Sono finiti sul Guinness dei primati come la band virtuale di maggior successo. Hanno uno studio (altrettanto virtuale) dislocato vicino a un cimitero e visitabile solamente dal loro sito. Sono nati come un progetto parallelo, ma sono arrivati al secondo album in ottima forma. E i quattro membri continuano a materializzarsi, per interviste come per ritirare premi, solo in video. Animati.

Sono i Gorillaz, band creata da Damon Albarn, leader dei Blur, Del Tha Funk Homosapien e da Jamie Hewlett, noto soprattutto per essere il creatore del fortunatissimo fumetto Tankgirl. Ed è proprio Hewlett, in coppia con Pete Candeland, che ha firmato la quasi totalità delle apparizioni dei Gorillaz e che ha contribuito così a rendere musica e video due elementi imprescindibili per connotare la band, mettendo in primo piano non un’immagine pubblica costruita (anche) sui tabloid, ma identità e “biografie” fittizie e surreali, ricche di particolari verosimili solo per dei characters animati.

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La loro ultima creazione è DARE, secondo singolo tratto da Demon Days, in cui si conferma una spiccata propensione per un gusto horror-meets-manga, che qui vira verso il cyberpunk. E’ la testa in bella mostra di Shaun Ryder (ex Happy Mondays) che, intrappolato in un congegno meccanico, “esala” le sue ultime note in un ambiente in cui si confondono un interno giapponese, una mini disco e un laboratorio segreto nel retro della stanzetta di Noodles, che balla ancheggiando attorno al suo “trofeo”. Il finale rimane in sospeso, ammiccando a un incubo nell’incubo…

L’animazione classica dei personaggi si innesta sugli scenari in 2D e 3D, mescolandosi alle immagini video, come si era già visto nei precedenti Clint Eastwood e Feel Good Inc, quest’ultimo confezionato con uno splendido hommage all’immaginario fiabesco e “volante” di Miyazaki, che Jamie Hewlett ha citato come uno dei suoi modelli. Lo storyboard di Hewlett diventa così la base di una miscellanea visiva in cui i diversi elementi grafici (e non) vengono editati da Pete Candeland e dal suo team per creare un effetto forzatamente straniante, dove il lavoro ancora artigianale del disegnatore va a braccetto con Lightwave.

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Un lavoro che conferma da una parte la sempre crescente attenzione riservata alla comunicazione video e che sottende dall’altra alla natura stessa delle identità dei membri della band: nel loro mondo artificioso fatto di rimandi palesi ad una cultura trasversale (che ha le proprie radici in fumetti e anime, ma anche nei film horror e sci-fi) e di sovvrapposizioni di diversi layer espressivi (cartoons classici, computer graphic, video), i personaggi, solo vagamente umani, non possono che essere altrettanto finti. E non possono fare a meno di ammiccare sornioni ai divi in cane e ossa, non meno falsi e costruiti ad arte.

Che dire quindi: lunga vita agli ominidi di cartone!


www.gorillaz.com

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