La recente uscita del singolo Tanto (3) di Lorenzo “Jovanotti” Cherubini ha creato un mezzo sconquasso tra molti addetti alle programmazioni radiofoniche, a partire dai grandi network fino alle piccole radio locali. Il problema, se di problema si vuol parlare, sta obbiettivamente nell’arrangiamento elettronico a colpi acidi di 303 uniti a fragorose chitarre heavy.

Decisamente troppo “sperimentale” per il rassicurante panorama della musica italiana. Ma alla fine Jovanotti è pur sempre Jovanotti e quindi, una volta che Radio Deejay l’ha inserito nella programmazione e che “i Luzzato Fegiz” ne hanno parlato bene è stato dato il via libera alla programmazione, tanto che il singolo è attualmente uno dei più programmati. Cos’è successo? Il pubblico “Sanremese” è pronto ad inoltrarsi nel mondo dell’elettronica? Siamo davvero pronti ad una versione italiana degli Lcd Soundsystem dove pop, rock, elettronica e disco possono tranquillamente convivere? Esiste una luce dopo Music Farm? Probabilmente no, ma quest’episodio ci dà lo spunto per ricordare un periodo in cui la contaminazione elettronica nella musica italiana popolare non era ritenuta così strana. Non andremo a parlare di produzioni italiane di musica dance elettronica in lingua inglese, di cui siamo stati maestri con le fortunate stagioni dell’italo disco e della spaghetti house, ma di quella musica cantata in italiano per il mercato italiano, magari presentata a Sanremo o in qualche varietà del sabato sera o della domenica pomeriggio. Periodo che non poteva non iniziare che nei vituperati anni ’80. Un periodo in cui anche gli arrangiatori sanremesi osavano avventurarsi nell’uso e abuso di sequenze di drum machine e arpeggi di sintetizzatore. Andiamo quindi ad inoltrarci in una sorta di Area 51 della canzone italiana, là dove nessuno ha mai osato….

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I primi due nomi che saltano in mente a proposito di utilizzo di suoni elettronici nella canzone italiana sono Franco Battiato e Lucio Battisti. Il primo perché iniziò la sua ricerca elettronica già negli anni ’70 ispirandosi direttamente alle lezioni di Karlheinz Stockhausen e Brian Eno arrivando poi alle contaminazioni electro pop (La voce del padrone, ’81), il secondo perché a partire dai primi anni ’80 inizia ad incorporare sempre più massicciamente elementi di musica elettronica nei suoi album abbandonando il successo commerciale di massa a favore di suoni che arrivarono ad essere smaccatamente dance elettronici.

Battisti e Battiato sono però soltanto la punta di un iceberg di una schiera di musicisti e cantanti che in qualche momento della loro carriera sono inciampati nella musica elettronica: da Faust’ò con lo strumentale Out Now (’82) ai Matia Bazar di Berlino, Parigi, Londra (’81) e Tango (’83) che conteneva il vero e proprio manifesto Elettrochoc. Nello stesso periodo un cantautore come Alberto Camerini si trasforma in “menestrello elettronico” abbandonando i testi antagonisti che avevano contrassegnato la sua carriera anni’70. Album come Alberto Camerini ‘(’80), Rudy & Rita (’81) e Rockmantico (’83) sono ottimi esempi di elettronica pop applicata alla lingua italiana grazie anche alla produzione di Roberto Colombo, già tastierista della Premiata Forneria Marconi.

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Lo stesso Battiato, in veste di arrangiatore influenza due delle voci femminili più interessanti della musica italiana ovvero Alice e Giuni Russo. Entrambe dividono la loro carriera in bilico tra sperimentazione e canzone pop e i loro successi commerciali più grandi (arrangiati da Battiato) sono ottimi esempi di contaminazione tra tipica canzone italiana e ricercate elaborazioni elettroniche: Per Elisa (’81) e Un’estate al mare (’84). Altra voce femminile che alterna percorsi di ricerca a carriera pop é Nada che nell’85 realizza un album totalmente elettronico che oggi è materiale per collezionisti (Noi non cresceremo mai).

Sul fronte delle voci maschili, una rilettura personale delle influenze new wave e synth pop di primi anni ’80 è esplicitata da Renato Abbate, meglio noto come Garbo: i brani A Berlino Va Bene (’81) e Radio Clima (’84) fanno ancora scuola. Un produttore che in quel periodo che lascia un segno di classe nella produzione della musica pop italiana contaminata dall’elettronica è sicuramente Roberto Cacciapaglia che produce personaggi come Alice, Giuni Russo, Gianna Nannini e Ivan Cattaneo. Quest’ultimo in particolare nel corso di quattro album tra l’80 e l’84 (Urlo, 2060 Italian Graffiati, Ivan il Terribile, Bandiera Gialla) esplora diverse possibilità di applicazione della musica elettronica in ambito di canzone italiana, sia nella rielaborazione di successi degli anni ’60, sia nella creazione di brani pop d’avanguardia.

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E’ un periodo strano quello dei primi anni ’80 dove può capitare di sentire brani con arrangiamenti elettronici interessanti diventare trash in mano a cantanti femminili di poco conto come Flavia Fortunato (“CascoBlu”’83), Patrizia Pellegrino (“Mat-ta”), Dori Grezzi (“Margherita Non Lo Sa”, plagio di “Johnny & Mary” di Robert Palmer). In quel periodo l’arrangiamento elettronico è all’ordine del giorno, addirittura lo scialbo Eros Ramazzotti si affida ad un arrangiamento synth pop della bassline per “Terra Promessa” (’84), brano che lo renderà famoso.

Casi a parte sono personaggi come Raf (Self Control), Righeira (Vamos A La Playa), Spagna (Easy Lady) che fanno da vero e proprio spartiacque tra canzone italiana e italo disco. Da una parte le canzoni da Festivalbar e Sanremo di quegli anni e dall’altra gli alfieri della new wave italiana (Krisma, Gaznevada, Noia, ecc.). Ma qui ci inoltriamo in un altro territorio che andremo ad esplorare in uno dei prossimi numeri…nel frattempo buon approfondimento!

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