Una delle nozioni che serpeggia costantemente nella descrizione del paesaggio urbano contemporaneo è la smaterializzazione. C’è una narrativa diffusa che allude ad una esperienza urbana apparentemente sempre più distante dal contatto fisico con la materialità ‘pesante’ del costruito, sempre di più costituita di scambi simbolici e di esperienze mediate da interfaccia digitali: una visione affascinante, indubbiamente fondata, ma che risulta anche fuorviante rispetto alla realtà fisica dei fenomeni in questione.

L’attenzione si concentra esclusivamente su alcuni aspetti emergenti, caratterizzati da stupefacente e fantasmatica produzione di immagini e da nuove modalità di interazione delocalizzate, sottovalutando i processi concreti correlati alle trasformazioni in corso e trascurando l’apparire di altre materialità. Innegabilmente le trasformazioni antropologiche che avvengono nei centri di potere e negli spazi di rappresentazione delle città contemporanee producono la mediazione di gran parte dei comportamenti umani attraverso dispositivi digitali. Flussi di informazioni e immagini che costituiscono la sostanza dominante dell’economia e dei processi produttivi contemporanei. Ma di fatto, questi flussi viaggiano su reti infrastrutturali fatte cavi e superconduttori, di chips, processori, antenne e terminali tutt’altro che immateriali. Vi pare immateriale un cavo di rame? E un chip di silicio?

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L’underworld sottocutaneo della città diffusa, costituito di cablature, di bunker zeppi di dispositivi di back-up, di centraline di scambio, di antenne e ripetitori, si cela, tende a svanire dalla percezione del cittadino che vive costantemente immerso nella sua bolla privata mobile. Una nuova figura di cittadino connettivo la abita, vivendo la sua esperienza urbana in simbiosi col telefono cellulare, immerso nel flusso di immagini digitali, intento a esplorare le rappresentazioni che chiamiamo geografie virtuali, e muovendosi in ambienti comunitari delocalizzati e selettivi. L’immaginario diventa la sostanza su cui si ricostruiscono nuove cittadinanze e nuove appartenenze; l’immaginazione come sostiene Appadurai – Modernità in polvere, si impone come capacità di riunire geografie distanti nella costruzione di identità delocalizzate.

Questo però non significa che la realtà materiale attraverso cui tale paesaggio sociale viene costruito non sia importante quanto e forse più di quanto non lo fossero i lastricati di pietra e sudore collettivo attraverso cui sono state costruite le agorà di ogni civilizzazione. Anzi, evidentemente l’assetto e gli equilibri della civiltà contemporanea sono estremamente più dipendenti dalla strutturazione materiale delle sue parti. La reale capacità di d’interazione, di costruzione sociale di processi discorsivi e di definizione di identità singolari è enormemente più dipendente dalle caratteristiche materiali delle tecnologie dell’informazione.

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Piuttosto, possiamo asserire che il passaggio paradigmatico verso la società dell’informazione abbia a che fare con lo sviluppo di densità differenti. Il modello territoriale globale emergente è descrivibile soprattutto attraverso le diverse densità in cui si organizzano gli elementi infrastrutturali. Un processo che può essere definito più correttamente come compressione spazio-temporale. Una biblioteca di centinaia di migliaia di volumi di carta non si smaterializza trasformandosi in una biblioteca digitale.

Si è trasformata in una nuova struttura altrettanto materiale, fatta di supporti ottici o magnetici, di cavi e di terminali fisici, che include tutti i possibili punti d’accesso da cui essa può essere consultata, ma caratterizzata da una densità profondamente diversa e da una stabilità altrettanto diversa…o più precisamente, da una instabilità assai più pronunciata. Quest’ultimo dato è forse quello più inquietante e trascurato nelle analisi dell’evoluzione in corso.

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Intere biblioteche di papiri, tavolette di creta e manoscritti su pergamena sono ancora accessibili e utilizzabili a distanza di migliaia di anni; ma cosa ne sarà della esplosione di artefatti digitali della cosiddetta società dell’informazione? Quale capacità di sopravvivenza avranno gli attuali supporti nei secoli a venire? L’era attuale non sarà piuttosto ricordata come l’era dell’informazione perduta?.

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