Nell’immaginario popolare il dj è colui che mixa con due giradischi e un mixer, ma oggi non è più così raro vedere dj che mixano usando lettori cd professionali e addirittura laptop. E’ vero che molti dj professionisti preferiscono ancora lavorare principalmente con il vinile ma è anche vero che molti dj preferiscono di gran lunga mixare con lettori cd (Pioneer CDJ – 1000 e Technics SL – DZ1200 e Numark CDX sono gli standard) che offrono nuove potenzialità di loop e campionamento in tempo reale allargando così le possibilità creative della performance.

Anche l’uso di computer portatili è sempre più diffuso tra i dj: a partire dal mixaggio all’interno del laptop con software come Traktor di Native Instrument fino ad arrivare all’ibrido di Stanton Final Scratch, dove i brani sono in memoria su un laptop ma il mixaggio avviene per mezzo di due vinili particolari, suonabili attraverso dei normali giradischi. La possibilità di avere su hard disk un archivio sterminato di brani cambia notevolmente le prospettive di selezione dei brani limitate dalle canoniche due/tre borse di dischi in vinile. La creatività del dj subisce una mutazione e anche lo stile di mixaggio sarà sicuramente diverso. I moderni mixer da dj sono studiati in modo diverso per ogni utilizzo: mixer semplici e robusti per lo scratch, mixer con effetti e campionatori ed eq estremi per i club. Il rapporto creatività/tecnologia è quantomai sentito anche perché essere dj é relativamente facile. Un tempo non era così: 35 anni fa qualcuno iniziò a mixare con una tecnologia spartana. Non esisteva ancora il concetto di djing come lo intendiamo oggi. La figura del dj da club é riconducibile ad un solo pioniere: Francis Grasso.

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Grasso è stato il primo dj ad elevare lo status del dj da semplice juke box umano ad abile artista del mixaggio e della selezione. Già nel 1968 con dei rudimentali giradischi Rekocut e con solo fader per mixare iniziò a fare beat mixing, ovvero a sovrapporre i brani tenendoli a tempo. E’ stato il primo dj a fare mixaggi lunghi con l’ausilio di giradischi Thorens TD 125, costruendo selezioni di flusso, proprio come le conosciamo oggi. Una cosa non da poco se si considera che a quei tempi non c’era il controllo della velocità sui piatti, non c’era la partenza istantanea dei piatti a trazione diretta e soprattutto le ritmiche dei brani erano suonate da musicisti che potevano anche non andare a tempo perché registravano senza “click” e senza sequencer.

Insieme ai suoi discepoli Steve D’Acquisto e Michael Cappello, Grasso sperimentò anche la prime tecniche di “slip cue”, ovvero far partire un disco istantaneamente tenendolo fermo con una mano e facendo roteare il piatto sotto di esso (con un panno antistatico tra il piatto e il disco).

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Furono i primi a suonare due copie dello stesso disco per prolungare le versioni e renderle più adatte al ballo. Nei primi anni ’70 furono autentici pionieri. Il leggendario David Mancuso apprese le tecniche di mixaggio da loro, anche se poi costruì la sua personale teoria secondo cui la musica va ascoltata senza mixare e/o tagliare i brani. In quel periodo il decisivo contributo tecnico alle attrezzature da dj e ai sound system da discoteca venne dato da progettisti come Alex Rosner e Louis Bozak. Rosner curò i controlli separati delle frequenze nei mixer e nei sound system (il primo a sfruttarle fu il dj Nick Siano) e aiutò Bozak a progettare il Mixer Bozak 1971 che divenne lo standard dei mixer per dj per quindici anni.

Con l’avvento della disco music negli anni ’70 il beat mixing divenne uno standard e i dj iniziarono a sentire l’esigenza di creare versioni più lunghe da mixare. Il primo che ebbe l’idea di trasferire quelle versioni su disco non fu un dj ma un modello frequentatore di club di nome Tom Moulton. Nacquero così i vinili 12″. Introdotti sul mercato nel ’75, fino al ’78 si pensava sarebbero scomparsi nel nulla in quanto la maggior parte dei dj era piuttosto restia ad utlizzarli. Fu in quel periodo che i dj divennero anche artisti e remixer.

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Ma un ulteriore passo in avanti lo fecero dj come Kool Herc, Grandmaster Flash e Grand Wizard Theodore. Il primo in pratica è il padre dell’hip hop, inventò la tecnica del breakbeat mixando i break di dischi rock, funk e disco uno dietro l’altro. Il secondo perfezionò le tecniche di Kool Herc, divenne maestro del preascolto (cueing) e del cutting e di fatto inventò il concetto di “turntablism” elaborando le teorie base del djing in stile hip hop. Grand Wizard Theodore invece inventò lo scratch quasi per sbaglio. Eravamo nei primi anni ’80 e con un mixer Sony MX8 e i neonati Technics SL1200MKII si potevano fare cose che prima non erano nemmeno immaginabili.

Gli analogici 1200 Technics sono ancora oggi lo standard e seppure superati nella tecnologia (ora esistono i modelli MK5 totalmente digitali) hanno tutto ciò che serve per manipolare al meglio un disco. Trazione diretta con partenza istantanea, pitch control e una robustezza ineguagliabile. Senza i “milledue” il djing non sarebbe stato come lo conosciamo oggi. Dalla fine degli anni ’80 con l’intensificarsi e l’estremizzarsi del concetto di “turntablism”, grazie alle “battle” fra djs e ai vari DMC e simili, le tecniche per suonare un piatto sono andate moltiplicandosi. Parallelamente, con la nascita della musica costruita al sequencer e con il diffondersi di dischi che mantengono lo stesso bpm dall’inizio alla fine, i dj hanno iniziato a fare mixaggi sempre più lunghi. Come prima conseguenza creativa è nato quello che si chiama mash up o bastard pop, ovvero un brano costruito sovrapponendo per tutta la sua durata due o più brani diversi

.Ovviamente sono i computer che lo rendono possibile ma il concetto creativo nasce dal mixaggio lungo. Le frontiere del djing digitale sono ancora tutte da esplorare….

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