“C’è un tempo per ballare” – dalla Bibbia (Ecclesiaste 3:4)

“In the beginning, there was Jack. And Jack had a groove. And from this groove came the groove of all grooves” – da Can U Feel It di Mr. Fingers.

Cosa distingue un dj set bello da uno brutto? Quando un dj è bravo? Chi è un bravo dj? Domande apparentemente legate ad un giudizio soggettivo ma che in realtà nascondono una serie di canoni estetici non indifferenti.

Se come scrivono Frank Broughton e Bill Brewster nel volume Last Night A Dj Saved My Life, l’origine del djing risale addirittura alla figura dello sciamano delle antiche civiltà, una figura mistica in un tempo in cui ballo e religione erano strettamente legati, allora il dj assume un ruolo decisamente diverso, carico di responsabilità verso il suo eventuale pubblico. Solo in tempi relativamente recenti il ballo è stato allontanato dai culti religiosi per le ovvie implicazioni sessuali che porta con sé ma è sempre stato parte integrante di molte ritualità. Detto questo, se avete avuto modo di vedere le rare immagini della folla danzante durante un dj set di Larry Levan al Paradise Garage nel documentario Maestro, non vi sarà difficile capire che un dj set vissuto, partecipato e intenso non può non essere altro che un’esperienza adrenalinica collettiva, una sorta di rito celebrativo di istintiva animalità.

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Ecco spiegata la paura della religione nei confronti del ballo, la paura della perdita di controllo, la paura di mettere in contatto un semplice essere umano con l’infinito, con il “tutto” rappresentato da Dio. Durante il ballo non ci sono mediazioni, non c’è ragione, c’è solo celebrazione. Il ritmo primordiale, il più semplice e istintivo é il suono di una cassa ripetuto in battere di 4/4, qualcosa che ci riporta al battito cardiaco, alla fonte stessa della vitalità fisica: il suono della cassa ci fa’ battere il piedino e a muovere la testa.

Questi primi movimenti quando sentiamo un ritmo sono il “traghetto” verso il ballo. A quel punto serve qualcuno in grado di traghettarci verso l’esperienza partecipata del ballo, qualcuno che ci faccia perdere i nostri freni inibitori, che provochi in noi una serie di azioni-reazioni bio fisiche che ci trasportino verso una trance edonistica assoluta. Ciò può avvenire in molti modi ma c’è bisogno di un buon “traghettatore”. Il dj appunto. Se EGLI non è in grado di portarci nel modo giusto verso la nostra “La La Land” ideale, allora possiamo aiutare l’esperienza con l’uso delle droghe ma è un’esperienza forzata, in qualche modo più mistificata che mistica.

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Ecco perché la musica dance, la musica per il corpo, può e deve farci perdere la nostra dimensione terrena anche senza nessun additivo. Dobbiamo esigere qualcosa di più che uno svogliato dj set di routine ma allo stesso tempo dobbiamo lasciarci andare e lasciarci guidare dal fluire del ritmo e degli stimoli auditivi e sensoriali che la musica può trasmetterci. Ecco quindi che se vogliamo godere appieno della musica abbiamo bisogno di un buon dj. Un dj capace di suscitare in noi voglia di ballare e di far parte di un rito collettivo. Il misticismo applicato al djing non è una novità, abbondano i parallelismi nella storia della musica dance: un brano come God is A Dj dei Faithless, dove il club è paragonato ad una chiesa e si profila l’idea che il dj operi secondo schemi divini, riassume nella sua semplicità l’intero concetto. Alcuni brani della prima house music erano fortemente incentrati su tematiche mistiche e giocavano su un immaginario quasi gospel (Promised Land di Joe Smooth inc. ad esempio).

Ma tornando a noi: quando siamo di fronte ad un buon dj set? Semplice, il requisito principe per un buon dj set dovrebbe essere una buona selezione. Dove per buona selezione si intende una selezione passionale, una sequenza di brani che creino un flusso ritmico e melodico capace di stimolare in noi scariche di adrenalina e di farci fluttuare con la mente in qualche luogo lontano mente il nostro corpo si muove quasi autonomamente. La selezione può essere così buona da non dover richiedere alcun tipo di mixaggio, dovrebbe reggere già da sola un intero set. Il mixaggio in battuta, a tempo, dovrebbe essere una tecnica per rendere il tutto più gradevole, per dare modo ai brani di incastrarsi in un discorso più ampio e uniforme.

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C’è poi da dire che un dj particolarmente abile tecnicamente può rendere interessanti anche dischi mediocri ma è un caso piuttosto raro, appannaggio di pochi eletti. La combinazione tra selezione e tecniche di mixaggio è quello che rende un dj completo. La selezione dev’essere frutto di uno scambio continuo di emozioni tra pubblico e dj, il dj deve interpretare i gusti del pubblico ed avvicinarli ai proprio, scambiarsi le emozioni, flirtare e arrivare ad un apice quasi orgasmico. Il mixaggio può essere personalizzato, può essere a tempo o armonico o entrambe le cose, l’importante è che sia sempre di accompagnamento, non deve mai infastidire, non deve diventare mero sfoggio tecnico.

Il dj set è un viaggio e dev’essere più piacevole possibile, usando un termine inglese dev’essere “smooth”. Ma anche avventuroso. Un dj set avventuroso è quanto di più eccitante possa esserci, scegliere la musica solo perché sta bene mixata insieme è uno dei più grandi errori che si possano fare, un errore che tiene alla larga da possibili scivoloni tecnici ma che porta spesso a seconde scelte, a scelte forzate. Tecnica, passione, selezione, sensibilità. Tutte parole essenziali per un buon dj set.

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In questi giorni dove troppi produttori e/o musicisti diventano automaticamente dj per l’hype suscitato dalle proprie produzioni, dove i dj sono soprattutto PR, dove il flyer e gli sponsor sono più importanti del contenuto della serata, dove suonare il disco più nuovo ed esclusivo è la cosa più importante, dove ogni singolo appassionato musicale può improvvisarsi dj dopo aver “downloadato” il mondo dalla rete, dove il dj jukebox “suonatore di hit” è l’eroe dei discobar e dove la commerciale è ritenuto un genere a se stante, in questi giorni dicevo è diventato davvero difficile trovare dj set autenticamente “sciamanici”.

Difficile ma non impossibile. La prossima volta che entrate in un club non pensate a dove vi trovate, a chi c’è in consolle, non pensate a richiedere al dj i vostri hit preferiti, lasciatevi guidare, lasciate che il dj torni ad essere dj, incoraggiatelo ad essere originale…solo così si può aiutare questa malandata club culture, tutta lustrini e poca sostanza. Solo così si tornerà a ballare veramente.

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