“Due ragazzi di West London a cui, tra le altre cose, piace fare film insieme”. Questa è la definizione che danno di loro stessi i due artisti britannici Oliver Payne e Nick Relph. Hanno esordito entrambi giovanissimi (22 e 24 anni) nel 1999 con il film Driftwood, un viaggio nella Londra dei nostri giorni.

Il loro sguardo sulla città è quello di chi la vede per la prima volta, di chi ne subisce la fascinazione, ma non solo. Il punto di vista è quello di chi percepisce la città da un’angolazione diversa (entrambi gli artisti sono legati al mondo dello skateboard): marciapiedi, stazioni, infrastrutture sgradevoli alla vista, ma anche fiori che sbocciano. Questo è il “contorno” di Londra, i luoghi in cui le persone vivono. Girato con mezzi assolutamente lo-fi, Driftwood mescola tutti questi elementi in modo onirico, forse un po’ naif. Una serie di associazioni di idee-immagini, con una voce narrante che racconta il percorso e parla della città. Il loro intento è quello di fare bei film, film “fatti con il cuore” come dicono loro stessi. Ma già a partire da questa prima produzione, e poi con le successive, si vede che nei lavori del duo britannico c’è molto di più.

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Parlano della vita contemporanea, della cultura giovanile che sta diventando cultura delle grandi compagnie e multinazionali, di controllo sociale e rivolta personale, un confronto tra problemi individuali e la realtà in cui siamo immersi. Driftwood termina con queste parole: “costruisci il tuo cammino nella città: segui gli odori, i rumori, qualunque cosa. Se un desiderio può trasformarsi in una attività fisica, allora combatti le restrizioni sociali che si sviluppano così rapidamente e agisci secondo i tuoi desideri. Nel nome del tuo cuore, distruggi i simboli dell’Impero.”

Se quindi Driftwood parla della dimensione cittadina, House and garage (il titolo si riferisce sia ai generi musicali che all’aspirazione di possedere una casa con garage) è il suo corrispettivo per quanto riguarda la periferia, e Jungle, come è intuibile, ci racconta il “contryside”.

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I loro riferimenti alla musica dance non sono affatto casuali. La musica è parte del loro linguaggio ed è proprio quest’ultima che spesso ispira i loro film. Per Mixtape del 2002, hanno affermato che ciò che volevano realizzare era un “film che fosse come un rave al cinema”. E’ una celebrazione della giovinezza e una voce contro la sempre più ingombrante presenza nella cultura giovanile delle multinazionali e delle marche, che si insinuano dentro ciò che è nato spontaneamente perché sta diventando un fenomeno “cool” e presumibilmente fonte di guadagno. Payne e Relph vogliono celebrare l’altro lato della questione, quello che loro chiamano “the pure, raw cane sugar”.

Gentlemen (2003) ha sempre questo tipo di approccio. Payne e Relph stavolta hanno filmato il cambiamento che sta avvenendo a Carnaby Street, uno dei simboli di Londra. I vecchi negozi stanno cedendo il passo ai vari Starbucks e Gap. La novità è nell’atteggiamento con cui i due ci mostrano questo cambiamento. Il passaggio è visto con un certo senso dell’umorismo. Abbracciano l’arrivo di questi marchi considerandoli una possibile fonte di rinnovamento, punti di incontro dove si incrociano pensieri.

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Oliver Payne e Nick Relph (il quale è entrato recentemente a far parte del gruppo di Mark Leckey, DonAteller) provengono dalla cultura punk e ne hanno sicuramente mantenuto l’atteggiamento. Sembra che una certa vena nichilista li accompagni sempre. Nei loro incoraggiamenti a distruggere c’è sempre però la volontà di ricostruire, accettando le enormi contraddizioni e costrizioni che ci sono imposte. I due artisti vogliono cannibalizzare la “cultura giovanile” delle grandi compagnie per poi risputarne fuori una assolutamente nuova, pura e libera. Un romantico grido di lotta celato da un atteggiamento (apparentemente) distaccato e disfattista.


www.theblowup.com/nickoliver/main.htm

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