E’ la fine di Agosto. L’intervista che doveva finire nel numero di Settembre si è persa tra le maglie della rete. In un giro di mail con Marco Mancuso ci eravamo accordati per un’espansione dell’intervento che ho fatto a Ljubljana quando siamo andati a presentare Digimag. Poi, una volta che mi sono messo a scrivere, ho realizzato che avrei dovuto parlare di Otolab, e non c’è niente di più triste che autointervistarsi e autoincensarsi. Un po’ rintronato dal mare e dalle terme, mi sono messo a tirare le somme di quello che ho visto e sentito da quando sono nel giro delle performance audiovisive. E ho pensato che fosse qualcosa che valeva la pena scrivere. O forse no, fate voi.

Non so se sia opportuno parlare di scena live media in Italia. Esistono alcuni luoghi forti di promozione della pratica artistica: innanzitutto il Netmage, che nelle sue diverse edizioni è riuscito a dare una panoramica esaustiva di quello che succede nel mondo dei festival elettronici internazionali. E poi svariati altri festival, che negli ultimi anni si moltiplicano a ritmo serrato. In questa situazione vedo l’indubbio vantaggio che l’iperprovinciale pubblico italiano si stia abituando a proposte estetiche diverse: non necessariamente immagini da MTV su nu-jazz, chill’n’bass e simili ma anche suoni e visioni meno scontati. Nel 2005 addirittura Arezzo Wave, il Festival italiano per eccellenza, ha aperto alla performance audiovisiva uno spazio tutto suo.

Diciamo che ormai anche il pubblico dei non addetti ai lavori ha più o meno un’idea di cosa sia una performance audiovisiva dal vivo, anche se il tutto viene archiviato sotto il file del vjing.

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Eppure. Eppure i problemi sono molti e ogni nuova stagione di festival e di eventi culturali sembra proporne di nuovi. La totale mancanza di supporto da parte di istituzioni pubbliche, semi-pubbliche o private da un lato mantiene viva l’alterità estetica e politica di molte proposte, dall’altra fa si che molti lavori (la maggior parte?) rimangano allo stato di progetto per la mancanza dei fondi per affittare un paio di proiettori o di schermi in più.

Come nel mondo dell’arte più istituzionale, anche nell’underground assistiamo al predominio pressoché incontrastato dell’estetica iper-pop. Questo implica una totale impossibilità di emanciparsi dall’immaginario fashion e/o terzomondista un tanto al chilo per trovare (ed offrire) proposte più radicali; d’altro canto il lavoro sul pop ha prodotto alcune esperienze interessanti che sono state in grado di rimescolare davvero le carte in tavola.

L’incapacità dei soggetti, dei gruppi e dei network che si occupano di musica/video sperimentali di superare l’ermetismo che spesso li caratterizza tende a far naufragare molte esperienze per eccesso di autoreferenzialità; d’altro canto chi riesce a superare indenne questi mari perigliosi ne esce forgiato da una forte consapevolezza del proprio modo di operare.

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La senescenza di una classe di operatori culturali che faticano a relazionarsi con le nuove tecnologie sembra bloccare tutto; eppure piccoli gruppi indipendenti riescono sempre più a costruire eventi interessanti.

Proliferano nuovi festival, in cui vengono fatti esibire sempre i soliti artisti stranieri. Se da un lato questo crea la possibilità di vedere lavori di alto livello anche per chi non abita nei grandi centri (con tutte le interessanti ricadute del caso), dall’altro è il segno dell’invincibile esterofilia di molti curatori, che investono molto per portare i Grandi Nomi in Italia e pochissimo (o niente) per promuovere chi lavora in loco.

Se i tempi sono maturi (lo sono?) forse è venuto il momento di chiederci dove stiamo andando. Con Digimag stiamo cercando di sondare il mondo dell’audiovisivo cercando di capire quello che succede “dal di dentro”. Ciò che è interessante far venire fuori sono le pratiche, i metodi, i processi attraverso i quali si arriva ad ottenere quel momento magico di sospensione dello spazio e del tempo che è una performance ben riuscita.

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