Uno scenario forse inaspettato si presenta in questo periodo al visitatore della città di Siena che, sulle orme della tradizione medievale, arrivato in Via di Città viene sorpreso da una situazione inconsueta. Dall’androne dello storico Palazzo delle Papesse, eretto nella seconda metà del ’400 e oggi ancora poco noto ai più come Centro per l’Arte Contemporanea, si affaccia con prepotenza una voce stridula, che intona una canzone mandata a velocità raddoppiata: subito lo sguardo dalla pietra viva passa curioso alla scultura di monitor da cui ha origine la voce.

Il video, strappato, sgualcito, dai colori d’ispirazione pop, mette in scena una cantante scompigliata e a tratti isterica che tiene banco con la sua strofa quasi incomprensibile all’interno dell’imponente portone spalancato su una delle strade più battute del centro, facendo scivolare l’ospite inconsapevole nel primo, vivace cortocircuito percettivo che nel seguito del nostro viaggio troverà adeguato sviluppo. Attraverso le costanti incursioni audiovisive nelle sue mostre di questi ultimi anni e in particolare attraverso Invisibile , allestimento del 2004, il Centro delle Papesse ha dedicato ampio spazio e interpretazione a opere la cui capacità interattiva, l’impronta estetica della cultura digitale e il carattere “spettacolarmente” ambientale hanno portato all’attenzione del pubblico le tendenze più attuali nel campo dell’arte in video e delle più recenti tecnologie applicate al linguaggio audiovisivo.

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Il Palazzo delle Papesse ha mostrato di apprezzare le potenzialità attrattive di autori sperimentali e accattivanti come ad esempio Olafur Eliasson, e ora un titolo seducente come Guardami. Percezione del video sembra iscriversi in un percorso curatoriale coerente che vale subito una visita nella sua superba cornice. Ancora fino all’8 gennaio 2006 il Centro presenta infatti un percorso dinamico attraverso una produzione artistica incentrata sulle molteplici capacità espressive del linguaggio video: se da una parte la presenza di opere caposaldo dell’arte in video funziona da ricognizione storica – vi ritroviamo ad esempio Nam June Paik, Bill Viola, Gary Hill, Pipilotti Rist – dall’altra la scelta di porle in relazione, lungo gli spazi del museo, a lavori appartenenti alla generazione di artisti più recente ne attualizza l’interpretazione e riaccende il confronto tra codici percettivi.

Gli occhi mobili e scrutatori di Tony Oursler, nell’installazione Creation/Destruction, ci interrogano subito sulla nostra disponibilità percettiva all’arte in movimento, soprattutto laddove, come nel caso di questo ambiente intrecciato di video sculture, non si tratti di “tipiche” proiezioni a parete o su schermo – che comunque durante il percorso incontriamo, come il bellissimo video di Sefir Memisoglu ( Untitled ) e lo straniante Julie di Mika Rottenberg. Presente anche Studio Azzurro con uno dei primi esempi di Sensing ambients ( Tavoli, perché queste mani mi toccano?), benchè il codice di comunicazione tra installazione e visitatore non emerga chiaramente e dunque il potenziale espressivo dell’opera rischi di rimanere silente.

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Altri lavori vedono l’influenza dei linguaggi figurativi come la pittura, il disegno e le tecniche di animazione. Se Marzia Migliora ed Elisa Sighicelli con Pitfall inventano una corsa dentro un bosco animato come tableau vivant in video, l’installazione The Greeting di Bill Viola rappresenta un incontro affascinantissimo tra video e stilemi compositivi della rappresentazione pittorica del 1500. I rimandi e le assonanze tra le opere sono davvero costanti, come alla pittura l’idea di Niamh O’ Malley per lo spazio del bookshop: la proiezione di un volo di rondini oltre la finestra rannuvolata dipinta sul muro, a moltiplicare i punti di vista e alterare la percezione dell’ospite che, muovendosi tra i vari ambienti, colleziona dai finestroni ritagli di un paesaggio urbano in dialogo costante con le opere distribuite in ogni spazio del museo.

Guardami infatti è un percorso narrativo interessante non solo per i lavori presenti in allestimento ma anche per la capacità del Centro di mettersi in gioco completamente, interpretando con grande versatilità i suoi spazi, in particolare quelli più affascinanti quali il “caveau” (Jessica Bronson), le misteriose “grotte” scavate nel tufo (Bianco-Valente), l’altana (con un programma di arte), ma anche i più impensati, come appunto il bookshop, l’entrata e gli spazi di transizione.

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Alcuni lavori creano infine luoghi speciali propri: alla tavola di Mona Hatoum il ribaltamento dei livelli di significato ci incanta – pur provocando Deep Throat un senso di disgusto – mentre Al cuor non si comanda di Giovanni Ozzola, Playhouse di Janet Cardiff & George Bures Miller e Latitude di Cotterrell sono ambienti in cui il video è soltanto uno degli elementi che ci conducono a un senso di immersione.

E’ sempre più chiaro che la fruizione dell’arte rappresenta un’esperienza in cui la sensazione di pieno godimento estetico risulta dall’alchimia di diverse componenti, quali il carattere personale e sociale e le condizioni ambientali dell’esperienza: affascinato da un’opera l’osservatore assorbe questi aspetti in un unico stato, rendendola memorabile e lucida come un insight che non desidera altre interpretazioni.

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