Il 20 maggio 2005 Lev Manovich, professore al Dipartimento di Arti Visive dell’Università della California, è stato protagonista della seconda lecture all’interno del progetto Meet the Media Guru, a cura di MGM Digital Communication e Tribe Interactive, presso la Mediateca di Santa Teresa a Milano.

Manovich invita a una riflessione sulle estetiche dopo l’introduzione dei nuovi media, sostenendo che la computerizzazione della cultura comporta una ridefinizione delle forme artistiche esistenti, oltre a farne emergere di nuove. L’accento, per il teorico russo-americano, è da porsi sulle informazioni e sulle relazioni dinamiche che possono essere stabilite tra esse; il mondo odierno gli appare infatti come una raccolta infinita e frammentaria di immagini, testi e altri dati; forma assimilabile a un database, il quale può quindi rappresentare un nuovo modo di strutturare la nostra stessa esperienza del mondo.

Manovich si interroga inoltre su come sia stata ridefinita la natura delle immagini, evidenziando come diversi campi della cultura contemporanea siano in relazione fra loro, e con il comune problema della riproduzione delle informazioni come forme. Manovich ha esposto quindi, per avvalere le proprie teorie, tre progetti, dove l’informazione assume forme diverse ma tendenti a fondare nuove esperienze estetiche tramite le nuove tecnologie.

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La prima installazione è Interactive Generative Stage and Dynamic Costumes for André Werner’s “Marlowe: The Jew of Malta”, di ESG(Extended Stage Group). È una performance basata sul movimento, e si svolge su un palco virtuale, ma con le convenzioni della tradizione dell’opera. Alcuni elementi nella scenografia sono reali, altri sono virtuali, e mutano tramite algoritmi in tempo reale. Machiavelli, personaggio centrale nell’opera, definisce man mano la scenografia che lo circonda e che muta a seconda dei suoi movimenti.

Durante la costruzione della pièce, i movimenti degli attori sono stati catturati con telecamere a infrarossi, stabilendo la loro posizione e i loro gesti, così da far corrispondere ai movimenti dei corpi, i movimenti della scena. Si ha quindi un utilizzo del mapping applicato ai corpi, poiché la scenografia è in relazione dinamica con essi.

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La seconda installazione è: Listening Post, di Mark Hansen e Ben Rubin; essa preleva frammenti di testo da migliaia di chat rooms e forum in Internet, in tempo reale. I testi selezionati, sono quindi letti da un sintetizzatore di voce, e simultaneamente sono mostrati da 231 piccoli schermi elettronici sospesi nel buio. Listening Post permette di visualizzare la comunicazione virtuale collettiva, il rumore di fondo della rete, che normalmente non ci è dato di esperire con i sensi, attraverso suoni ed elementi visivi. Il mapping ha qui un effetto e un’estetica totalmente diversi da prima. Il corpo umano non è più il centro, ma è l’informazione stessa a diventare il tema centrale. Non c’è una narrazione basata su una singola persona, ma su tante assieme.

Il terzo ed ultimo esempio portato da Manovich, riguarda un suo progetto in collaborazione con altri artisti, e definito dal teorico russo come un esperimento: Soft Cinema. Soft(ware) Cinema è un’installazione che permette, attraverso parametri definibili dall’utente, di scegliere elementi multimediali diversi da un database, e di combinarli fra loro. L’idea di fondo è di creare filmati senza una narrazione formulata precedentemente, semplicemente creando catene di associazioni, stabilite non solo a seconda del significato intrinseco di un’immagine, ma anche attraverso le sue proprietà percettive.

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Lo stesso Manovich ha raccolto in anni centinaia di video e li ha classificati(mappati) per vedere se potevano, attraverso un sistema di relazioni, creare un universo. L’installazione rappresenta l’esperienza soggettiva di una persona che vive nella società dell’informazione globale, dove lo stesso database può dare narrazioni diverse. Non si parte da una storia tentando di visualizzarla, bensì si parte da un archivio, per generare da esso una narrazione.

La parte più importante del progetto risiede nel software e nel database multimediale. Il software edita filmati in tempo reale scegliendo gli elementi dal database e usando parametri definibili dagli utenti. Soft Cinema è dunque una piattaforma basata su algoritmi, che usa cioè sistemi di regole gestiti dal software e in cui a ogni contributo mediale sono state assegnate parole chiave, che lo descrivono nel contenuto e nelle proprietà formali.

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In Soft Cinema la clip video è usata solo come uno dei possibili tipi di rappresentazione fra altri, quali: animazioni 2D, scene 3D, diagrammi, testi animati, immagini fisse, ecc. L’accento viene quindi posto su un utilizzo ibrido delle varie tecniche. Soft Cinema utilizza inoltre il medesimo algoritmo per generare il layout dello schermo, la grafica di volumi cartacei, e il layout 3D delle installazioni, dimostrando così di voler articolare l’intero progetto secondo un’idea di brandscaping, in cui immagini, disegno grafico, architettura e design sono guidati da un unico sistema estetico.


www.manovich.net/

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