ia_teresadefeo01
Li Chiameremo Robotscopi?

Arrivano. Robots capaci di sviluppare intelligenza di gruppo attraverso strategie collaborative, di evolvere mediante rinforzo di comportamenti adattivi, di simulare processi neurali e meccanismi di interazione con il mondo circostante. Il confine tra robotica, vita ed intelligenza artificiale sembra non avere più senso.

Si apre una nuova prospettiva: lo studio della vita e di processi biologici attraverso l’osservazione di creature ed entità artificiali. Un’inversione. Paradosso o meno ci aveva già pensato Christopher Langton e la strada indicata dai primi cibernetici e da coloro che per primi cominciarono a parlare di sistemi complessi e delle dinamiche vitali attraverso concetti quali adattività, auto organizzazione, interazione, comportamenti emergenti. Eh sì “la vita è un tipo di comportamento non un tipo di materia” e per capire chi siamo e come funzioniamo arrivano sistemi artificiali che permettono di evidenziare le mappe dei nostri processi, sia sul piano biologico che comportamentale.

Siamo lontani dai primi automi, dagli ingranaggi del grande orologio laplaciano perché ormai è certo che l’intero è di più della somma delle sue parti. Piccoli roditori, non come entità autonome, ma componenti interagenti di un’entità unica: un gruppo intelligente. Sono i Cyber roditori di Kenjii Doya, neurobiologo dell’Istituto di Scienza e Tecnologia do Okinawa, Giappone.

.

Le creature si dilettano in danze di corteggiamento, si accoppiano, interagiscono tra di loro, si adattano vicendevolmente. Agiscono in gruppo, ognuno di loro lotta per la sopravvivenza: accoppiamento e ricarica delle batterie, ognuna di queste due funzioni viene premiata con una ricompensa digitale, un breve codice software che rinforza quel comportamento in futuro. I più forti sopravvivono e tra loro possono sviluppare territori ed alleanze. Ognuno dei cyber roditori è lungo 22 cm , è dotato di un processore, una telecamera, sensori, ruote motorizzate e un sistema di comunicazione ad infrarossi che gli permette di scambiare dati, o “accoppiarsi” con altri.

Il progetto di Doya dimostra che la ricompensa per obiettivi raggiunti dai singoli indica comportamenti vantaggiosi all’intera comunità, accresce lo spirito cooperativo e l’intelligenza del gruppo. L’imminente futuro potrebbe essere popolato da sciami di robot in grado di cooperare, comunicare, imparare, in poche parole, evolvere attraverso la reciproca interazione.

.

Di grande interesse è ancora la strada indicata riguardo il futuro della robotica da Mitsuo Kawato, direttore dei Laboratori di Neuroscienze Computazionale di ATR a Kyoto. Lo scienziato indica l’importanza degli avanzamenti nella progettazione di automi come utili alla comprensione del cervello umano.

“Comprendere il cervello creando il cervello” è l’obiettivo della ricerca di Kawata. Riuscire a riprodurre nella macchina i processi attraverso cui i segnali elettrici passano tra i neuroni del cervello, anche per compiere semplici movimenti, attraverso schemi semplificati, ci aiuterebbe poi a comprendere livelli superiori di funzionamento, crescenti in complessità. In questa direzione anche la robotica potrebbe essere utile ad indicare terapie per disturbi o lesioni che coinvolgono il sistema nervoso, da ictus a malattie neurologiche fino addirittura a problemi cognitivi e comportamentali. Questa possibilità è sostenuta, secondo Kawata insieme al lo scienziato Gordon Cheng, dall’esistenza di “modelli interni”, che noi utilizzeremmo, atti a calcolare le relazioni fra segnali neurali e i movimenti del corpo conseguenti. Questo significa che i nostri neuroni sarebbero in grado di compiere calcoli estremamente complessi, contrariamente a quello che si credeva.

.

La ricerca muove quindi a simulare e ricostruire artificialmente questi modelli per arrivare a dotarne le macchine. La ricostruzione dell’attivazione dei segnali elettrici tra i neuroni viene effettuata, nel laboratorio di Kawata, attraverso esperimenti molto complessi utilizzando macchine che consentono la visualizzazione dell’attività cerebrale nel compimento di particolari attività motorie mediante risonanza magnetica.

L’attivazione di alcune aree del cervello, indicata da un aumento del flusso sanguigno in determinati gruppo di neuroni, viene poi “mappata” e restituita in immagine. Combinando le immagini ottenute con la risonanza magnetica, che offre una risoluzione spaziale di circa un millimetro, con tecniche di registrazione magnetica ed elettrica, che definiscono l’attività cerebrale in pochi millisecondi, il gruppo Kawata spera di comprendere più dettagliatamente cosa accade tra questi neuroni. Kawata lo chiama decodifica della mente, ossia leggere le intenzioni di una persona basandosi soltanto sulla struttura dei sistemi neurali. Certo il successo di questi studi potrebbero rappresentare una svolta per la comprensione di quel mistero che è ancora la nostra mente. Ed in più come afferma Cheng lavorare con i robot insegna come i pezzi si integrano bene per formare un sistema complesso. Oltre il cervello la sfida coinvolge la vita tutta. Audace.


www.irp.oist.jp/index.html

www.cns.atr.jp/~doya/

www.cns.atr.jp/

www.cns.atr.jp/~kawato/

Related Articles

Dallo stesso Autore