Da un paio d’anni a questa parte la club culture mondiale sta vivendo un periodo di grandi incertezze e trasformazioni. A partire dalla crisi dei superclub inglesi e dalla chiusuradi alcune riviste fulcro dell’industria (Muzik, Jockey Slut) al colpo di coda del moribondo rock’n’roll, la musica dance ha subito un brusco arresto dal punto di vista commerciale.

Vendite di dischi ridotte ai minimi termini e conseguente “smitizzazione” della figura del superstar dj hanno messo in ginocchio un’intera industria rimescolando ancora una volta le carte. Lasciando ancora una volta ampi margini d’azione per una produzione indipendente slegata da logiche commerciali. A farne le spese più di tutti è stata la scena inglese che ha pagato lo scotto dell’eccessiva auto referenzialità, cercando di lanciare a livello mondiale artisti e generi ancora troppo giovani e radicati nell’underground inglese per essere metabolizzati a livello mondiale. Sto parlando di breakbeat, 2 step e grime ma, anche se in misura minore, anche il drum’n’bass ha mostrato la corda.

Gli inglesi ci tengono a innovare ma è innegabile che l’unico vero fenomeno che ha smosso la scena dance/elettronica è stato l‘electroclash.

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Seppure precocemente ripudiato dagli iniziatori e ridicolizzato da un seguente manierismo e da un eccesso di glamour, il fenomeno electroclash ha riportato nella dance, la contaminazione, la voglia di stupire e una sana attitudine a metà strada tra il punk e lo sperimentalismo. Dalle ceneri della breve stagione creativa dell’electroclash rappresentata da un manipolo di etichette (Gigolò, City Rockers) compilation (Futurism) e di artisti (Miss Kittin, Felix Da Housecat, Fischerspooner) sono nati i presupposti per dare spazio sui dancefloor ad innesti apparentemente poco ortodossi nel genere house.

Le contaminazioni che oggi prendono il nome di electro house, di fatto sono un house piuttosto minimale, caratterizzata da suoni vagamente “eighties”, “moroderiani” e pesantemente influenzati dai più diffusi software e plug in tanto amati dalla laptop generation (Ableton Live, Reason, Fruity Loops, ecc.). Questi suoni sono ormai lo standard produttivo della house di consumo. Tutto questo nell’arco di un paio di stagioni che hanno visto crescere la scena tedesca (soprattutto berlinese) a livelli impensabili fino a qualche anno fa.

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Si dice addirittura che Berlino sia contemporaneamente la nuova Chicago e la nuova Detroit. Vero o falso che sia, è certo che in questo momento a Berlino c’è un sovraffollamento di dj e produttori provenienti da tutto il mondo. Dev’essere persino imbarazzante per un dj da quelle parti uscire per un aperitivo e trovarsi circondato da decine di colleghi più o meno noti. Anche artisti già affermati cercano nuova linfa dalle parti di Berlino e cercano riparo in un suono elettronico palesemente teutonico.

Le produzioni minimal techno tipiche della scena tedesca iniziano a mostrare i primi cenni di cedimento, soprattutto a livello di vendite di 12″, tanto che non pochi produttori stanno tentando nuove strade. Nuove strade che per essere percorse attingono ancora una volta al passato. E questa volta non si tratta di manieristici (per quanto divertenti) recuperi new wave ma propriamente di rielaborare una volta per tutte il suono originario di etichette seminali come Chicago Trax e Dj International. Il frequente ritorno alle citazioni “jackin’ house” della prima scena di Chicago e alla prima Detroit Techno indicano la voglia di una generazione di riappropriarsi di un discorso lasciato in sospeso.

Quel discorso lasciato in sospeso quando l’impatto troppo forte di house e techno di fine ’80/primi ’90 aprì la strada ad un sovraffollamento produttivo. Purtroppo nell’arco di poco più di un decennio la techno si è chiusa su stessa generando aberrazioni stilistiche e deliri intellettuali e l’house si è allargata sul più becero mercato pop mettendo spesso il profitto davanti ad ogni intento artistico..

In mezzo a tutto questo un manipolo di geni assoluti di cui conosciamo i nomi hanno seguito strade personali nel corso dei ’90. Ma non ci basta, si è comunque trattato di poche eccezioni. Fenomeni come il big beat non avrebbero mai avuto senso se la scena dance elettronica (quando house e techno erano una sola cosa) avesse seguito il suo corso underground. Nel 2005 entrambe i generi (e relativi sotto generi) sono giunti a un punto di rottura, sono pronti a collidere nuovamente uno verso l’altro, rendendo ancora una volta possibile il sogno di una nazione sotto un solo groove…Jack è tornato. Jack Your Body!.

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