Sulla natura immateriale dei bit si sono riversati fiumi d’inchiostro. Sia la letteratura specializzata che l’informazione generalista celebrano senza posa, con argomentazioni e terminologie spesso fin troppo simili, il passaggio all’era dell’incorporeo. Economia immateriale, lavoro immateriale, conoscenza immateriale. E arte immateriale. Che dopo il puro pensiero del concettualismo e la mise en scene della performance, sembra aver trovato una degna discendenza nella software art. Opere d’arte “scolpite” a colpi di codice, riga dopo riga, istruzione dopo istruzione. Nient’altro che linguaggio, dato in pasto ad una macchina.

Gli artisti, tuttavia, tendono sempre più spesso a rendere la soglia tra il tangibile e l’intangibile estremamente fluida, giocando sul confine tra realtà e immaginazione. Le installazioni interattive di Camille Utterback sono tra i migliori esempi di questo tipo di sperimentazione. A partire dall’ormai famoso Text Rain (1999), in cui gli spettatori interagiscono con una pioggia di lettere dell’alfabeto che invade lo schermo, semplicemente “toccandole” con la propria ombra; fino alla serie External Measures , la cui ultima realease, Untitled 5 , si è aggiudicata un premio all’ultima edizione di Transmediale.

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L’obiettivo di questi progetti è quello di creare sistemi che rispondano ai movimenti dello spettatore nello spazio espositivo in modo fluido, naturale, ed esteticamente interessante. Gli spostamenti delle persone vengono catturati da una videocamera situata in alto, elaborati da un software di video-tracking e inviati al cuore del lavoro, dove un altro programma li processa seguendo una serie di parametri stabiliti. Come sottolinea l’artista, da un punto di vista estetico il risultato somiglia ad una sorta di “pittura viva”, un magma di linee e di colori che si generano senza sosta dando vita a sempre nuove configurazioni. L’interfaccia che lo spettatore è invitato ad utilizzare non potrebbe essere più user-friendly , trattandosi del proprio corpo. Il dialogo con la macchina e il suo linguaggio diventa così naturale e immediato.

Un simile meccanismo di interazione lo riscontriamo nei lavori di Scott Snibbe, autore dell’installazione Visceral Cinema, rivisitazione della storica pellicola surrealista “Un Chien Andalou”. Il noto film, realizzato da Salvador Dalì e Luis Buñuel nel 1929, si apre ai contributi del riguardante, dando vita a nuove storie. Appena entrati nella stanza, i visitatori vedono sullo schermo un uomo che spinge un pianoforte verso di loro. Ma se si posizionano tra il proiettore e l’immagine proiettata la loro ombra inizia ad influenzare i comportamenti del personaggio. L’uomo fa più fatica e il pianoforte viene respinto indietro. Se poi le due ombre si sovrappongono, quella dello spettatore e quella del protagonista del film, quest’ultimo, con una trovata in pieno stile surrealista, si disintegra in mille formiche, che invadono l’intero spazio di proiezione.

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Simboleggiano la materia più piccola in assoluto, invisibile e in-toccabile, ma non per questo irreale, le cellule dell’installazione Inner Cell, fulcro della mostra Nano, recentemente allestita al LACMA di Los Angeles. Frutto della ricerca di un team di creativi, scienziati, architetti e designer guidato dalla coppia Victoria Vesna (artista digitale) / James Gimzewski (papà della nanoscienza), l’esposizione era configurata come un enorme spazio “sensibile”. In questa affascinante installazione, delle grandi “buckyballs” fatte solo di luce (strutture molecolari che prendono il nome dall’architetto Buckminster Fuller) vengono plasmate, deformate e spostate dalle ombre degli spettatori. Che manipolano idealmente i mattoni della vita, come grandi palle colorate.


www.camilleutterback.com

www.snibbe.com

http://vv.arts.ucla.edu/projects/03-04.html

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