Dall’ 8 al 26 giugno 2005 Maurizio Bolognini ha presentato con, Macchine programmate 1990-2005, una selezione dei suoi lavori più significativi , nell’ambito della rassegna 4 Rooms presso il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova. L’artista, che si occupa di tecnologie digitali dagli anni Ottanta, è da considerarsi sicuramente tra gli artisti più radicali nell’ambito delle arti elettroniche, oltre che una reale ed evidente eredità storica del futurismo italiano.

A ciò va aggiunto che il modus operandi di Bolognini è straordinariamente prossimo anche all’Eventualismo, nel senso di strutturalità, minimalità, astinenza espressiva e, forse, d interattività ed eventualità – Lombardo 1980, elemento che fa di lui un concreto avanguardista. Comunque sia, la sua produzione, fortemente innovativa ma alttrettanto in linea con i movimenti storici quale Fluxus ed in sintonia con artisti elettronici di riferimento quali Paik, ebbe inizio alla fine degl’anni Ottanta con la costruzione dellle prime macchine programmate per produrre flussi di immagini casuali a ciclo infinito, le Imaging Machines e i Computer sigillati (realizzati rispettivamente dal 1988 e dal 1992).

Fattostà che, l’aspetto più affascinante di Maurizio Bolognini, come sottolinea il filosofo e critico d’arte Mario Costa e in linea con l’Eventualismo, è l’aver “messo al centro del proprio lavoro gli stessi dispositivi e la loro fisiologia, rinunciando a qualsiasi sovrastruttura simbolica”.

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L’artista considera centrale nella sua ricerca la “delega alla macchina” che se da una parte significa la rinuncia al controllo, dall’altra consiste nella possibilità di dilatare il proprio gesto all’infinito. La “sproporzione” che si determina tra l’artista e il suo lavoro – egli sottolinea – “diventa una nuova versione della sproporzione tra noi e la realtà, che per la prima volta possiamo contemplare, ridurre a esperimento e spettacolo”. Nel Bolognini, quindi, osserviamo la materializzazione di ciò che nel 1999 si definiva Alive Art Effect, come conditio sinequa non delle avanguardie artistiche e per cui “the artist, having designed and set in motion their generative principles would control over his/her own work”.

Lo stesso, difatti, definisce il suo lavoro con le macchine (ne ha realizzate centinaia) come “programmate per produrre flussi inesauribili di immagini casuali” e che “servono a generare delle infinità fuori controllo, a costruire universi d’informazione paralleli che spostano la ricerca dal livello dei significati a quello dei dispositivi e delle loro operazioni” e di cui egli si considera allo stesso tempo autore e spettatore. Bolognini, con le sue opere infinite, costituisce la riprova vivente dell’effettiva consistenza del paradigma teorico che, nel 2000 denominavamo come Alive Art, per cui “… while Benjamin, in his time, saw a loss of spatio-temporal unity in art (i.e.: pointing to the problem of the reproducibility of the work of art), electronics seems to undermine the very identity of the artist ” (Pagliarini, Locardi e Vucic).

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L’autore, quindi, si colloca nel panorama operazionale di coloro che, di recente, amo pensare come i “post-umani”, ovvero, quel nucleo di artisti/scienziati che affrontano in maniera diretta il problema dell’ibridazione, sia essa esecutiva cognitiva e intrisa nel rapporto uomo-macchina.

Forte di tal piedistallo teorico, l’artista ha materializzato: la serie IMs (produzione computerizzata d’immagini di dimensioni infinite), la serie dei Computer sigillati (macchine che producono un flusso d’immagini casuali), la serie Atlas 2 ( in cui utilizza programmi la cui realizzazione è stata delegata senza vincoli a programmatori di ogni parte del mondo), le applicazioni di intelligenza artificiale usate in AIMS ( Artificial Intelligence Mediated Sublime) e le applicazioni di intelligenza collettiva usate nelle CIMs ( Collective Intelligence Machines), installazioni interattive collegate alla rete telefonica cellulare di cui, in particolare, il Museo ha presentato un’installazione distribuita in due diverse postazioni – una nella proprie sale, l’altra in una via del centro di Genova – coordinate attraverso la rete telefonica e aperte all’intervento del pubblico che poteva interferire con il funzionamento altrimenti autosufficiente delle macchine.


www.bolognini.org

www.museovillacroce.it

www.sergiolombardo.it

www.artmedia.unisa.it/newt/index.htm

www.artificialia.com/AliveAr

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