C’è un nuovo film nelle sale. O forse no. La risposta europea alle spy stories e agli action movies americani. Ha un titolo accattivante, United we Stand, risulta diretto da un nuovo talento ed è interpretato da Ewan Mc Gregor e Penelope Cruz. Ma ne siamo davvero così sicuri? Lo annunciano le pubblicità disseminate nelle riviste di settore e sulle locandine affisse in città come Barcellona, Berlino o New York. Il sito dedicato lo conferma. Ma il film dov’è?

Il film non esiste. Come non esiste il progetto della Nike di customizzare e rinominare in Nike Plaz una nota piazza di Vienna. Come non è esistito un artista di nome Darko Maver qualche anno fa. Come non esiste un organo ufficiale del Vaticano che corrisponde all’indirizzo web www.vaticano.org… Eppure, un duo di artisti interessati alle dinamiche dei media si è divertito a farci credere il contrario. E noi tutti ci abbiamo creduto.

United we Stand è il film inesistente di cui stiamo parlando, l’ennesimo progetto che rivela la fondamentale inattendibilità dei media nell’epoca della comunicazione in tempo reale e del video-verità. Attraverso un sito curato nei minimi dettagli, affissioni e annunci pubblicitari, è stato attivato un reale passaparola su un oggetto non reale ed è stata monitorata la “riposta mediatica” tramite una serie di videocamere pronte a cogliere le reazione della gente comune di fronte ai classici cartelloni pubblcitari sparsi tra Barcellona, Berlino e New York (e presto in altre città). L’esperimento è diventato una mostra ed Eva e Franco Mattes, ovvero 0100101110101101.ORG, ce ne hanno parlato in occasione dell’inaugurazione (evento piuttosto unico per un artista elettronico italiano) alla Postmasters Gallery di New York .

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Monica Ponzini: Da dove è nata innanzitutto l’idea di “United We Stand”?

01: Siamo affascinati dalla cultura pop come chiunque altro e il cinema oggi è la forma di comunicazione più popolare e riconoscibile. Abbiamo provato a immaginare il simbolo dell’Europa unita in un contesto “pop”, sostituendo la bandiera americana con quella europea, e il risultato è stato qualcosa di allucinate, quasi ridicolo. Pensiamo ad esempio alle bandiere di Jasper Johns o ad altri simboli classici dell’americanità, come Mount Rushmore su cui sono scolpiti i volti dei primi presidenti. Perché l’iconografia patriottica americana è comunemente accettata mantre se applicata all’immaginario europeo diventa ridicola? Perché siamo immuni agli estremismi patriottici o piuttosto vittime di un complesso di inferiorità?

Monica Ponzini: Come avete strutturato il progetto a livello mediatico?

01: Abbiamo lavorato come dei produttori che studiano una campagna promozionale. Questo vuol dire a livello urbano campagne massive di attacchinaggio in capitali europee e in altre città del mondo, un sito che utilizza la stessa retorica ed estetica dei siti cinematografici, pubblicità su riviste di settore e una campagna virale in Internet attraverso siti e blog.

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Monica Ponzini: Il sabotaggio mediatico è il vostro forte: cosa pensate col senno di poi dei vostri progetti tipo Nike Ground o Vaticano.org, autentiche “truffe”, falsi via web?

01: Non esistono falsi, ma solo false attribuzioni. Qualsiasi notizia è di per sé tendenziosa. Questi progetti rivelano l’essenza della diffusione delle notizie. E qualche volta essere sinceramente falsi è meglio che essere falsamente veri. Noi a un certo punto dichiariamo la natura del nostro operato, gli altri non sempre…

Nei nostro progetti precedenti c’era una netta distinzione tra la creazione della notizia falsa e il successivo svelamento. In questo progetto il momento della finzione e quello della cosiddetta realtà coesistono: lo spettatore è allo stesso tempo fruitore e parte dell’opera. E lasciamo una serie di domande aperte che ogni spettatore “chiude” a modo suo: quello europeo pensa che il film sia una parodia della propaganda americana, quello americano che sia una parodia dell’Europa….

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Monica Ponzini: Dopo il “remix”, che per esempio Lev Manovich considera come un fattore importante dell’estetica contemporanea, anche se troppo spesso portato all’eccesso, voi sostenete ci sia lo “sharing”. E’ lo sharing dunque la prossima marca distintiva della produzione artistica?

01: La gente attribuisce troppa importanza agli “strumenti”. C’è meno remix adesso che nel passato: esistono infatti interi generi musicali, come il country o il blues, che si basano interamente sul riarrangiamento continuo di melodie e testi creati in precedenza. La cultura stessa è plagiarismo e riapproprazione, non esiste il genio isolato dal mondo e ispirato dalla musa, ma solo persone che remixano all’infinito ciò che è già stato detto e fatto in passato. La condivisione è innata nella cultura umana: abbiamo condiviso da sempre.

Ed è quello che facciamo anche noi con i nostri progetti: rinunciamo a un nostro stile e a una nostra estetica e adottiamo di volta in volta le sembienze di qualcun’altro, l’Unione Europea, la Nike, il Vaticano… siamo camaleontici, il che in realtà ha poco a che fare con le nuove tecnologie in sé.

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Monica Ponzini: Vi siete concentrati fin’ora sulla net art perché trovavate la Rete un mezzo veloce, privo di mediatori e di enorme diffusione. Continuate su questa linea? In che direzione si muovono i prossimi progetti?

01: Intanto United We Stand è in piena lavorazione e transiterà anche per altri paesi. Per quanto riguarda Internet, lo consideriamo uno strumento utilissimo, ma mentre i nostri lavori di net.art erano creati specificamente per la Rete, ora abbiamo allargato il raggio d’azione e lavoriamo “con ogni medium necessario”. Il messaggio è il messaggio, me ne frego del medium.


www.unitedwestandmovie.com

www.postmastersart.com/

www.0100101110101101.org

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