Sonar 2005: comunque importante, almeno da alcuni punti di vista, e nonostante tutto. Prima i limiti: effettivamente, il successo di pubblico e alcune caratteristiche strutturali (ma forse anche alcune scelte dei curatori: se la location tra il CCCB e il MACBA sembra impossibile da sostituire, forse si dovrebbe semplicemente rinunciare a fare entrare tot mila persone, per non far stare tutti stretti e scomodi) rendono la fruizione delle diverse installazioni o performance più difficile di quanto non fosse anni fa, a volte addirittura impossibile; così il festival è più faticoso da seguire, e l’esperienza incompleta e meno incredibile. Questa è forse la più impopolare tra le conseguenze della sconfinata popolarità che la cultura elettronica e il festival hanno raggiunto negli ultimi tempi.

Poi il programma: per quanto in parte ancora molto interessante e divertente, non è certo più sconvolgente. Forse, però, è proprio la cultura digitale che non ci sconvolge più, perchè questo non è più un momento di rottura nè di scoperte; e perchè ormai l’elettronica, sotto forma di ‘arte o comunicazione, ci appartiene e ci avvolge: perfino in Italia ci sono tante serate, tanti festival, tante occasioni per sentire e vedere elettronica.

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Ora, però, gli orizzonti: qui al Sonar è tutto diverso, è tutto più vero, più emozionante. Così, la fatica almeno a tratti scompare. E la folla (bella, interessante, interessata), la musica, le immagini, nella loro forse infinita varietà, ci riconquistano. Il resto perde importanza, e rimane solo il desiderio di immergersi nel multiforme paesaggio sonoro e visivo che ci circonda. Che qui è davvero contemporaneo, e perciò sempre affascinate, così in bilico tra naturale e digitale. Sempre tanti gli artisti, e sempre più multimediali e interessati a pensieri, discorsi, cose diverse. In sintesi ci costringono a stare un po’ sintonizzati, ci hanno semplicemente fatto sentire di più e meglio il qui e ora e ci hanno fatto rivedere e ripensare le nostre geografie, i nostri panorami… reali, mentali, virtuali.

Proprio il paesaggio, non a caso, è stato uno dei temi del Sonar di quest’anno; insieme all’intenso rapporto tra organico e artificiale che di questo paesaggio, appunto, è la prima caratteristica. Il Sonarmatica, l’esposizione tematica che ogni anno esplora nuovi territori della creazione multimediale, quest’anno era dedicata a Randonnée (A Walk Through 21st Century Landscaping), cioè ‘forse una interpretazione delle modulazioni della nuova arte del paesaggio del XXI secolo [...] con l’intento di analizzare il modo in cui sta sopravvivendo nei nuovi media’, come scrivono i curatori (Óscar Abril Ascaso , con Andy Davies e José Luis de Vicente).

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Per dare spazio alle 4 macrotendenze nella rappresentazione e costruzione del paesaggio del XXI secolo, l’esposizione era divisa in 4 sezioni. I primi passi si muovevano attraverso i paesaggi figurativi delle intriganti creazioni audiovideo di Mira Calix, Kid 606, Thomas Koner, Scanner, Semiconductor e altri artisti che, partiti dal digitale e astratto, si stanno sempre più muovendo verso il naturale e figurativo, anche se rielaborato al computer. Si attraversavano poi paesaggi costruiti per rappresentare lo stato mentale creato dalle città, dalla organizzzione fisica dell’uomo nello spazio urbano, il cui paradigma era incluso tra il panorama virtuale del videogame sim city e quello reale ma mediato del video CCTVL di Alex Haw, basato sulle riprese delle videocamere di sorveglianza.

Seguivano poi i ‘paesaggi aumentati’, che aggiungono dettagli immaginati a quelli incontrati e rilevati (sempre più spesso attraverso l’uso di locative media); qui il discorso diventava anche interattivo, come in Manhattan Timeformations di Brian McGrath e Mark Wattkins, o concettuale, come in Here, Here and…Here, di Petere Gomes. Concludeva il viaggio la sezione forse più interessante, quella dei ‘paesaggi di dati’, cioè di quei paesaggi i cui moduli sono numeri, dati, equazioni, ancora invisibili ma ormai onnipresenti nella nostra vita quotidiana.

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Riportiamo dal catalogo: ‘nei datascapes convergono discipline di diversa origine, come la visualizzazione scientifica, l’ info rmation design e la software art. [...] La magia dei datascapes è quella di far emergere l’ordine dal chaos’. Questo è per esempio il caso di ‘Greenpeace CLEAR’, una mappa che chiarisce graficamente i rapporti di potere tra gli esseri umani, e in particolare tra alcuni scienziati poco inclini alla salvaguardia del clima del pianeta e la Exxon, la più grande compagnia petrolifera del mondo. Ma la magia sta anche nel rendere visibile il lirismo della organizzazione dei dati, attraverso una rappresentazione 3D delle strutture dei siti web, come in ‘Tree’ di Risc, che trasforma in tempo reale la struttura di ogni sito in alberi e boschi. E così, in qualche modo, in conclusione si tornava al figurativo da cui si era partiti. Pure in questo difficile inizio di XXI secolo, pieno di dubbi e incertezze, sincretismi e sfumature impercettibili, al Sonar il nostro paesaggio mentale è ancora ben rappresentato.

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