In un’era nella quale le scienze, attraverso la tecnologia, sono diventate produttrici di immagini estetiche, non dovrebbe stupire se in campo artistico accade di imbattersi in lavori che assomigliano a operazioni di ingegneria genetica o a esperimenti di laboratorio.

Di fronte a certe operazioni, spesso il nostro senso estetico, ma anche etico, viene messo in crisi, costringendoci a ridefinire i confini tra mondo animato e inanimato, e portando anche a rivedere le definizioni di soggetto e oggetto. La bio art, arte che manipola i meccanismi della vita, non ha un preciso manifesto tematico e racchiude in sé progetti molto diversi, che possono rifarsi alla biotecnologia tanto dal punto di vista dei contenuti quanto da quello delle metodologie applicate. Anche ad Ars Electronica 2005 Jens Hauser, curatore di diverse mostre sulla bio arte e autore del libro L ‘ Art Biotech, ha tenuto una conferenza: Bio Art – Taxonomy of an etymological monster, testimoniando fin dal titolo la difficoltà che sussiste nel poter dare dei parametri o limiti entro cui situare i lavori di bio art.

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Circa una decina di anni fa le opere di bio art si basavano sull’iconografia delle forme d’arte convenzionali, anche per il confronto con il pubblico che difficilmente sarebbe riuscito a definire arte certi oggetti. Si presentavano sotto forma di immagini genetiche e sculture raffiguranti creature virtuali. Per lungo tempo un sinonimo di bioarte è stato arte genetica, come nel lavoro D N A11, dove la base della vita viene codificata e poi riprodotta sotto forma di icona visuale. Basta infatti consegnare un campione di DNA, utilizzando un apposito kit, e DNA11 crea su questa base un’immagine grafica sicuramente unica, quanto irripetibile.

Ma le conoscenze in campo scientifico sono andate oltre: sono state fatte scoperte, per esempio, nei campi della coltura della cellula e del tessuto, della neurofisiologia, della biorobotica, della sintesi di sequenze di DNA artificiali, e di xenotrapianti.

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Creare vite artificiali può avere due differenti approcci: uno che utilizza codice immateriale, e uno, più innovativo, che confronta la biotecnologia con un’applicazione in campo pratico, fisico. Il concetto di vita descritto come codice sta perdendo fascino e si sta facendo strada l’utilizzo concreto di materiale organico. Difficilmente le simulazioni al computer di processi biologici si possono ancora chiamare bio art. E artisti di arte transgenica si muovono in direzione di un utilizzo sempre maggiore di materiale organico. Fra questi Eduardo Kac che con il progetto GFP Bunny, ha dato vita ad Alba, coniglio transgenico che esposto a una luce particolare diviene fluorescente .

Secondo Hauser uno degli effetti essenziali della “mutazione”, alla quale la bio art si è sottoposta recentemente, è che essa si spinge verso una rimaterializzazione dei prodotti. Questo non significa che vi sia un processo di regressione verso un’arte centrata sull’oggetto: avviene piuttosto che, invece di rappresentazioni grafiche o figurative, vengono ora messi in atto processi di trasformazione sotto forma di performance; cercando di stabilire relazioni fra biotecnologie e condizioni economiche, politiche e sociali. La bio art, oggi, si situa fra il regno simbolico dell’arte e quello della vita vera.

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Un altro aspetto della bio art rimaterializzata, sta nell’usare il proprio corpo come terreno di gioco, come avviene nella body art. L’estetica diventa quindi invasiva, come nel progetto del duo francese Art Orienté Object, che sta programmando una trasfusione di sangue filtrato di panda.

Artisti di body art, a loro volta, si avvicinano alla coltura dei tessuti; Stelarc per costruirsi un orecchio extra, e Orlan per creare colture di pelle ibrida di diversi donatori di etnie differenti; entrambi collaborando con il gruppo australiano di ricerca TC&A (Tissue Culture and Art Project). Bio art e body art hanno anche in comune il fatto che le loro opere sopravvivono nel tempo sotto forma di foto o video documentari.

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Infine Hauser rileva l’impossibilità di legare la bio art a una definizione unica, e a specifici procedimenti o materiali. Essa è prima di tutto un’arte della trasformazione in vivo che manipola “materiali genetici”. Un esempio che illustra questa complessità è l’installazione performativa Disembodied cuisine di TC&A. Nel corso della mostra L’Art Biotech è stato fatto quiindi un esperimento al fine di produrre carne senza mietere vittime. Gli artisti hanno coltivato tessuti sintetici partendo da cellule di muscolo di rana, e hanno quotidianamente nutrito e curato queste colture cellulari, in un laboratorio allestito all’interno dello spazio espositivo. Dopo otto settimane, nello stesso spazio hanno cucinato le minuscole fettine di pseudo carne come un piatto di nouvelle cuisine, servendolo a ospiti-cavie che si fossero offerti volontari per l’insolita cena. Rane vive, risparmiate al massacro e in seguito liberate, osservavano il processo da acquari posti sui muri.

Sebbene quindi le argomentazioni di Hauser siano chiare, mi sembra che non sia ancora definito il ruolo che dovrebbe avere l’artista, se egli debba contribuire alla produzione di conoscenza o se il suo intento debba essere quello di mettere in guardia sui possibili usi impropri della genetica. I bio artisti sembrano interessati alla relazione di queste aree di ricerca con il panorama sociale, ma la questione resta in sospeso; anche perché gli artisti sono in grado di reinventare costantemente il proprio ruolo.


www.dna11.com

www.ekac.org

http://artorienteobjet.free.fr

www.t c a.uwa.edu.au

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