di pittura. Non c’è niente di meglio dei coni e bastoncelli per fare pittura!

In ogni caso non parlerei proprio di “ricerca”, il rapporto che mantengo con il lavoro è sempre empirico e si basa ogni volta su un mio preciso modo di vedere le cose; in questa occasione ho semplicemente passato molto tempo a osservare fonti di luce diretta e valutarne le conseguenze estetiche, ma il risultato non è mai imitativo nè scientificamente attendibile. Da ciò che vedo prendo quello che mi interessa. Il resto lo metto momentaneamente da parte.

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Elena Vairani: Come è nata la collaborazione con l’azienda leader nella ricerca sul light design, viaBizzuno, che ha partecipato all’allestimento della tua opera? E più in generale, in che rapporto è secondo te oggi l’arte con l’industria? Si può parlare di una sorta di ‘mecenatismo contemporaneo’ ?

Simone Tosca: L’incontro con Mr. Mario Nanni e lo staff di viaBizzuno , è merito di Daniele Gasparinetti, con cui ho già collaborato in passato tramite Xing. Di persone come Daniele ce ne saranno sempre troppo poche, è veramente l’incarnazione del link! Lo stesso si può dire di viaBizzuno. Non sono molte le aziende in grado di permettersi collaborazioni di questo tipo, specie di questi tempi, sotto ogni punto di vista, tecnologico, economico e soprattutto della sensibilità: hanno capito perfettamente cosa volevo realizzare e non si sono limitati ad “allestire” la mia opera, ma hanno avuto una parte attiva fondamentale per quanto riguarda la produzione. Purtroppo questo si verifica troppo di rado ed è un peccato, l’industria potrebbe aiutare il mondo dell’arte contemporanea ad uscire dalla nicchia dentro cui si è chiusa e l’arte potrebbe aiutare l’industria ad ottenere quello “spessore” che solitamente, per ovvi motivi, non possiede. L’ambiente della moda è forse attualmente più ricettivo.

Elena Vairani: Questa tua ultima opera continua in un certo il percorso intrapreso già in altri lavori, per un ‘possibile sistema di lettura acustica’ delle opere attraverso il ‘campionamento di immagini e suoni umani’?

Simone Tosca: Il campionamento sta alla base di tutto quello che ho fatto finora. Non è però inteso “alla Bourriaud”, o perlomeno non in senso stretto. Mi occupo sia della produzione che della post-produzione, il mio metodo è sempre quello di andarmi a prendere quello che mi serve dove lo si trova, che siano immagini o suoni. Il discorso della lettura acustica non è strettamente legato alla pratica del campionamento, si tratta di una linea di lavoro che ho tenuto in passato e che prevedeva una corrispondenza tra la riconoscibilità cromatica delle parti che componevano le immagini e quella sonora. Il tutto si basava su un rapporto diretto tra quello che si vedeva e quello che si ascoltava, anche se era praticamente indecifrabile al pubblico, i riferimenti erano quelli della notazione musicale. Ora sono a una fase successiva, dove il rapporto tra le due cose è meno rigoroso ma anche meno schematico. Mi diverto molto di più.

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Elena Vairani: Esiste una gerarchia tra i diversi elementi che danno vita alle tue performance? cioè il punto di partenza è sempre l’elemento visivo o capita che sia il sonoro?

Simone Tosca: Parto sempre dalle immagini. In futuro però mi piacerebbe fare il contrario, ma occorre che ne abbia il motivo e attualmente non ce l’ho. Dovrò perdere un po’ di tempo a riguardo.

Elena Vairani: Hai partecipato al Netmage anche lo scorso anno e vestivi anche i panni di autore dell’immagine coordinata del festival; c’è qualcosa secondo te che caratterizza in modo particolare l’edizione di quest’anno rispetto alle precedenti?

Simone Tosca: Chi può dirlo! Forse gli organizzatori possono avere un’idea più o meno circoscritta a riguardo, ma l’alto tasso di sperimentazione di Netmage rende difficili le considerazioni di questo tipo. Per farti un esempio: non conoscevo molto bene la produzione dell’ Antiopic e l’anno scorso, dopo l’incontro pomeridiano con i tranquillissimi titolari della label, non credevo di certo che uno dei due alla sera mi avrebbe disintegrato i timpani con una session di rumore puro sparato a 180 decibel! Mi aspetto veramente di tutto…


http://www.sinistri.org/starfuckers/manuel.htm

http://www.sinistri.org/

http://www.sinistri.org/sinistri++/

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