Katrina e Rita sono gli ultimi uragani che hanno riportato in primo piano il tema del cambio climatico. Tale fenomeno viene spesso associato alle catastrofi naturali: sintomi del pericolo di un’alterazione radicale, graduale ed inesorabile dei parametri ambientali terrestri (temperatura e modificazione dell’atmosfera, biodiversità, composizione idrogeologica in primis), con la conseguenza della creazione di un nuovo ambiente ostile alla popolazione terrestre.

Sono innumerevoli gli studi specifici sul tema, portati avanti da diversi centri di ricerca sparsi in tutto il mondo (ma principalmente negli Stati Uniti, nel Nord Europa e nel Giappone). Le analisi possono avere come oggetto di studio singoli fiumi (il Colorado, con uno studio che recupera dati dal 1950 al 1999 e li proietta al 2010–2039, 2040–2069, 2070–2098, in Climatic Change 62/2004), oppure regioni e interi territori nazionali (ad esempio sei bacini idrogeologici della Gran Bretagna, Journal of Hydrology 270/2003, oppure il Sud dell’Elba, Journal of Hydrology 267/2002), oltre all’analisi di più lunga tradizione sulla coppia oceano-atmosfera (interessante la critica a questo modello in Journal of Thermal Biology, 1-2/1995).

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Per queste ricerche, l’emergenza principale è la rilevazione degli “indizi” del cambiamento climatico e, per la loro risoluzione, l’individuazione delle principali cause del mutamento. Per operare in questo senso, uno dei primi strumenti elaborati è stata la messa a punto di diversi organisational and safety climate inventories (OSCI), “inventari” di dati climatici che possano recuperare dati statistici ambientali nel passato – fintantoché possibile – e integrati con quelli attuali per potere simulare al meglio mutazioni future di ecosistemi e le possibilità di riadattamento degli esseri umani.

Tali studi sono contraddistinti da una rilevante attività di autocritica poiché basati su un elevato grado di interdisciplinarità (dalle scienze fisiche a quelle sociali, tra le quali: la storia, l’archeologia fino alle discipline politiche più speculative) e su metodologie recentissime (a partire dagli anni Ottanta) che lavorano su dati spesso incerti, utilizzando inoltre lo strumento aleatorio della simulazione info rmatica. A tali problemi, di natura prettamente scientifica, devono aggiungersene altri di origine economica, vale a dire un insieme di incognite predittive legate agli scenari economici globali, geopolitici e demografici (cfr. Energy Policy , 4-5/1995). Basti citare uno studio comparativo che dimostra come la Norvegia, territorio considerato comunemente resistente al mutamento climatico, si rivela vulnerabile se applichiamo diverse scale di misurazione (utilizzate, per esempio in Canada ed in Danimarca), oppure come sia più vulnerabile in alcune regioni rispetto ad altre (Climatic Change 64/2004).

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I risultati scientifici e i possibili interventi di rimedio vanno contestualizzati in una serie di problemi d’intervento politici e di riorganizzazione amministrativa che giungono spesso ai livelli mondiali – modificare infatti l’agenda politica dello sviluppo globale non è un compito semplice. I quesiti fondamentali, emersi lungo la breve storia degli studi sul cambiamento climatico sono:

-Come integrare le valutazioni scientifiche con quelle politiche?

-Quale grado di territorialità necessitano gli interventi (locale, regionale, nazionale, globale) e da chi devono essere attuate le politiche di anti-mutamento?

-Quanti e quali scenari devono essere presi in considerazione e quali devono essere considerati attendibili ed in base a quali parametri comuni e probabilità?

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Un modello comunicativo ideale tra il mondo scientifico e quello politico non esiste, ma il lavoro che la Swiss Academy of Sciences (SAS) ha portato avanti a partire dal 1988 è esemplare. Partendo da un forum scientifico sul tema del cambiamento climatico mondiale (PROCLIM del 1988), la Svizzera ha costituito un gruppo parlamentare (nel 1996) fino ad istituire un gruppo consultivo sulle ricerche e sulle politiche attuative in materia (OcCC, nel 1997), il quale ha i compiti di: giudicare e osservare l’evoluzione mondiale del clima e i meccanismi del mutamento, di valutare quali siano le priorità d’intervento ed infine suggerire le posizioni di negoziazione della Svizzera con gli altri stati mondiali.

Da questa esperienza, ogni stato può astrarre e riapplicare i tre principi che hanno guidato la filosofia di tutte queste commissioni: la credibilità delle commissioni stesse, la cura della salienza dei risultati e la solerzia nella legittimità degli interventi.


www.proclim.ch/Misc/ParlGrClimateChange.html

www.occc.ch/index_e.html

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