Prevedere il futuro è una delle attività fondamentali del pensiero dell’uomo perché prevedere significa progettare le attività in modo efficace, con risparmio di energia, evitando errori a volte letali.

Per questo motivo sono state fondate alcune facoltà e centri di ricerca di Future Studies, la cui attività principale è quella di coltivare scenari per il futuro e riflettere su questi sforzi di progettazione. Questi studi si collocano in una sorta di limbo tra le scienze politiche, la sociologia teorica e speculativa, e le scienze economiche (soprattutto l’economia dello sviluppo). Uno studioso di nome David J. Brier, della University of Hawaii at Manoa, ha messo in luce un interessante implicito della disciplina dei future studies, ponendo un quesito che interessa tutte le discipline che si occupano di attività di previsione del “futuro”. Brier, in “Marking the future: a review of time horizons” , una ricerca apparsa sul numero 37 di Futures (del 2005), ha indagato la distanza dell’orizzonte temporale considerato come “futuro” dai futurologi, ovvero in quanti anni possiamo quantificare l’intervallo temporale tra il presente e il futuro.

Infatti molte ricerche teoriche, pur non difettando di analiticità negli scenari di previsione, non specificano quando comincerà, secondo gli autori, tale “futuro”.

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La ricerca è stata condotta per questionario e-mail in diverse fasi di recall, rivolto ad autori pubblicati dal The Knowledge Base of Futures Studies, Advancing Futures, e negli ultimi due anni dalla rivista Futures and the Journal of Futures Studies, dai membri della World Future Society and the World Future Studies Federation, da uno staff selezionato del Finland Futures Research Centre, dal Copenhagen Institute of Futures Studies e dall’ Institute for the Future and Futuribles International and faculty at the University of Houston-Clear Lake’s.

Tale studio ha evidenziato alcune dinamiche ricorrenti che hanno aumentato il grado di consapevolezza della disciplina stessa. Innanzitutto Brier ha notato come bisogna distinguere tra ricerche accademiche e ricerche applicate. Generalmente i futurologi che lavorano all’interno di organizzazioni aziendali delineano scenari a breve termine, anche perché le esigenze dei clienti sono più immediate e specifiche. Mentre i futurologi che operano all’interno delle accademie possono permettersi tempi più distanti e una panoramica più ampia della previsione che considera non solo problemi industriali o tecnologici, ma anche politici, ambientali e naturalmente sociali. Tuttavia, in generale la media è per entrambi tra i 20 e i 50 anni.

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I parametri ricorrenti, che determinerebbero il cambiamento da presente a futuro, sono inoltre da ricercare in mutamenti sociali connessi a fattori economici e di innovazione tecnologica generalizzata (interessante che il futuro dei futurologi non venga imputato, ad esempio, a possibili sovvertimenti culturali). Le fonti che permettono ai futurologi di delineare gli scenari futuri sono costituite sempre meno da studi sociologici di confronto tra generazioni (termine ormai fuorviante in un’era di giovani-disillusi e di anziani-ringiovaniti) e sempre più e in studi demografici di simulazione sulla popolazione attuale. Un’altra fonte che non viene certamente celata perché evidente è la letteratura fantascientifica che come tutta la letteratura si è sempre proposta come zona franca di esercizio immaginifico, applicata, nella sua declinazione, al futuro.

Rimane comunque una diffusa consapevolezza del concetto di fenomeni di interazione, ovvero che la previsione rimane sospesa fintantoché non viene immersa in fenomeni empirici i cui effetti sono tanto più imprevedibili quanto più la distanza temporale aumenta. Un ottimo futurologo si distingue da un cattivo futurologo perché “the bad one thinks only in the time frame of his life span. The good one thinks only in terms of a time he knows he shall not see”, così come sostiene Bertrand de Jouvenel, il fondatore dei Future Studies (nella citazione finale dello studio di Brier).

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