Marius Watz, attivo come artista dai primi anni novanta, ha recentemente organizzato Generative X , un meeting di conferenze ed esibizioni concentrate sul computational design, tenutosi ad Oslo a fine settembre.

L’evento è di particolare rilievo poiché risulta il primo concentrato in questo ambito, vantando tra i suoi partecipanti alcuni fra i nomi più importanti del panorama computazionale, quali Casey Reas, Ben Fry, Martin Wattenberg, Golan Levin, per citarne alcuni. Il tema del festival è anch’esso molto interessante poiché pone una domanda fondamentale: qual’è l’attuale ruolo dei software e delle strategie generative nell’arte e nel design? Il festival viene visto come un ‘framework’ nel quale si distinguono alcuni ambiti chiave, ovvero estetica generativa, design basato sul processo, software performativi e in ultimo strumenti costruiti da artisti per artisti.

In particolare sono presenti due sezioni principali denominate ‘Code as Material’ e ‘Code as Method’. Nella prima fanno parte artisti che usano il codice innanzitutto come primaria forma espressiva, che hanno concepito e sviluppato algoritmi per ottenere una personalissima espressione nel risultato. Nella seconda sono presenti invece artisti che hanno in qualche modo teorizzato concettualmente la pratica generativa o costruito software per artisti.

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In un intervista rilasciata da Watz, emergono alcuni punti interessanti sul suo punto di vista che mi sento di condividere, che in parte rispondono a questo quesito. In generale l’accezione Arte Generativa viene vista come una corrente stilistica di produzione di immagini tendenzialmente astratte.

In realtà è più corretto immaginarla come una strategia per una pratica artistica, un modo di pensare ed agire per concepire e realizzare un opera artistica. Questa linea è confermata anche dall’attività di pionieri dell’era pre-computer, per i quali si può sicuramente attribuire un’affinità nel processo produttivo, mentre viene meno una comparazione stilistica o formale. Un altro aspetto interessante riguarda inoltre la separazione fra lavori e artisti facenti parte dell’arte generativa e quelli facenti parte della software-art.

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In effetti il confine alle volte è piuttosto labile, e spesso e volentieri artisti che si occupano di software-art, si sono occupati anche di generative-art. Tuttavia ci sono delle differenze concettuali a livello di framework, ovvero a livello di stimolo iniziale, diciamo filosofico. Nella software-art spesso gli stimoli per concepire un opera sono di carattere politico e sociale, dove ironia, demagogia e satira sono all’ordine del giorno, senza dimenticare che molti artisti che si riconocono in questa corrente espressiva spesso fanno parte del movimento Open-Source, il quale è per definizione schierato politicalmente e socialmente.

Nella generative-art invece gli artisti si focalizzano principalmente su sistemi estetici e formali, dove il software è semplicemente uno strumento per creare il lavoro. La software-art per certi versi emula, dissacra e gioca con le regole del sistema in cui viviamo, mentre la generative-art è un po’ fuori dal nostro mondo a livello di responsabilità sociale, puntando ad una ricerca formale ed estetica dell’opera d’arte che probabilmente solo con il codice non sarebbe possibile ottenere.

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Generatorx mette quindi un punto fermo fondamentale all’interno della biografia dell’arte generativa e della software-art. È chiaro quanto i tempi siano maturi per il successivo passo nel mercato e in un contesto commerciale, inteso come maggiore possibilità per gli artisti meritevoli di sperimentare in questo campo, ed è altrettanto chiara la scarsa considerazione da parte degli organi preposti a diffondere ed incentivare cultura innovativa. Per non parlare di tutto il sistema dei mercanti d’arte.


www.generatorx.no

www.unlekker.net

www.evolutionzone.com

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