Si è aperta il 6 Maggio scorso alla Galleria B&D di Milano per terminare il 30 Giugno prossimo la personale della performer francese più estrema e rivoluzionaria dell’universo artistico contemporaneo: Orlan. L’evento è curato da Francesca Alfano Miglietti realizzando per l’occasione anche un libro-opera sull’evento.

Da sempre la Galleria B&D ha scelto di presentare gli artisti in un contesto che ne potenziasse non solo le opere, ma che attirasse l’attenzione sullo stesso concetto di arte e di artista nel contemporaneo. Artisti e opere che hanno scelto di parlare di magia, tecnologia, spettacolo, mutazioni e contaminazioni. L’esibizione milanese di Orlan incentrata sulla stessa presenza dell’artista e su un allestimento che si pone come luce, visione, apparizione, indica, ancora una volta, lo stile di una galleria che pensa ogni mostra come un avvenimento irripetibile.

Trasgressiva, anticipatrice e soprattutto coraggiosa la Madame dell’arte è stata sempre al centro di “scandali” pubblici e di accesi dibattiti culturali. La sua è sempre stata una strada trafficata di problemi (perse anche il posto di insegnante a causa di una sua performance) e di critiche da parte dei benpensanti borghesi. La sua arte è negazione del dolore come forma di redenzione, ricerca antropologica sul concetto di bellezza, elaborazione barocca dell’immagine, rifiuto di ogni canone classico e rinascimentale, attraversando quasi quattro decenni ha trasformato la sua “carne” in uno strumento di comunicazione in grado di ricreare un linguaggio.

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Orlan, nata il 30 Maggio a Saint-Etienne (Francia), ha sempre scelto come “materiale” per le sue performance il suo stesso corpo, se stessa e la sua identità di donna fin dal 1964 quando si fece trascinare per terra misurando spazi cittadini trasformandosi in una unità di misura umana. Il corpo come linguaggio porta Orlan ad attraversare la fenomenologia contemporanea della corporeità e, dunque, il riferimento a un certo teatro di strada degli anni sessanta (Living Theatre), fino alla realizzazione di una serie di opere di strada intitolata Mesurages, del 1970. Altri suoi lavori seguivano le tematiche d’assalto del periodo della rivolta sessuale, quando utilizza delle lenzuola del proprio corredo e oggetti sacri tradizionalmente usati in Francia durante le cerimonie nuziali. Il suo atteggiamento così schietto è frutto di una teatralità dell’eccesso, divisionismo comportamentale e pazzia estenuante.

Poi passa alla chirurgia estetica come metamorfosi in continua evoluzione e reincarnazione rivendicando la possibilità di “ricostruirsi” contro le imposizioni legali (uno dei problemi da affrontare è considerato da Orlan quello della propria identità giudiziaria e del cambiamento di registrazione all’anagrafe, che nel 1997 ha affrontato con la polizia danese) e per far riflettere sui cambiamenti che la tecnologia moderna ci può far assumere. Qui arriva McLuhan: “Nell’era elettronica noi tutti indossiamo la nostra umanità come una pelle”.

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Quindi mutazione è la parola d’ordine di Orlan, ridisegnandola attraverso il digitale. Durante le performance degli anni 80 e 90 i chirurghi vestono Paco Rabanne, Lan Vu, la sala operatoria diviene una sorta di teatro della crudeltà dove si assume una nuova identità e dove tutto il procedimento tecnico-chirurgico viene ripreso attraverso filmati video, fotografie, disegni che verranno mostrati nella seconda parte della performance. Si arriva già allora a un rapporto stretto e personalizzato con il fruitore come oggi ne conosciamo l’esplosione con l’interattivo e l’arte relazionale. Come evidenzia anche Luisa Valeriani in Dentro la trasfigurazione : “..l’esibizione del sangue, delle viscere, di flussi e secrezioni non mette tanto in causa l’artista, quanto lo spettatore. L’esperienza estrema che viene tecnologicamente teatralizzata è in realtà estrema solo per lo spettatore.”

In queste operazioni metamorfiche, trainate dalle pulsioni di Orlan, cambiare pelle, sfasare la carne, scuotere l’identità, avviene un incontro magico tra organico e inorganico. Tutte le operazioni-performance sono state studiate e costruite dall’artista intorno ad un testo psicoanalitico o letterario (Antonin Artaud, Michel Serres, Merleau-Ponty, Eugenie Lemoine Luccionie).

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Adesso a Milano assistiamo all’ultima evoluzione del suo percorso iniziata nel 1998 (in collaborazione con Pierre Zovilé) utilizzando la fotografia digitale ed il video partendo dalle trasformazioni del corpo, esplorando i canoni di bellezza di altre civiltà e di altre epoche.

Questa ricerca comincia con i popoli precolombiani spiegandoci chiaramente con queste parole dove il suo ultimo iter creativo affonda le radici: “avevano una concezione della bellezza molto diversa dalla nostra e che in un certo modo ci lascia perplessi in relazione a quelli che sono i nostri attuali criteri. Ad esempio lo strabismo era un importante criterio di bellezza e perciò ai neonati fin dalla nascita venivano applicate sugli occhi palle di terra o di cera per far sì che imparassero a storcere lo sguardo.” Per arrivare alla metamorfosi digitale: “Ho preso alcuni miei primi piani e usando photoshop vi ho sovrapposto maschere incaiche precolombiane e africane determinando una mutazione della mia immagine”.

Francesca Alfano Biglietti sceglie di presentare la grande artista francese in un modo assolutamente contiguo ai concetti teorici di Orlan. La trasformazione di sé stessa in opera d’arte dà vita, nell’esibizione milanese, ad un allestimento che sceglie il “miracolo dell’apparizione” . Di frequente, nel linguaggio comune, si fa uso del termine “miracolo” per descrivere un fatto indubbiamente eccezionale, e, sempre più spesso, quando si parla di miracoli, si fa riferimento ad eventi che non presentano necessariamente carattere religioso, ma semplicemente escono dall’ordinario al punto da essere notati e suscitare in molti meraviglia e stupore.

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Per miracolo (dal latino mirari, “guardare con stupore” ) si deve intendere qualche cosa che supera le potenzialità ordinarie dell’uomo violando le leggi di natura, e su questo concetto la mostra milanese di ORLAN sceglie un allestimento che restituisce le potenzialità teoriche e comportamentali dell’artista francese, incentrando tutta l’esibizione sulla stessa artista come opera d’arte. Trasforma se stessa in linguaggio, in una forza che modifica il suo corpo in un “working in progress” , in una forma di ricerca per una presenza mobile, performativa e imprevedibile e un corpo che diviene “dibattito pubblico” , come lei stessa afferma.

Dunque se Freud scriveva ” l’anatomia è il destino” , ora non è più così, l’anatomia è una scelta, una possibilità modificabile. Identità multiple che ci rimandano nel futuro, quello nel quale io posso scegliermi e modificarmi, posso “allungarmi” ed estendermi tecnologicamente e digitalmente mutando il mio aspetto esteriore. Personalizzazione ed evoluzione materiale-carnale in attesa di arrivare anche a quella mentale.


www.orlan.net/

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