Regent’s Park è uno splendido parco situato nel cuore di Londra ma da tre anni, durante il mese di ottobre, non viene più affollato da pigri turisti o inglesi che sperano di cogliere qualche tiepido raggio di sole autunnale. Questa zona verde si trasforma infatti in un enorme art bazar, talmente impetuoso e potente per la propria organizzazione perfetta, da diventare addirittura la più autorevole fiera espositiva d’Europa: oltre 160 gallerie scelte tra le migliori del mondo, espongono i propri artisti più rappresentativi, un vero “paese dei balocchi” per collezionisti, curiosi e profani alla ricerca del nuovo pezzo cult…ma lo sarà davvero?

L’unica critica,non di poco conto, a questa splendida maratona che prende il nome di Frieze Art Fair, è sicuramente la qualità a volte mediocre dei personaggi selezionati. Ciò crea ed alimenta l’odioso divario museo statale/galleria privata, che ha legato e, purtroppo lega spesso e ingiustamente, il primo alla qualità e il secondo alla sperimentazione, non sempre degna di nota. Il Frieze ,che desacralizza il concetto espositivo riportandolo nella realtà quotidiana, in questo caso quello della fiera (ma potrebbe trattarsi anche dell’albergo tematico,della disco-gallery del museo in stazione), un po’ Disneyland un po’ discount della domenica, segue certamente, da primo della classe, il trend positivo e liberatorio che abbatte le ultime barriere tra pubblico-ricevente passivo per un rinnovato prosumer interattivo.

.

Cugino colto del nostro Smau, che potrebbe ironicamente ricordare nella morfologia el gadget, Frieze potrebbe rischiare una tragica caduta nel caos artistico, nella nullologia del quotidiano o addirittura nel grottesco, ma la precisa e impeccabile organizzazione londinese è riuscita, come sempre, a creare un mito: del resto ci appelliamo in coro alla demolizione dell’arte d’elite, arte per pochi, arte colta, in favore di una più vasta creatività che coinvolga la gente in toto, pertanto anche da un punto di vista del loisir…ciò purtroppo crea spesso una pecca di contenuto. Di cui in pochi si accorgono annebbiati dal “tanto e subito”.

In questo senso Frieze è un vero successo. I quattro giorni in cui si snoda l’Art Fair, quest’anno dal 21 al 24 ottobre, sono accesi da musica live,f este private, conferenze e piccoli workshop. Frieze è certamente intrigante, divertente, non troppo fuori dagli schemi, pertanto perfettamente in equilibrio nella sottile linea che bolla (…se smettessimo di farlo…) il mainstream con l’underground, e ciò permette al festival di respirare serenamente in una sfera politically correct che nulla crea e nulla distrugge, tanto meno equilibri prestabiliti tra gallerie e musei.

.

Non c’è nulla di genialmente innovativo in questa fiera, poiché in realtà l’originalità che vi cogliamo è apparsa in molte mostre nell’ultimo decennio, ma sicuramente il mercato trattato dai curatori è talmente vasto da renderne l’impatto invasivo; il modello espositivo classico è seguito senza problemi, ma forse, paradossalmente, Frieze deve proprio a questa serafica”normalità seminuova” il proprio successo.

Nessuno si sogni di denigrare Frieze! Negli ultimi anni infatti,il pubblico che corre a prenotare i biglietti è salito enormemente, i media hanno pubblicizzato sempre più l’evento rendendolo una piccola pietra miliare della stagione autunnale inglese, nonché un appuntamento da non perdere per ogni studente d’arte addetto ai lavori, gallerista o critico. Non è da poco. La terza edizione ha rappresentato quindi un successo annunciato, a sottolineare che gli ingredienti, ovvero creatività, gallerie d’arte anche medie e piccole che spingono nuovi nomi, performance serali, sono giustamente vincenti: il festival è stato consacrato come un business week-end, addirittura tra i più importanti del mondo,almeno dalla press britannica.

.

Enormi stand hanno proposto giovani, vendendone le opere a prezzi relativamente bassi e un buon riscontro di vendite: in un certo senso l’atmosfera non è poi molto diversa da quella di un sabato rovistando tra i mercatini di Portobello Road, non è tutto oro, ma sicuramente qualcosa d’interessante si trova, e, dopo tanto camminare-guardare-sparlare-giudicare, si torna a casa stanchi e contenti.

Dalla sua nascita ad oggi, Frieze ha supportato certamente la creatività anglosassone ed il continuo tormentone che la pone al centro dello sviluppo artistico europeo: una giornalista londinese di successo, Janet Street-Porter, ha sottolineato con arguzia che Mr Blair in persona dovrebbe ringraziare gli organizzatori, Mattew Slotover e Amanda Sharp, per aver usato in modo innovativo i fondi inglesi,trasformandoli in un grandissimo introito sia economico(non stupisce il fatto che il partner maggioritario sia la Deusche Bank) che culturale. Beh,allora grazie mille! Hotel stracolmi, taxy in corsa verso Regent’s Park, prezzi dei voli aerei saliti alle stelle…se si considera questo Festival da un punto di vista turistico,il successo è ovvio.

.

Ma cosa non crea trend quando ha la fortuna di nascere a Londra? I piccoli festival nostrani sono davvero meno validi? Qualcuno s’è domandato se vi fosse reale qualità artistica nelle opere esposte? Purtroppo credo di no. Anche Frieze rientra a pieno titolo nelle operazioni di marketing ben riuscite. Con ciò non voglio assolutamente sostenere il basso valore degli stand, spesso molto interessanti ( soprattutto quelli di alcune gallerie tedesche ed austriache ), ma credo si dovrebbe cercare, pur vivendo l’arte a 360 gradi e perciò immergendo la propria persona in una giornata di divertimento, di essere un pochino critici e capire che non tutto ciò che viene dall’Inghilterra debba essere perfetto ad honorem.

L’Art Fair creata è sicuramente degna di nota, soprattutto perché permette d’esporre anche giovani artisti poco conosciuti, e non i soliti grandi nomi; lasciar spazio a tutti è il motto di questo evento, libertà d’espressione e di scelta. Ciò non accade spesso, e oggettivamente è il punto di forza di maggior rilievo: nessuno può togliere a Frieze il pregio d’essere un contenitore espositivo enorme, di grandissimo rilievo a cui ogni giovane artista voglia prender parte.

.

Infatti,tra i 47.000 curiosi che hanno inondato l’edizione dello scorso mese, oltre a collezionisti e amanti dell’arte, sono stati intravisti anche grandi nomi, tra cui il nostro Maurizio Catelan, Lawrence Weiner, Sir Peter Blake, Anish Kapoor, Grayson Perry; ciò sottolinea innanzitutto l’ottima risonanza data all’evento dai media inglesi, la perfetta organizzazione dei manager, nonché una comunicazione vincente che amplifica Fair-prodotto oltre i confini del paese, per renderlo momento cult in Europa e non solo. Tutti vogliono partecipare a Frieze Fair.

Sicuramente la stampa inglese sa svolgere bene il proprio lavoro, sa come vendere e come vendersi. Frieze-oggetto di culto conscio della propria capacità di auto valorizzarsi, realtà che non stupisce affatto, poiché è l’ennesima esemplificazione di un gran dono del popolo inglese: sapersi abbellire fin troppo bene. Ma Frieze è anche immatura, è bambina che flirta con la stampa, piccola ammaliatrice di masse che inizia a rendersi conto della propria essenza:fiera d’arte contemporanea internazionale, neonata e già d’alto livello.

.

Pertanto la piccola Frieze dall’edizione un pochino “pacchiana” e scontata del 2004 è sicuramente cresciuta, incamminandosi verso una strada che la consacrerà di fatto (e non solo di nome,come accade attualmente) a fiera della qualità, cancellando la vanità che ha creato il solo “personaggio virtualmente valido” ancor prima di collaudarlo. Miracoli londinesi!

L’edizione 2005 ha rappresentato non solo un evento per i feticisti e i presenzialisti ad ogni costo, quanto più una fiera di vendita di opere d’arte visiva intriganti; perciò l’evento è risultato vincente siada un punto di vista economico e mediatico, che qualitativo. Perfino il curatore della (Film)Tate Modern, Stuart Comer, ha applaudito con rispetto la buona riuscita di quella che, a detta dello stesso, è diventata la punta di diamante del mercato dell’arte per collezionisti.

Sicuramente la scaletta di Fair 2005 è stata geniale: la compra-vendita è stata infatti accompagnata da differenti progetti che potessero integrarsi l’uno con l’altro e affascinare ogni tipo di spettatore, i più ingordi sono infatti potuti passare da visioni cinematografiche di Bill Viola, Andy Warhol e Daria Martin fino al concerto(sold out) di musica elettronica di Karlheinz Stockhausen. E non scordiamoci che il marchio Frieze, rivista d’arte di rilievo, punterà ancora più in alto.


www.friezeartfair.com

www.frieze.com

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn