L’arte che sceglie le nuove tecnologie, l’innovazione tecnologica che diventa innovazione linguistica trova il suo spazio d’elezione in uno degli eventi più attesi di questo autunno milanese: Techne 05, mostra internazionale promossa dalla Provincia di Milano con cadenza biennale giunta alla sua terza edizione che, dal 1999, raccoglie alcune fra le esperienze artistiche più raffinate e mature di questo campo.

Tuttavia, se la prima edizione proponeva un viaggio nel mondo delle videoistallazioni, tra opere classiche e sperimentazioni di ultima generazione e la seconda si concentrava sull’interattività in Italia, l’edizione 2005 si propone di indagare i rapporti tra l’immagine video, analogica o digitale, e le sue possibilità “oltre lo schermo”. Forse un caso e forse no se si pensa all’importanza del “visibile” nella nostra cultura come ha pure testimoniato il Festival Filosofia di quest’anno; di fatto una scelta dagli esiti a tratti incerti che in parte disattende i tecnoentusiasti e di contro si attesta su posizioni consolidate e spesso discutibili.

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La tecnologia non è qui una presenza indiscreta, invasiva, ma si presenta quale assunto consolidato del fare artistico. Curata da Romano Fattorossi, storico promotore anche di Invideo, in collaborazione con il settore cultura della Provincia di Milano, Technè si apre, o si chiude a seconda, con un bel lavoro di Studio Azzurro allestito all’ingresso dello spazio: premono, spingono, cadono, si rialzano e ci riprovano, i naufraghi della nostra contemporaneità, a superare quel confine invisibile eppure invalicabile.

Nata a cavallo tra due millenni quest’opera induce ancora a riflettere sui confini che si disfano, ma ancor di più su quelli che continuamente si spostano e si creano. Il percorso è però tutto centrato sull’installazione video di Bill Viola, ormai celeberrimo artista statunitense, fortemente voluto dall’organizzazione della rassegna milanese. Ingente lo sforzo per l’allestimento dello spazio curato nei minimi dettagli secondo le precise indicazioni dell’artista che presenta, per la prima volta in Italia, Ascension. Inquieta rappresentazione dell’eterno ciclo di vita e morte i cui confini sembrano dissolversi come le bolle d’aria fluttuanti intorno al corpo sospeso e inerte in una luce di caravaggesca memoria, l’opera occupa il posto d’onore della galleria, immersa come in un acquario in cui lo spettatore pure sente mancarsi il fiato nelle profondità di acque sconosciute.

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A Mario Canali il cambio di registro con M.OTU, installazione interattiva ispirata al tradizionale sport giapponese del Sumo. Costretti ad assumere la tipica posizione dei corpulenti lottatori, si siede l’uno di fronte all’altro, le mani tese sul tavolo di gioco con al centro un monitor sul quale è visualizzata l’area di gara. I contendenti, rappresentati da due pedine, si studiano per sfidarsi a colpi di emotività attraverso il rilevamento di battito cardiaco e microsudorazione cutanea. Vince chi riesce a far uscire l’avversario dal dohyo, mantenendo la calma mentre una proiezione consente al pubblico di seguire sullo schermo l’andamento emotivo dell’incontro.

Un gioco appassionante, frutto della lunga ricerca dell’artista sulle Macchine per l’inconscio, incluso nella retrospettiva che gli sarà dedicata dal 17 marzo al 14 maggio presso l’Arengario di Monza. Da quest’anno infatti Techne estende i suoi confini al territorio della provincia oltre che della città, in sette ambientazioni eccellenti: lo Spazio Oberdan, cinque tra i Centri culturali stranieri (Centro Culturale Svizzero, Forum Austriaco di cultura, Istituto Cervantes, le centre culturel français), l’Hangar Pirelli che ospiterà il Tableau vivant – Flute Magique di Gabriele Amadori (24, 25, 26 febbraio 2006) e l’Arengario di Monza. Sette ambientazioni per quattordici artisti dalle due sponde dell’Atlantico. Dagli autori affermati alle nuove espressioni, non molte in verità, dall’Italia, soprattutto da Milano, e dall’estero: sedici opere tra cui Demolition di Luiz Duva in cui ancora una volta è il confine il tema dominante. La videoinstallazione interattiva consente infatti al visitatore di colpire una parete bianca proiettata su una parete reale schiacciando una serie di bottoni fino alla totale distruzione dell’immagine che lascia intuire la presenza di qualcosa al di là. Un lavoro di grande forza e ironia.

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Del confine parla pure Terry Flaxton, cineasta inglese, che propone un’irriverente banchetto virtuale con finale a sorpresa per chi sa aspettare. Un’interattività delicata e discreta anima Phases, installazione del gruppo milanese Agon, in cui le danzatrici si muovono a ritmi diversi secondo la vicinanza maggiore o minore dei visitatori ai monitor. Su un piano decisamente altro Spoon River di Alessandro Amaducci. Il videomaker torinese racconta incubi allucinati carichi di rimandi e suggestioni dando voce ai personaggi dell’antologia di Edgar Lee Masters.

Parla europeo infine il lavoro di Antonella Bussanich che senza filtri chiede ai giovani di dire con una parola “il mondo di oggi”. Il risultato niente affatto ottimistico, è una giostra di volti e di parole in testa alle quali c’è “guerra”. Con un catalogo curato da Antonio Caronia, uno degli studiosi più attenti dei fenomeni che riguardano l’impatto sociale e culturale delle nuove tecnologie, Techne fa già discutere, ma manca forse di testimoniare con forza quel pullulare di idee che l’era del digitale continua a generare. Qualche speranza viene dal ciclo di incontri dal titolo L’arte nell’era della riproducibilità digitale organizzato in concomitanza con la rassegna presso lo Spazio Oberdan a cura di Antonio Caronia, Enrico Livraghi e Simona Pezzano. Prossimo appuntamento, lunedì 7 novembre per un incontro con Andrea Balzola su “linguaggi ed estetiche nell’era del digitale”.


www.mostrainvideo.com

www.provincia.milano.it/cultura

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