“La danza come specchio e testimonianza di alcuni valori che emergono con forza dalle contraddizioni e dalle frontiere del mondo d’oggi: il dialogo tra le culture, l’impegno civile per la convivenza tra i popoli, la ricerca di rinnovate connessioni tra Est e Ovest, Nord e Sud, il confronto tra i linguaggi dell’arte e della scienza, della tradizione e delle nuove tecnologie, dell’identità e della globalizzazione.”

Con questa introduzione impeccabile e socialmente all’avanguardia il presidente Paolo Baldessari con i direttori artistici Lanfranco Cis e Paolo Manfrini ci preparano ad assistere all’edizione 2005 del Festival Oriente Occidente , da venticinque anni crocevia delle più importanti tendenze della scena performativa contemporanea che avrà luogo dal 1 al 10 settembre 2005 nelle città di Trento, Verona e Rovereto. A danzare al Teatro alla Cartiera e nel Centro storico di Rovereto il gruppo malgascio Up the Rap. Direttamente dal Madagascar, a testimonianza dello sviluppo “a macchia d’olio” dal Bronx newyorkese all’Europa, da Tokyo all’Africa, del movimento hip hop e della sua progressiva globalizzazione, questo gruppo, che mutua il nome dal Festival Up the Rap (la manifestazione che ha contribuito dal 1990 a diffondere l’hip hop nel paese africano), giunge per la prima volta in Italia con l’ultima creazione Rah? Ay . Il titolo significa “Quello che ci appartiene” e inevitabilmente rimanda alla loro terra e alle loro origini. La cifra stilistica del gruppo fondato nel 1997 dai fratelli Rudi e Angeluc Rehava a Antananarivo si basa su una curiosa contaminazione tra l’hip hop, le danze tradizionali del Madagascar, il jazz e il contemporaneo. Rigorosamente scalzi, “Non si è obbligati – afferma il ventottenne Rudi – a indossare Nike per danzare bene”, e sovente abbigliati con abiti chiari lontani dal look coloratissimo richiesto ai b-boys di strada, i sei danzatori del gruppo scoprono e fanno riaffiorare nella breakdance la loro cultura, a partire dalla danza e dalla musica tradizionale del sud dell’isola, luogo di nascita dei due fondatori.

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Questo Festival ha scelto di mostrare al pubblico alcuni esempi tra i più rappresentativi del fenomeno e la sua bipolarità tra palcoscenico e strada con la performance della compagnia francese Rêvolution, che ha la particolarità di concentrarsi sull’hip hop al femminile. Decisamente più in sordina rispetto all’universo maschile, l’hip hop femminile non soltanto esiste fin dalle origini (ne è testimonianza la double dutch, la danza praticata esclusivamente dalle donne), ma si sta imponendo sulla scena internazionale.

La compagnia guidata dal coreografo Anthony Egéa, ha pensato con Amazones di celebrare questo mondo, partendo da un riferimento colto e dal recupero del mito greco delle Amazzoni e della loro visione matriarcale della società. Sei donne e due uomini si impossessano sulla scena del mito antico per affrontare i temi eterni del rapporto tra maschile e femminile, dell’erotismo, dell’ambiguità, dell’omosessualità, della nascita e della fecondazione. Amazones è un viaggio pericoloso, ribelle, intenso e al tempo stesso intimo attraverso i tabù di oggi, le frontiere dell’erotismo, le nuove sfide della cultura hip hop contaminata con la danza contemporanea, accompagnato dalla musica originale e pregnante di Franck II Louise, il precursore dell’hip hop francese e il fondatore del primo gruppo dell’esagono nonché Dj rap di fama internazionale.

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Pioniere dell’uso dei nuovi media e delle tecnologie digitali sulla scena, il coreografo inglese Wayne McGregor in meno di tre lustri si è imposto all’attenzione internazionale. Oggi trentacinquenne, Wayne McGregor ha conquistato l’Europa, l’Asia e il Nord America con i suoi spettacoli, ha creato per storici e importanti ensemble come la Rambert Dance Company, la Shobana Jeyasingh Dance Company, lo Stuttgart Ballet, l’English National Ballet e il Royal Ballet di Londra. Il segreto del suo successo? Un mix ad alta pressione di professionalità, ricerca, innovazione. Una qualità unica di movimento distingue il suo vocabolario gestuale dagli autori della sua generazione: nettezza di movimento abbinata a grande velocità, continue disarticolazioni contrapposte a una fluidità che sembra nascere dal “disossamento” del corpo, danzatori giovanissimi pronti a incarnare il suo stile energico, scattante e mozzafiato. A ciò si aggiunge l’attualissima sperimentazione nell’ambito delle nuove tecnologie applicate alla scena.

Sin dal 1997, quando ideò 53 Bytes, una performance agita simultaneamente a Berlino e in Canada e vista dagli spettatori tramite satellite, McGregor ha esplorato le frontiere e le potenzialità dei computer collaborando con esperti di animazione e realizzatori di mondi virtuali in 3D come per Sulphur 16 (1998), lavoro nel quale i danzatori risultavano rimpiccioliti dalla presenza di un gigante virtuale e di tante figure digitali che serpeggiavano tra loro come visitatori di un’altra epoca, o in Aeon (2000) dove paesaggi creati digitalmente trasportavano i danzatori in altri mondi e dimensioni. Con AtaXia, la sua ultima produzione per dieci danzatori della compagnia nata nel 2004, McGregor si spinge a esplorare le neuroscienze. Il lavoro prende le mosse da una ricerca condotta da cinque scienziati del Dipartimento di Psicologia Sperimentale dell’Università di Cambridge sulla atassia. In gergo medico atassia significa “mancanza di coordinamento dei movimenti volontari” e nello spettacolo questo si traduce in un’esplorazione del disturbo e della perdita di controllo. Affiancato in fase creativa da Sarah Seddon Jenner, affetta da questo disturbo, McGregor scopre nell’esplorazione della disfunzione nuove modalità di movimento: crea una danza disarticolata, alterata, impazzita e brutale sulla musica originale di Michael Gordon, Trance , eseguita dal rivoluzionario gruppo inglese ( unico nella combinazione di strumenti quali fisarmonica a bocca, sax, violini elettrici, chitarre, percussioni e tastiere) Icebreaker.

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Per un autore come Luc Petton, dedicare uno spettacolo a Oskar Schlemmer e alla sua Danza dei bastoni ( Stäbetanz , 1927) può sembrare coerente sviluppo di un percorso di studi e di influenze sulla concezione dello spazio scenico. Con Oscar Petton rende omaggio a Schlemmer, ripensando con modalità di oggi la sua Stäbetanz del 1927. Con il suo costumista Jean Paul Céalis “vestono e svestono” di stecche, bastoni, lunghe aste rigide e flessibili, sei danzatori. Applicati ai loro costumi o direttamente sui corpi, portati in mano o agganciati alle articolazioni, questi oggetti creano infinite forme nello spazio. Ogni gesto, anche il più piccolo e impercettibile, intreccia un legame complesso con l’aria circostante e determina nuovi volumi. Prolungamenti del corpo o protesi curiose che nella astrazione totale rimandano a creature del mondo animale, insetti, serpenti, farfalle e pavoni, a combattimenti di arti marziali, a ginniche performance, a elicotteri e forme geometriche che si evolvono nello spazio nero della scena. Diviso per quadri e in un alternarsi continuo di assoli, duetti e parti corali, Oscar è un lavoro che si ancora alla fisicità più pura della danza, sperimenta strade ludiche di metamorfosi del corpo, senza disprezzare, né tralasciare, lo humor e l’autoironia.

Allegoria Stanza è la creazione che ha conferito al coreografo francese Abou Lagraa la maturità artistica. Sua sesta pièce dalla fondazione della compagnia La Baraka avvenuta nel 1997, Allegoria Stanza incarna una perfetta alchimia: alchimia tra cielo e terra, umano e natura, ma anche tra danzatori contemporanei e danzatori hip hop che Abou Lagraa integra in questo lavoro nato nel 2002 e mai visto in Italia. In questo lavoro tutti gli elementi spettacolari sono perfettamente fusi tra loro. Magistralmente integrati risultano i dieci danzatori scelti, sette con una formazione di danza contemporanea, tre provenienti “dalla strada”; intersecati con eleganza i corpi dei danzatori e le calibratissime immagini video della natura create da un maestro del genere come Charles Picq ; perfettamente riuscito il collage musicale che assorbe sonorità arabeggianti, canti e percussioni, con la musica techno occidentale.

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Shobana Jeyasingh invece fonde la musica contemporanea di Michael Nyman con gli antichi, affascinanti, ritmi del bharata natyam. Flicker segna il ritorno alla collaborazione della coreografa con il compositore inglese Michael Nyman con cui, nel lontano 1988, era sbocciata la prima creazione della Shobana Jeyasingh Dance Company, Configurations. Nyman in questa nuova occasione è affiancato dal compositore di musica elettonica Jürgen Simpson che ha stratificato la colonna sonora con segnali acustici, ronzii e chitarre elettriche. Transtep 2005 presenta lo stesso contrasto tra lo spazio scenico ( allestito con neon accecanti) e le forme composte e rigorose della danza che emergono sotto le tuniche nere delle donne nei movimenti ampi e sinuosi delle braccia. Ma qui, a differenza di Flicker, il contrasto si accentua nella scelta musicale del Combattimento di Tancredi e Clorinda di Monteverdi, un vero shock per lo spettatore tradizionalista. Potrà destare perplessità il lavoro di Shobana Jeyasingh, ma la qualità delle sue coreografie e la forza dei suoi danzatori sono di indiscutibile peculiarità e fascino.


www.orienteoccidente.it

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