Due cose su Thomas Brinkmann sono note ai più: la prima è che il musicista tedesco è uno dei più innovativi sperimentatori sonori degli ultimi vent’anni all’interno delle scena minimal techno, la seconda è che proprio per questo motivo è sempre rimasto un artista ai margini del grande giro, dei cachet da capogiro, delle tournè mondiali, delle produzioni più o meno commerciali.

Thomas Brinkmann è ciò che si può considerare l’antidivo della musica elettronica moderna, sempre così autocelebrativa e di culto, tipico personaggio pionieristico che da sempre lavora nell’ombra, molto meno conosciuto di tanti altri suoi celebrati colleghi, ma proprio per questo più affascinante e sicuramente influente su intere generazioni di musicisti techno.

Anche la storia artistica di Brinkmann è una specie di puzzle i cui pezzi sembrano trovare oggi (o per lo meno solo negli ultimi anni) finalmente la giusta disposizione nel quadro generale della sua carriera. Insofferente ai dogmi e alle forme troppo ristrette di disciplina sin da giovane (ama raccontare di come venne cacciato dalla scuola d’arte di Dusseldorf per le sue idee moderne e radicali), è stato uno dei primi che nei lontani anni ottanta incominciò a lavorare sulle linee ritmiche della musica elettronica, ottenendo, grazie a un meticoloso lavoro tecnico su strumenti e tecnologie dell’epoca (oggetto di vanto sono i suoi piatti muniti di doppio braccio meccanico, ma molto importante fu anche l’uso di un doppler effect per ottenere sonorità dub) tecniche di remix assolutamente all’avanguardia per i tempi, grooves complessi, effetti sonori sorprendenti, ricerche sula voce mai sperimentate.

Il tutto unito a uno stile e a una sensibilità innati. In anticipo sui tempi di almeno un decennio, fu solo nel 1997 che però Thomas Brinkmann fece della sua attitudine una vera professione, grazie ai remix pubblicati per Plasticman (suo mentore nel sentiero della musica techno minimale) e per il conterraneo Mike Ink.

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Da questo momento la carriera di Brinkmann ebbe una svolta, sia in termini commerciali con la nascita della sua prima Label, la Ernst oggi diventata Max-Ernst, sia in termini artistici grazie a una serie di lavori prodotti sotto diversi pseudonimi (Ernst, Esther Brinkmann, Soul Center sono solo alcuni dei più conosciuti), sempre nel solco di una ricerca sonora a cavallo tra sound art, sperimentazione e attitudine dance. Tantissime produzioni, dalla pionieristica serie monotona e ultra minimale, conosciuta per le copertine arancioni dei vinile e i nomi di donna nei titoli (senza dimenticare la rigidità ritimica di questi pezzi tutti a 133 battute al minuto e a 33.333 Rpm come lunghezza di rotazione del piatto), alle esplorazioni techno-funk più recenti, passando per gradini intermedi e coraggiosi, come il progetto Soul Center, che hanno sempre rivelato l’indiscusso talento di Brinkmann nell’ utilizzare innesti e variazioni sia sulle trame ritmiche così come sulle ambientazioni dei suoi pezzi.

Due lavori negli ultimissimi anni lo hanno portato però nell’olimpo dei grandi: Klick del 2001, compendio maturo di anni di ricerca e di estetica glitch minimale, e Tokyo + 1, più incentrato su una profonda e definitiva ricerca sul suono. Brinkmann è forse giunto oggi a un ulteriore punto di svolta, seguendo una nuova frontiera pop melodica e minimale, come riflette il suo ultimo lavoro Lucky Hands e come emerge non solo dalla sua recente collaborazione con la musicista georgiana TBA, ma soprattutto dall’intervista che mi ha concesso in un bar di Milano, in compagnia della sua agitatissima cagnetta e di qualche birra di troppo….

.Mk: Thomas, tu sei considerato soprattutto un musicista, la tua ricerca del suono e il tuo lavoro è sempre stato molto apprezzato per lo spirito di ricerca unito a una qualità musicale molto elevata. Ti ho visto dal vivo suonare molte volte, anche con TBA, e vorrei sapere qualcosa in più su questo progetto .

Thomas Brinkmann: Io e TBA abbiamo alcuni progetti crossover insieme, ma non molto per il momento. Nel mio nuovo album mette la voce in quattro tracce ma per il momento stiamo producendo in modo indipendente. Ci influenziamo in altro modo, ci confrontiamo da punti di vista molto differenti sul nostro lavoro. Dal vivo è accaduto che in Francia, mentre lei suonava il suo materiale dall’album Annulé, la gente iniziò a ballare; lei però non era preparata ad andare avanti per cui intervenni io. Rimase però molto colpita dall’atmosfera che si era creata, dalle possibilità, dalla capacità di fare muovere le persone grazie a un set techno. Decidemmo quindi di provare a salire su un palco insieme. Al momento ancora nulla è preparato, ma ci stiamo lavorando; il gioco per ora è quello di muoversi da un set all’altro, e non è così detto quale dei due sarà più potente dell’altro.

Mk: Sei conosciuto per il tuo uso innovativo di tecniche innovative di remix, per creare nuovi suoni, nuovi loops, nuove groves, costruendo i tuoi stessi strumenti. Ti piace ancora oggi sperimentare con questi strumenti nonché ovviamente con le nuove tecnologie digitali?

Thomas Brinkmann: Molto nel corso della mia carriera mi hanno etichettato come un dj. Penso però che la sperimentazione non è tipica di un dj, e io non mi sento un dj in questo senso. La mia attitudine è sempre stata quella di creare musica non pensando troppo a che tipo di prodotto produco o cosa accadrà dopo, sia su un disco che su un palco. Non sai come lo prenderà il tuo pubblico, se piacerà o meno. E’ uno spirito, quello di tendere verso la sperimentazione, per me è uno spirito vitale e creativo.

Mk: Pensi che nel corso della tua carriera sei riuscito a colmare il gap tra arte/sperimentazione sonora e quello che comunemente viene chiamato musica techno? Musicisti come te o Pole o Mike Ink, sono considerati una sorta di ponte in questo senso.

Thomas Brinkmann: No, direi di no, non penso di essere riuscito a costruire in modo definitivo questo ponte tanto agognato. Forse si riesce a passare vicino a questo punto, ma il problema è che bisogna farlo in continuo, non solo una volta o per un periodo breve nel corso di una carriera. Mi rendo conto di essere felice anche solo per essere riuscito ad arrivare vicino qualche volta a questo picco, molti artisti non ce la fanno nel corso di tutta una vita, forse offuscati dalla lotta per emergere e fare soldi. Io sicuramente ho percorso delle strade che nessuno ha percorso prima, ho fatto variazioni su uno stile musicale come la techno che è molto semplice e popolare, e di questo sono felice.

Mk: Quale può essere il prossimo passo, quale l’ulteriore direzione nella musica elettronica di domani?

Thomas Brinkmann: Beh, la risposta è semplice. Non c’è bisogno di ulteriore ricerca, c’è bisogno di un nuovo “movimento”. Nel 1995-1997 tutto era in movimento, c’era una nuova situazione, una democratizzazione degli strumenti digitali, potevi realmente fare da solo le tue strutture sonore e creare un vero e proprio disco, suonarlo in giro e c’era una generale atmosfera di freschezza. Sta accadendo ora quello che è accaduto con la musica degli anni ’70 e ’80 che è implosa su se stessa per dare spazio alla musica elettronica. Oggi sta accadendo la stessa cosa, non stiamo raggiungendo nessun nuovo livello e non c’è più quella freschezza e quel movimento artistico di qualche anno fa, per cui qualcosa di nuovo dovrà accadere. Mi azzardo a dire che la maggior parte delle produzioni attuali sono quasi noiose, quando sei abitutato a sentire le stesse linee di basso per così tanto tempo, forse arrivi a percepirle come noiose. C’è bisogno di una rottura ulteriore, di recepire nuove esperienze, godere di maggiore libertà espressiva non vincolata dall’uso di tecnologie digitali preconfzionate e omogeneizzate: oggi si fa quello che si vuole, o si vuole quello che si fa? A mio avviso la seconda..

Mk: Hai mai pensato di donare a tua musica, il tuo modo di approcciare la musica e la ricerca, a installazioni sonore o progetti multimediali?

Thomas Brinkmann: Beh, ho lavorato con alcuni registi di cui ho composto la colonna sonora, ma ho lavorato anche su progetti di integrazione tra video/luci e suoni. Se però fai musica in genere sei focalizzato su questo; io sono molto interessato a tutto ciò che è arte elettronica ma non sono realmente coinvolto in produzioni artistiche in questo senso. Ho però lavorato su un installazione spaziale con 8 speakers e 8 canali, insieme a Markus Schmittel; la musica si muoveva su una sorta di linea virtuale, come un tune, che noi muovevamo all’interno di una stanza, con l’aiuto di ingegneri e tecnici del suono, qualcosa di molto complesso e profondo proprio a livello fisico. Ho anche un’altra idea di progetto, quella cioè di mettere la forma negativa di un’onda sonora in un cunicolo di cemento di 15 metri di altezza e larghezza (!!!), in cui il pubblico può camminare per essere completamente assorbito dal suono. Ho contatti con alcuni sponsor, specialmente nel sud Italia o nella zona di Montecassino (Thomas vive in Italia da molti anni, ndr) in cui ci sono molte aziende coinvolte nell’industria del cemento (!!!)

Mk: Ho una domanda da parte di un amico musicista. Sei partito facendo musica negli anni ’80, ma hai iniziato a produrre musica nel 1997. Cosa hai fatto nel corso di quegli anni? Come è possibile per un musicista elettronico vivere oggi con la propria musica?

Thomas Brinkmann: Quando ho iniziato nel 1979-1980 la gente mi diceva che ero pazzo, nessuno voleva suonare o lavorare con me. Vivevo in una piccola cittadina in Germania dove la gene non era proprio aperta culturalmente; ho mandato in culo la scuola d’arte perché mi sentivo limitato in questo senso. Accade però che verso la fine degli anni 90 la situazione era cambiata completamente e quello che facevo da anni improvvisamente andava bene, anzi ero considerato come un precursore ed ebbi modo di lavorare molto, comprando strumenti, buoni sound systems, sintetizzatori, costruendo i miei stessi strumenti. Più tardi ancora sono riuscito ad aprire la mia label. Se credi in qualcosa devi perseguire per quella strada, e oggi è comunque molto più facile che vent’anni fa..

Mk: Quale oggi la tua sensazione come artista quando sei su un palco a suonare, quando produci la tua musica o quando gestisci la tua etichetta?

Thomas Brinkmann: Cambia sempre il mio feeling, anche se spesso mi trovo a mio agio a suonare in un club o in un festival. Sono stato ultimamente al festival Interferenze e ci sono stati molti disguidi, come non mi era mai capitato. Non si trovava l’albergo, nessuno lo conosceva, nessuno sapeva del festival e dove si doveva suonare, ma quando ho finalmente suonato c’erano circa 700 persone che ballavano alla mia musica ed è stata una delle nottate più incredibili della mia vita, nata senza nessuna prospettiva. Questo è una sensazione incredibile, e la puoi raggiungere anche in studio o lavorando sulla tua propria etichetta, al tuo progetto artistico in generale. Non ci sono regole, e io non le voglio avere.


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