Se la musica ha la possibilità di svincolarsi a suo piacimento dall’ambiente nel quale si propone, le opere riconducibili alla sound art hanno, invece, un rapporto forte e radicale con lo spazio in cui si manifestano. Questo è un dato di fatto assoluto, anche se molti spesso se ne dimenticano colpevolmente, nonchè uno dei temi più forti e interessanti del dibattito tra fruitori attenti, artisti e addetti ai lavori.

Un ruolo importante in questo contesto è, quindi, ricoperto dalle gallerie d’arte, luoghi dove i lavori nascono, evolvono e trovano visibilità verso il pubblico. Anche in Italia esistono alcune (pochissime) gallerie che si sono sempre dimostrate attente a valorizzare all’interno dei loro spazi i lavori esposti, in funzione del loro rapporto sia con il pubblico che con l’ambiente/spazio di fruizione dell’opera. Ho avuto il piacere di proporre alcune domande a Carlo Fossati direttore della galleria e/static di Torino che, in anni di attività si è rivelata come una delle più interessanti realtà in Italia, mantenedo sempre alto il livello delle mostre e dei progetti esposti, legati alla sound art sì, ma non solo, come ci tiene a sottolinere il suo fondatore e direttore. Un percorso spesso difficile quello di e/static, ricco di soddisfazioni e di tantissime difficoltà, all’inseguimento di un sogno utopico che però dopo sette anni è ancora vivo e vegeto, e chi si prepara a un 2006 di ulteriori cambiamenti e crescita.

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Julius:, “2 x black” , 2001

Luca Bergero: Come e con quali obbiettivi nasce il progetto e/static?

Carlo Fossati: Come tutto cominciò…è una storia lunga, un po’ troppo complessa per pretendere di dipanarla in poche righe. Gli obiettivi: prima di tutto, creare qualcosa che non c’era, di cui io per primo sentivo la mancanza, “uno spazio per l’arte del tempo presente”, come tutt’ora recita la nostra carta intestata, di fianco al logo di e/static. Il nome stesso, a volerlo analizzare, è programmatico: una specie di neologismo, formato utilizzandone due parole già esistenti, con significati molto precisi. Estasi (da cui estatico) deriva dal greco ekstasis , ‘uscir fuori di sé’; anche stasi deriva dal greco antico, stasis , a significare, come si sa, una situazione di immobilità, che contrasta, apparentemente con l’estasi. Ma io vedo i concetti espressi da queste due parole come elementi di un rapporto osmotico: le idee sono dinamiche, elusive, ed è necessario, ogni tanto, per poterle ‘vedere’, fermarle, anche soltanto per un periodo limitato di tempo, in una forma o in una situazione ben precise, entrambe in relazione allo spazio in cui si trovano…

Luca Bergero: E/static è frutto di una ben riuscita riconversione e rivalutazione architettonica in un complesso industriale di Torino. Osservando il contrasto tra gli edifici decadenti esterni alla galleria e la rinascita interna degli spazi espositivi ho provato una sensazione particolarmente positiva. Quale importanza ha poter usufruire di spazi con caratteristiche storiche e morfologiche come quelle di e/static?

Carlo Fossati: Io questo spazio l’ho cercato a lungo, senza neanche saper bene cosa stessi cercando, ma mi è bastato un giorno vederlo da fuori, vedere le grandi finestre, per intuire che era quello giusto. Cosa che mi è stata confermata da tutte le esperienze che vi hanno avuto luogo in tutti questi anni, ogni volta con grande naturalezza, direi, e ogni volta in modo diverso da tutte le altre. Bisogna considerare che questa tipologia di spazi industriali, risalente ai primi decenni del secolo scorso, era concepita per dare la massima luce naturale possibile a chi vi lavorava. Venivano quindi costruiti per volumi ampi, in modo molto semplice, con grandi finestre alle pareti e lucernari sui tetti. Tutte cose che funzionano benissimo anche per un utilizzo molto diverso, come può essere l’allestimento di un certo tipo di opere di arte contemporanea. E, incidentalmente, il modo in cui sono state costruiti garantisce anche le condizioni migliori per la realizzazione di opere, o performance, con una forte componente sonora, grazie a un’ottima acustica, soprattutto sui volumi bassi o medi.

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Akio Suzuki, ‘analapos’, 2003

Luca Bergero: Durante l’ultima edizione di Artissima a Torino, e/static era presente con lavori di Steve Roden e un’importante installazione di Hans Peter Kuhn, rivelandosi uno dei migliori stand della manifestazione. Essersi dedicati intensamente all’arte basata sul rapporto suono/immagine/ambiente può essere il vero punto di forza della vostra galleria?

Carlo Fossati: Non saprei dare una risposta. Sì, credo che nel tempo si sia instaurata una sorta di associazione automatica fra il nome della galleria e il termine che viene sempre più usato per definire un certo tipo di ricerca fra arti visive e suono, creando un’attenzione particolare verso il nostro lavoro. Ma non sono sicuro che questo sia soltanto un fatto positivo, temo anzi che si crei un luogo comune, un rapporto causa-effetto che potrebbe portare a pensare e/static come uno spazio ‘specializzato’ in sound art… Questa cosa vorrei scongiurarla, perché non voglio sentirmi limitato: mi interesso delle cose che mi piacciono e mi danno stimoli, e le promuovo, abbiano o no il suono fra le loro componenti.

Luca Bergero: Un’opera riconducibile alla sound art ha spesso la necessità ed il presupposto di nascere e svilupparsi in un luogo ben preciso. Come galleria, oltre ai lavori espressamente concepiti per voi, riproponete anche opere ideate per altri spazi. E’ preferibile cercare di ricreare la sensazione del luogo originale o la sorpresa nel vedere come un opera reagisce allo spazio che la contiene? Ritieni più significativa la flessibilità di un’opera nell’adattarsi a differenti luoghi o la capacità dell’ambiente ad adattarsi alle opere?

Carlo Fossati: Altro discorso molto complesso. Per cominciare, non è accaduto molto spesso che e/static proponesse opere già ‘ideate per altri spazi’: me ne vengono in mente davvero pochissime, che comunque entravano sempre in una ben precisa relazione, oltre che con lo spazio, con opere del tutto nuove, creando così un ‘sistema’ assolutamente autonomo e in fondo irripetibile… Questo non è uno spazio-contenitore, non ne ha la vocazione, secondo me, e io non l’ho mai usato in quel senso.

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Paolo Piscitelli, “cores mix1″, 2001

Luca Bergero: Quale pensi sia il rapporto tra la sound art italiana e mondiale? Intravedi una nuova crescita artistica interna al nostro Paese?

Carlo Fossati: Ad entrambe le domande rispondo: non ne ho proprio idea! Fra l’altro, questa espressione così ripetuta recentemente, che io uso sempre con molta cautela, sta sempre più perdendo il suo senso originario (ammesso che ce l’avesse) proprio perché viene applicata a troppe cose spesso molto diverse fra loro. Credo che si stia riproponendo quanto già avvenuto con il termine ‘arte concettuale’: fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 fu creato per definire, con una certa proprietà, il lavoro di un ristretto numero artisti che avevano davvero molto in comune, poi venne sempre più usato a sproposito, fino all’inflazione e alla definitiva perdita di senso.

Luca Bergero: Se il circuito della sound art è dominato dai “grandi nomi”, quanto credi sia importante la valutazione di forme emergenti di espressione? Come deve svilupparsi l’attitudine dei nuovi artisti verso le gallerie?

Carlo Fossati: Ma davvero il ‘circuito della sound art’ è dominato dai “grandi nomi”? Non sarà piuttosto che questi (soprattutto alcuni di loro) sono bensì gli unici a cui si possa applicare, sia pure con cautela, questa definizione, per motivi storici soprattutto, e quindi gli altri, i nuovi, non dovrebbero preoccuparsene più di tanto? Per quanto mi riguarda, lavoro sia con artisti ‘storici’, come Julius, Kuhn, Fox, Suzuki, che con altri più giovani, come Roden, Piscitelli, Yui, Petitgand. Per me è fondamentale ignorare gli steccati anagrafici, e quando mi è stato possibile ho messo in relazione ‘giovani’ e ‘vecchi’, sia nell’ambito di una collettiva che in quello performativo. E i risultati sono stati sempre molto soddisfacenti: un esempio fra i tanti, il ‘piccolo concerto’ di Julius con Miki Yui lo scorso aprile, che fra pochi mesi verrà pubblicato in cd. Penso comunque che un artista dovrebbe essere molto accorto nel scegliere la galleria alla quale eventualmente rivolgersi, per proporsi.. Dovrebbe cioé essere molto bene informato sulle sue attitudini, per evitare imbarazzi ed evitarsi delusioni.

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Christina Kubisch, “Kopenhagen”, 2004

Luca Bergero: Dalla tua esperienza di direttore pensi che l’interesse per sound art sia in crescita verso un pubblico maggiormente eterogeneo o è ancora legata agli “addetti ai lavori”?

Carlo Fossati: Se devo giudicare dalle risposte alle iniziative di e/static, posso dire che certe cose sono piaciute da subito ai visitatori più affezionati, quelli che seguono l’attività di questo spazio dall’inizio. Poi il numero dei visitatori è cresciuto, e sempre manifestando apprezzamento per le mostre che gli si proponevano. A proposito degli “addetti ai lavori”….ma chi sono costoro? Molti critici, curatori e giornalisti non è che si siano buttati sulla novità (relativa peraltro, parliamo dell’Italia): Forse pensavano a una curiosità, a una manifestazione di snobismo culturale che sarebbe venuta meno prima o poi, salvo cercare di saltare sul treno in corsa quando le mostre dedicate a certe cose diventavano un po’ più frequenti, qualche collezionista stava cominciando a comprare..

Per quanto mi riguarda, fra i cosiddetti addetti ai lavori, in questo campo della ricerca artistica, rispetto molto Daniela Cascella, per quello che ha fatto, per quello che ha scritto e per quello che di sicuro ancora farà e scriverà. E’ informata, rigorosa, acuta nell’osservare e giudicare, ha una serietà nel lavoro che la distingue nettamente dalla maggioranza dei critici/curatori italiani, giovani e meno giovani.

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Steve Roden, “moon gatherers”, 2002)

Luca Bergero: Quali sono le principali difficoltà e le maggiori soddisfazioni nel curare una realtà come e/static?

Carlo Fossati: Le difficoltà sono tante, non sono mai mancate, non mancheranno mai, e gli impegni che si devono prendere per cercare di risolverle sono davvero troppi, e continuano ad aumentare. Le soddisfazioni ci sono, ovvio, più rare, ma vere, reali. Spero soltanto che i primi non prevalgano troppo sulle seconde, per non rompere quell’equilibrio, spesso molto tenue, che ti permette di continuare. Diciamo che la più grande soddisfazione è constatare che e/static c’è ancora, dopo sette anni, e sta ancora crescendo. Ma già il solo fatto che esista, che sia stato realizzato un progetto che poteva sembrare quasi utopico (lo dico senza presunzione: ho cominciato senza alcuna certezza di riuscire, e tanti si aspettavano un fallimento a breve termine…) è la soddisfazione più importante, quella che basterebbe da sola.

Luca Bergero: Puoi darci qualche anticipazione sull’attività di e/static nel 2006?

Carlo Fossati: Akio Suzuki a febbraio/marzo (un’installazione in galleria e un percorso ‘otodate’ all’esterno, nella città); Christina Kubisch ad aprile/maggio; Dominique Petitgand a maggio/giugno. Dopo l’estate la seconda personale di Miki Yui, dopodiché cambieremo spazio, sempre rimanendo in quella zona di Torino, il quartiere Aurora. E’ giunta l’ora di fare questo passo, per cercare nuovi stimoli e anche per dare una nuova forma all’attività di e/static: non una rivoluzione, ma una rifondazione di sicuro sì!.

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