Mylicon/En è un duo composto da Daniela Cattivelli (audio) e Lino Greco (video). La loro attività è forse più conosciuta all’estero che non Italia (Osnabrueck, Berlino, Londra, Parigi, Brussells, Marsiglia…). Chi ha avuto la possibilità di vederli dal vivo non può comunque confonderli nel magma audiovisivo dei festival e degli artisti di questi ultimi anni.

Una forte tensione performativa attraversa ogni loro apparizione: Lino manipola in presa diretta materiali assortiti, mescola liquidi, combina polverine e materiali non identificati; riprende schermi televisivi stratificando pellicole e lastre, in una continua addizione e sottrazione di luce. Nel frattempo Daniela campiona le operazioni di Lino e le tratta dal vivo, creando una complessa struttura di glitches ed astrazioni sonore. Il loro lavoro è un percorso continuo di andata e ritorno tra il mondo digitale e quello materiale. Un lavoro che, grazie alla sua fisicità, ha la peculiarità di rendere interessanti, anche per un pubblico non addetto ai lavori, estetiche ed atmosfere decisamente fuori dal comune ed a tratti difficili.

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Bertram Niessen:  Da che tipo di elementi sonori partite per elaborare la parte audio?

Mylicon/En: Prima di iniziare a lavorare su un nuovo progetto ci incontriamo per definire alcuni punti chiave intorno ai quali orientare la ricerca, partiamo di solito da un tema: la cultura “pop” e televisiva per “tiv’ù d’inner”; le catastrofi mediatizzate del nuovo millennio per “grado zero”; il corpo umano e i sensi per “hbe” o la memoria di una comunità trentina per l’ultimo lavoro presentato di recente.

Definito il tema c’è una prima fase in cui lavoriamo in maniera separata: da una parte Lino che cerca soluzioni, effetti, oggetti da utilizzare per l’elaborazione video dall’altra Daniela che cerca suoni, melodie e strumenti adatti al tema. Durante i primi incontri verifichiamo cosa funziona o non funziona, i possibili punti di incontro e cerchiamo anche di capire se gli oggetti usati per distorcere ed elaborare le immagini hanno un loro suono, se i movimenti producono suono e spesso dal confronto nascono nuove idee. Si continua quindi a lavorare separatamente ma con periodici incontri in cui ci chiariamo ed aiutiamo a vicenda. Durante il live ci capita di utilizzare alcuni dei suoni registrati durante le prove ma più spesso usiamo dei microfoni a contatto per elaborare i suoni creati dal vivo: questo modo di lavorare permette di creare un gioco di relazione non solo tra suono e immagine ma anche tra noi due che siamo in scena. Ovviamente ci sono campioni presi dai repertori più vari, in qualche modo legati al nostro tema, rielaborati e miscelati con i suoni dello spettacolo stesso.

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Bertram Niessen: Quanto c’è di improvvisato e quanto di progettato nel vostro modo di lavorare? seguite un canovaccio, una partitura o vi affidate completamente alle impressioni del momento?

Mylicon/EnDiciamo che ogni progetto di Mylicon/En nasce dall’elaborazione di un percorso, dall’ideazione di un canovaccio: durante le prove vengono fissati dei punti fermi su cui si articola la struttura e che creano delle dinamiche interne con un senso e un’estetica (a volte decidiamo semplicemente la successione degli oggetti che saranno utilizzati in scena). Il lavoro vero e proprio si sviluppa invece durante i live stessi; c’è una grossa parte per l’improvvisazione e grazie a questo modo di lavorare il progetto si evolve: ogni volta in fondo è uno spettacolo nuovo. Trattandosi di un lavoro basato su azioni fisiche, che ci coinvolge emotivamente e ci costringe ad un vero e proprio confronto con il pubblico è evidente che più repliche facciamo maggiore diventa la confidenza con il pubblico e con gli oggetti e le tecnologie impiegate.

Bertram Niessen: Che tecniche/tecnologie usate (o non usate) per creare la sinestesia tra l’audio e il video?

Mylicon/En: Credo che la risposta a questa domanda sia nelle risposte precedenti: la caratteristica principale di Mylicon/En è la necessità di elaborare dal vivo le immagini con l’ausilio di oggetti comuni e semplici azioni meccaniche, spesso dei semplici vetri e altri materiali davanti all’obiettivo della videocamera. Per quanto riguarda l’audio vengono utilizzati dei campionatori e un laptop, il tentativo che facciamo è quello di mantenere un livello relazionale molto forte. Durante lo spettacolo in alcuni momenti l’audio segue il video mentre in altri è il video che cerca di trovare una sintonia con il suono, ma la sinestesia per noi è fatta anche di momenti in cui ci si lascia andare creando un’alternanza di momenti di sincrono e momenti in cui la sincronia si perde e si va a curiosare in altre direzioni.

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Bertram Niessen: Secondo molti osservatori, il live media (o live cinema, o quello che è) tende a riportare l’esperienza della musica elettronica e del vjing verso il teatro. siete d’accordo?

Mylicon/En: Non credo proprio o forse non comprendo bene cosa si intende con la parola teatro. Il live media, il live visual, il vj set (definizioni che spesso denunciano una provenienza e dei riferimenti definiti) vivono un momento abbastanza singolare, non esiste festival di musica elettronica che non abbia una sezione dedicata al “visual”, così come non esiste discoteca senza il suo vj e da un po’ anche alcuni festival di cinema (capita anche in alcuni festival di teatro, così come in qualche biennale d’arte) offrono qualche cosa di simile a dei live set. I motivi di questo sono molti e sotto gli occhi di tutti; il digitale ha giocato di certo un grande ruolo, in questi anni lo sviluppo di software di elaborazione delle immagini è stato incredibile. Proprio in questo momento è ovvio che molti si fermino a pensare e che comincino a delinearsi delle linee nette di demarcazione, ma non mi sembra che si vada verso il teatro o la performance, mi sembra invece che gioca un ruolo importante il background e il percorso di chi si cimenta con il live set: gli ingegneri e gli smanettoni personalizzano i loro soft, i filmakers creano il loro cinema espanso, gli attivisti cercano la provocazione, gli artisti visivi una loro personale visione del reale, etc.

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Bertram Niessen: Quanto tempo dedicate a prove e sperimentazioni per ricercare determinati effetti?

Mylicon/En: Diciamo che ci piace molto lavorare e sperimentare, anche perchè è per noi l’unico modo di creare delle sequenze, di far nascere lo spettacolo. Lavoriamo a progetto e per ogni nuovo progetto cerchiamo di incontrarci il più possibile, in genere ci vediamo almeno 7/10 volte prima di cominciare a sentirci tranquilli. A parte questi momenti in cui proviamo insieme, ognuno di noi quotidianamente sperimenta nuove soluzioni, spesso facendo altri lavori e collaborando con altre realtà ad altri progetti si ha modo di trovare cose che poi riportiamo sviluppiamo nel nostro progetto in duo.


www.myliconen.it

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