Motus, ovvero Daniela Nicolò e Enrico Casagrande, festeggia quest’anno quindici anni di straordinaria e intensa attività teatrale, un’attività partita da Rimini, dalla Romagna felix delle Albe e della Socìetas Raffaello Sanzio, partecipando da protagonisti a quel fermento di rinnovamento scenico rappresentato da Teatri 90 e approdando dal 2000 nei grandi Teatri d’Europa e degli States.

Dentro la nuova scena italiana si sono distinti per una propria cifra stilistica votata all’ecletticità, alla trasgressione formale, alla grande libertà di attingere a molte scritture e a molti generi, dal cinema, alle tecnologie digitali, alla cultura dell’immagine, dando vita a format artistici variamente trasformabili: installazioni video-sonore, video-clip d’arte, film, spettacoli per i quali ricevono tre Premi Ubu e un Premio di produzione al Festival Riccione TTv. Un brillante esempio, come ricordava Andrea Balzola che ha storicizzato e sistematizzato le produzioni e i protagonisti della stagione del videoteatro italiano e quella successiva, di “generazione multimediale”.

Catrame (1996) ispirato a Ballard e O.F. ovvero Orlando Furioso impunemente eseguito da Motus (1998) datati ancora anni Novanta contenevano l’elemento costante dei loro lavori: la creazione di un sofisticato e originalissimo dispositivo che si imponeva con le sue grandi proporzioni nello spazio dell’archittettura del teatro e che come “involucro”, imprigionava i personaggi catturati dallo sguardo voyeristico dello spettatore o dal clic di uno scatto fotografico. Con Orpheus Glance (1999) ovvero l’Orfeo metropolitano incarnatosi in Nick Cave, il momento di svolta verso una direzione nuova, sempre più cinematografica: cinema a teatro non solo come citazione (l’ Orfeo di Cocteau) ma come linguaggio che permea completamente l’operazione artistica con flashback, istantanee, dissolvenze e montaggi. Alla scoperta di autori “difficili”, “contro”- da Genet a Pasolini a De Lillo- Motus ricerca costantemente una forma tecno-teatrale altrettanto anticonvenzionale, ribelle con una lacerante capacità di gridare.

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Con L’Ospite tratto da Teorema di Pasolini ma con inserti anche da Petrolio e da Appunti per un film su San Paolo, Motus realizza grazie alla fondamentale produzione del Théatre National de Bretagne, una significativa quanto monumentale opera tecnologica attualmente in tournèe in Italia e che senz’altro può essere già annoverata come tra le più emblematiche produzioni internazionali di teatro multimediale. Motus ha preso alla lettera l’affermazione di Pasolini che attribuiva a Teorema una natura “anfibia”, quale romanzo e film. Il film è infatti concepito all’unisono con la scena teatrale vera e propria del quale è doppio speculare, sorta di fantasma interiore o sottotesto.

Non esiste una scenografia (almeno nel senso tradizionale di décor ) casomai uno spazio filmico e un luogo composito, concepito per strati verticali e con varie profondità: un trittico video ricompone a loop l’immagine fintamente felice e dorata della famiglia borghese tanto invisa a Pasolini; lo spazio non è altro che una cattedrale dove si venera un’icona sacra, percorsa dai protagonisti della vicenda variamente posseduti e stravolti (siamo nel Sessantotto) dall’arrivo inatteso dell’ospite e diventati da quel momento “casi di coscienza”. In scena anche l’auto di Pasolini, simbolo di un’epoca e ricordo di un uomo scomodo per la politica e la cultura dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta. Immagini video vengono proiettate anche su uno schermo-garza calato talvolta sull’intera cornice scenica, andandosi a “incrostare” con i corpi reali e le ombre dei personaggi collocati dietro di esso.

Protagonista assoluto di questo straordinario e colossale spettacolo è il Pasolini che aveva prE-visto, la sua voce che erode ogni apparato, che smaschera le oscure trame politiche e penetra nelle fessure del Sistema generando quella conflagrazione finale (le stragi fasciste visionariamente previste negli Scritti corsari del 1975) che nello spettacolo distrugge ogni spazio illusionistico ed ogni speranza; tutto termina nella corsa folle e nell’urlo “destinato a durare oltre ogni possibile fine” del ricco padrone Paolo nel deserto, quel deserto che ha punteggiato tutto il racconto e che non può che ricordare l’ambientazione di molti film di Pasolini.

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Andrea Lanini ha avuto occasione di incontrare Daniela Nicolò, una delle due metà di Motus . E’ stata questa l’occasione per parlare del loro ultimo lavoro L’Ospite e in generale del loro percorso artistico.

Andrea Lanini: Pasolini cercò costantemente di sperimentare nuovi mezzi espressivi: questo desiderio di tentare vie sempre nuove – caratteristica che lo rende molto vicino ad un tipo di percorso come il vostro – lo ha talvolta circondato di incomprensione e dissenso, facendo apparire la sua opera contraddittoria, impenetrabile, sconcertante. Quale è e quale è stato il vostro rapporto con il Pasolini autore e regista?

Daniela Nicolò: Pasolini è stato a lungo un autore controverso anche per noi: ci sono stati degli aspetti del suo lavoro che per molto tempo non abbiamo amato, e che probabilmente solo oggi abbiamo imparato ad apprezzare e capire, durante questo lungo periodo di studio e di ricerca sulla sua opera. Il nostro avvicinamento al suo universo creativo è stato difficile, pieno di contraddizioni: abbiamo sempre avuto un grandissimo rispetto per la sua capacità di attraversare e utilizzare le varie forme dell’espressione – poesia, letteratura, cinema, pittura -, per il suo impegno politico. Trovare oggi un artista che riesce a lavorare così a tutto tondo è veramente difficile: oggi ognuno è troppo chiuso nel suo mondo espressivo. Una delle grandi lezioni di Pasolini è stata quella di dare dimostrazione di una possibilità straordinaria di spaziare da un campo all’altro, di attraversare gli ambiti artistici mantenendo inalterata la capacità di essere sempre originale. Ci ha veramente colpito il suo arrivare al cinema così tardi e arrivarci con questa carica di novità nel linguaggio. La nostra esigenza di superare i nostri stessi limiti e i nostri codici, il nostro desiderio di sorpassare il gia acquisito sono sicuramente un punto di contatto con lui. Anche il nostro lavoro, come il suo, cerca da sempre numerose affinità con vari ambiti artistici come la letteratura, il cinema, le arti visive, la musica. Questa apertura di campo entra inevitabilmente nel nostro lavoro. Credo che ci avvicini a lui anche un’urgenza forte di rivolgerci e di rivolgere lo sguardo sul contemporaneo, sulla quotidianità: anche se Pier Paolo Pasolini è stato sicuramente molto più efficace di noi, perché aveva una presenza continua sui mezzi di comunicazione di massa. I suoi erano anche anni diversi: c’era un impegno politico molto più evidente.

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Andrea Lanini: Per scardinare le dinamiche borghesi Pasolini fa arrivare questo misterioso “ospite”…

Daniela Nicolò: Certo. Il nostro lavoro parte essenzialmente dal romanzo “Teorema” : tutti conoscono il film, ma per molti aspetti il romanzo è superiore, un’opera assolutamente straordinaria. Il film e il romanzo offrono angolazioni e punti di vista sul suo pensiero anche lontani: nello spettacolo abbiamo cercato di coniugare la parola scritta (un tipo di scrittura matematica, analitica) con ciò che Pasolini ha raccontato attraverso il grande schermo. Utilizzando dei mezzi espressivi che a quel tempo non esistevano: il teatro di Pasolini era un teatro molto legato alla parola. La nostra contaminazione e la nostra tecnologia hanno reso possibile la convivenza tra immagine, silenzio, parola scritta. Lo spettacolo crea un ambiente che riesce a far convivere questi due territori, universi lontani provenienti dal film e dal romanzo. Ti confesso che per me le cose migliori di Pasolini non vanno cercate nel teatro, anche se alcune cose che lui ha scritto per il palcoscenico sono molto belle. Io amo molto di più il Pasolini romanziere e narratore.

Andrea LaniniIl tema del deserto è un fil rouge che attraversa tutto il vostro spettacolo e al contempo è un topos dell’opera e della poetica di Pasolini…

Daniela Nicolò: I deserti sono i luoghi a cui siamo più intimamente legati. Sono il posto più adatto per mettersi in gioco. In “Teorema” ci sono delle pagine bellissime dedicate all’attraversamento del deserto, e per il nostro spettacolo abbiamo girato molte immagini dedicate a questo luogo speciale che spesso è la meta preferita dei nostri viaggi. Anche Pasolini, appena aveva un po’ di tempo, si rifugiava nei deserti di Africa e India: per lui rappresentavano l’universo ideale per lanciare l’urlo definitivo, per incontrare la dimensione del sacro. In Pasolini il rapporto col sacro è molto forte, mentre in noi questa ricerca è più velata.


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