Rechenzentrum, centro di elaborazione dati. Nome francamente più azzeccato per un collettivo di sperimentazione elettronica audiovisiva non ci potrebbe essere, con quel tocco teutonico sempre ricco di fascino per noi italiani e non solo. Tutti coloro che operano e si interessano al mondo dell’arte digitale, hanno imparato e conoscere e apprezzare questo trio berlinese che dall’ormai lontano 1997 ha compiuto molta strada, agendo spesso da pioniere e spartiacque a cavallo tra video arte e musica elettronica, al punto da essere oggi tra i primi a venire sommessamente accusati di avere raggiunto quella sorta di plateaux creativo che ha sempre più spesso i connotati dell’inerzia, o della semplice mancanza di stimoli.

Perché sarebbe stupido e pericoloso non ammettere che la giovane disciplina dell’elettronica audiovisiva sembra sempre più spesso mostrare la corda, in termini creativi, in rapporto a una crescente produzione artistica e a un livellamento tecnico generale. Marc Weiser, musiche e programmazioni, e Lillevan, video e loop, sono quindi profondamente consapevoli di ciò che li circonda, di come si sia arrivati in pochissimo tempo alla necessità di una svolta, o di una profonda presa di coscienza artistica, forse analoga a quella che li spinse a scrivere quel documento programmatico dell’integrazione audiovisiva che ha rappresentato un dogma per molti giovani artisti che seguirono negli anni.

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Senza quindi dilungarsi in una trattazione del loro lavoro e della loro estetica audiovisiva che ha fatto proseliti in tutto il mondo, compendio perfetto e rarefatto di minimalismo estetico, improvvisazione dada e tecniche live e cut up, preferisco lasciare spazio alla loro voce e al loro pensiero. Una conversazione che mi ha portato a comprendere come forse, dopo molti anni di attività, l’evoluzione in corso all’interno del Centro di Elaborazione Dati berlinese, sia molto più profonda di ciò che un semplice show possa mai raccontare

Marco Mancuso: Siete presenti ad Audiovisiva a Milano e negli ultimi anni siete passati più volte dall’Italia. Ricordo Roma, Pisa, Napoli, Palermo e sicuramente mi scordo qualcosa. Cosa significa per voi venire a esibirvi nel nostro paese?

Rechenzentrum: Ci sono effettivamente molti luoghi in Italia in cui siamo stati invitati per performance dal vivo. Ci siamo sempre trovati molto bene, le persone che abbiamo incontrato sono sempre state di mentalità molto aperte, sempre pronte a fruire di elementi anche innovativi da un punto di vista culturale. E in questo includiamo cioè che è oggi l’arte elettronica. Certo, probabilmente si sente la mancanza di un centro di riferimento, di un organo di stampa di riferimento come possa essere il vostro, un luogo fisico che possa fare da centro aggregatore; nello stesso tempo abbiamo però il sentore che il pubblico, e forse anche i media, sarebbero pronti per una svolta che vi possa avvicinare a una realtà analoga a quella degli altri paesi europei. Anche per quanto riguarda la produzione artistica.

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Marco Mancuso: Avete scritto che vi considerate alla stregua di una vera band che si esprime mediante elementi audiovisivi, dando la stessa importanza quindi alle componenti visive e a quelle sonore, portandole su un unico livello, trattando la musica con un approccio visuale e i video come uno strumento musicale. Ma come traducete in pratica questo concetto e questo approccio? Come è possibile capire questo dalle vostre performance?

Rechenzentrum: Beh, noi abbiamo scritto un manifesto su quello che è il nostro pensiero della sperimentazione elettronica audiovisiva. Nei primi anni ’90 c’erano molti club che iniziavano a presentare, al fianco dei loro dj, dei video; e lo stesso valeva all’interno dei festival. Si è reso presto necessario scrivere un manifesto che traducesse il nostro approccio a questo lavoro, che spiegasse chiaramente che per noi è importante che la musica e le immagini camminino insieme, creando un unico evento che non può essere ripetuto, come una sorta di improvvisazione in cui la componente visuale è sempre allo stesso livello della musica e del ritmo. Senza in questo controllare come possa reagire il pubblico, ma lasciando scorrere il tutto con estrema naturalezza. Non c’è una componente tecnica eccessiva nel nostro lavoro come molti credono, c’è molta componente umana, molta improvvisazione, molta visione comune delle cose. Dal vivo ognuno di noi non sa cosa sta facendo l’altro; improvvisiamo sulla base di ciò che sta accadendo sul palco in quel momento. Sulla base delle nostre emozioni

Marco Mancuso: C’è molta improvvisazione quindi nel vostro lavoro e nei vostri show

Rechenzentrum: Sicuramente il live ha una componente di indeterminatezza molto forte, anche se abbiamo cose preparate molto complesse; con un computer a disposizione possiamo scegliere cose già preparate in studio, mixarli nella maniera più opportuna, cambiare solo dei parametri e modificare le ritmiche o gli effetti. Non ci sono forti sincronismi tra audio e video, pensiamo che non ci sia niente di più noioso della sincronizzazione; è come una presentazione di un lavoro, non c’è nessuna componente dal vivo, è tutto bello e perfetto ma non c’è improvvisazione e umanità in questi show. Guarda un’esibizione degli Skoltz Kolgen e capirai cosa intendiamo dire.

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Marco Mancuso: Molte performance in elettronica sono considerate molto belle ma fredde proprio per questa componente di “pre-parazione” che li caratterizza

Rechenzentrum: Appunto, siamo convinti che il fatto di riuscire a presentare uno show unico e singolo in quel dato momento sia la chiave di lettura più importante oggi. Non qualcosa che puoi vedere anche a casa, ma qualcosa di cui puoi godere solo se vieni a sentire e vedere un nostro spettacolo. E’ qualcosa di molto diverso che fruirne da un Dvd.

Marco Mancuso: So che periodicamente collaborate con altri progetti e artisti di diversa natura, siano essi performer, ballerini o coreografi. Quale è il potenziale effettivo di questo approccio al vostro lavoro?

Rechenzentrum: Ognuno di noi in questi anni ha sempre voluto seguire anche altri progetti che lo interessassero, collaborando con altri artisti e riportando all’interno del progetto Rechenzentrum le esperienze vissute. Io (Marc Weiser) collaboro con alcuni ensamble di musica contemporanea, modificando in questo modo la mia stessa idea di musica, il mio modo di comporre musica, molto meno industrial e rudimentale del passato. Sai, non ci aspettiamo di vendere milioni di copie con il nostro lavoro, non pensiamo di diventare ricchi con la nostra attività, non abbiamo una vera label di distribuzione ( la Mille Plateaux che distribuiva il loro lavoro Direcor’s Cut ha fatto bancarotta recentemente) per cui ci affidiamo alle nostre esperienze e a ciò che ci arricchisce veramente. Non cerchiamo di confezionar un prodotto che venda, l’importante è che piaccia a noi e tanto meglio se piace anche ad altre persone; ogni progetto e ogni prodotto finisce nel momento stesso in cui ne sta iniziando un altro.

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Marco Mancuso: Voi siete tra i pochi artisti audiovisivi di un certo livello ad avere portato un vostro prodotto su un supporto Dvd. Cosa ne pensate del mercato potenziale dei Dvd per l’elettronica audiovisiva, ha qualche potenzialità analoga al mercato della musica elettronica nel futuro?

Rechenzentrum: La nostra esperienza con la Mille Plateaux ci ha stupito molto dal momento che avevamo venduto tutte le copie della prima stampa del nostro Dvd eppure la label è fallita. C’è da dire che onestamente non siamo molto interessati a seguire i nostri show su un Dvd a casa e lo stesso penso chevalga per i nostri fan; preferiscono seguire lo show dal vivo, sentirne le emozioni. Il mercato dei Dvd è quindi importante per fare promozione, come dimostrano i recenti progetti della Scape o anche della Shitkatapult, ma non per vendere i propri lavori.

Marco Mancuso: Come vi rapportate con il crescente e spesso frenetico approccio high-tech alla sperimentazione digitale audio-video?

Rechenzentrum: Dobbiamo ammettere che la nostra ricerca spinge in una direzione diversa da quella iper-tecnologica che caratterizza la maggior parte delle sperimentazioni moderne, diversa l’attenzione dalla ricerca tecnica o dalla realizzazione sincronica del lavoro. Il nostro scopo, ciò che ci piace fare realmente, è una versione umana dell’audiovisivo elettronico. Ci interessa scegliere la direzione verso la quale lavorare in modo autonomo, non quella che ci consigliano la Sony o la Pioneer o le grandi ditte di produzione di software e supporti. Quindi anche per questo il Dvd è un supporto che non ci interessa. Nei prossimi dieci anni sarà tutto nuovamente diverso, sia per i supporti audio che per quelli video, nonché per quelli di riproduzione, senza dimenticare tutto quello che si potrà fare scaricando i contenuti dalla rete e rendendoli disponibili su diversi supporti come cellulari o palmari, a velocità crescenti. In questo senso si rischia la sovrapproduzione di contenuti; musicisti e video artisti dovranno stare attenti nel senso che tutti questi supporti richiederanno contenuti, sempre di più e sempre più spesso, tendendo a sminuire e ridurre l’importanza e l’impatto del proprio lavoro. E’ importante tenere sempre presente cosa si sta facendo in quanto artisti.

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Marco Mancuso: Non pensate che, proprio per il vostro ruolo di artisti, sia importante avere anche un approccio al proprio lavoro in termini di comunicazione oltre che un impatto esclusivamente estetico ed emotivo?

Rechenzentrum: Sicuramente come artista tendi a lavorare su differenti livelli; io (Lillevan) scelgo le immagini per differenti motivi, sia perché sono belle ma anche perché comunicano un certo stato d’animo. La pura estetica non è sufficiente, bisogna cercare una narrativa, anche essendo astratti, proprio perché “astratto” significa cercare l’essenza delle cose. Con il suono è lo stesso, non è più difficile e non penso che l’impatto sia meno diretto rispetto ai visual.

Marco Mancuso: Mi chiedo perché la maggior parte degli artisti che usano elettronica, avendo in mano un grande potenziale di comunicazione legato a incredibili tecnologie, non lo usano per convogliare messaggi sociali o politici in modo potenzialmente diretto ed esplosivo.

Rechenzentrum: Ottima domanda, con molteplici risposte. In Sud America per esempio la situazione è molto diversa, molti artisti elettronici hanno molta più attenzione in questo senso. Per rispondere alla tua domanda, uno dei possibili motivi è che si è già costantemente investiti di messaggi di questo tipo un po’ dappertutto e sebbene sarebbero contenuti molto interessanti da valorizzare, il rischio di essere banali è forte. Quando eravamo a Istanbul per uno show, gli Usa attaccarono l’Iraq, ma a noi sembrava stupido e banale inviare dei messaggi come “fuck Bush” in quel momento. Non è il nostro mestiere fare politica. Guarda il percorso compiuto dall’hip hop, nato nei ghetti americani con precise connotazioni sociali e politiche oggi è diventata musica per ricchi papponi e star di colore, e questo non lo diciamo noi ma i Run Dmc in un’intervista a una radio americana.

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Marco Mancuso: Però ammetterete che ci sono pochi artisti nell’ambito dell’elettronica performativa che sono attenti a queste tematiche

Rechenzentrum: Le persone che lavorano con i pc sono quasi degli alieni che lavorano dietro i loro computer e non sono molto attenti o interessati a ciò che avviene nel mondo. Sono super-minimal anche nella loro vita. Senza considerare che la propaganda contro la guerra per esempio è ormai riconosciuta come una serie di belle parole senza significato, qualcosa che va di moda è che è necessario fare per sentirsi meglio. Ovvio che noi siamo contro la guerra, ma sappiamo anche che sono molte le incongruenze nel fare propaganda oggi; forse oggi molti artisti sono disillusi, forse sono pronti a fare la rivoluzione in un altro modo, senza cadere in queste forme di narrativa che si sono già ampiamente dimostrate inutili. Molte nostre scelte, come suonare negli squot di Berlino, in festival con pochi soldi, in cause contro la guerra, sono in funzione di scelte ben precise. Ma è stupido non pensare che molte operazioni come l’ultimo Live Aid siano solo grandi operazioni commerciali non solo per Bog Geldof che ha stretto contratti con oltre 20 televisioni commerciali in tutto il mondo, ma anche per gli stessi artisti partecipanti che in quel periodo hanno venduto milioni di copie di dischi in più o hanno messo sul mercato lavori nuovi come accaduto per i Pink Floyd o per Madonna. A noi, come pensiamo alla nuova generazione di artisti elettronici, tutto ciò non interessa.

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Marco Mancuso: C’è infine un’attenzione crescente dalle istituzioni e del mondo dell’arte contemporanea classica verso l’arte elettronica, performativa e installativa. Quale è il vostro approccio verso questa crescente tendenza?

Rechenzentrum: Effettivamente artisti veri come Carsten Nicolai hanno sfondato questo muro perché erano già degli artisti prima di questo momento di rottura; avevano già un sistema dell’arte alle spalle. Per noi al momento non è molto diverso suonare in un club o in un museo o in un teatro; la cosa importante è che nuovi soggetti e giovani curatori siano presenti all’interno delle gallerie principali per valorizzare sempre di più tutto ciò che è arte digitale. E’ una problema di cambio generazionale. Ma per noi non cambia molto, progettare lavori per una casa occupata o per un museo rimane fondamentalmente la stessa cosa.


www.rechenzentrum.org/

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