Una casa cadente, un’atmosfera onirica, presenze inquietanti. E’ Blue Orchid , il nuovo video dei White Stripes realizzato da Floria Sigismondi (Pescara, 1965, vive tra Toronto e New York), regista, fotografa e artista dal talento visionario e surrealista. Con uno stile ormai inconfondibile, raffinato negli anni con videoclip per Marylin Manson, David Bowie, Tricky, Bjork, Sigur Ros, Christine Aguilera, Incubus e Cure, la regista espone il proprio immaginario fatto di ambienti diroccati e claustrofobici, di personaggi a metà tra l’umano e il meccanico, di inquadrature che giocano tra fuorifuoco e grandangolo, tra mania per il particolare e scorci granguignoleschi, il tutto confezionato con una fotografia che accentua in modo originale volumi e colori.

Partendo da referenti artistici e cinematografici come Francis Bacon , David Lynch, Hans Bellmer (surrealista tedesco celebre per le sue “bambole”, oggetti del desiderio e trait d’union con l’infanzia) e Jan Svankmajer (regista e artista polivalente di origine ceca, noto per la sua produzione dominata da marionette e pupazzi meccanici), Floria Sigismondi ha infatti elaborato un proprio universo referenziale in cui ha giocato un ruolo importante anche l’esperienza teatrale vissuta fin da piccola al seguito dei genitori, cantanti lirici.

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Lo scenario dei suoi video è spesso, in maniera più o meno esplicita, riferibile ad un palcoscenico, a una (sur)realtà ricostruita ad hoc e scaturita dal filtro della fantasia: sotterranei o interni di case, ma anche rari esterni (come quelli postatomici di Untitled #1 dei Sigur Ros), in piena decadenza, usurati o disabitati da tempo. Le uniche presenze che vi risiedono (o che li infestano, quasi fossero fantasmi di un’altra dimensione) sono esseri dalle fattezze mutanti, simili a marionette, pupazzi o mannequin, caratterizzati da movenze innaturali e dall’andatura claudicante, fattore, quest’ultimo, causato da estensioni meccaniche, arti posticci o calzature improbabili.

Costante anche la fascinazione per i particolari anatomici come mani e piedi, così come per serpenti, vermi e insetti (tutti animali caratterizzati dalla rigenerazione e dalla mutazione) in un mix di surrealismo alla Buñuel e simbolismo mistico-dark. La fotografia dai toni vividi, le inquadrature giocate su modalità visive “disturbanti” tipiche del sogno e il montaggio che alterna agilmente soggetti e ambiente, contribuiscono a rendere ancora più incisivo questo mondo oscuro, sospeso in un’atmosfera paurosa e indefinibile.

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Blue Orchid prosegue su questa linea: Jack e Meg si muovono all’interno di una casa fatiscente e grigia, tra un pianoforte e pile di piatti che hanno visto tempi migliori, dove si agita una modella-bambola biancovestita e dalle scarpine affusolate che la costringono ad un passo traballante. E una nuova favola prende forma: con una mela avvelenata che sembra evocare Biancaneve, un cavallo bianco e bastoni-serpenti, si consuma un sopralluogo allucinato tra le stanze segnate da una luce soffusa. Il finale? Un’inquadratura equivoca: cavallo sopra e Biancaneve sotto…


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