La “Fura”, come ormai viene chiamata familiarmente in Italia da chi segue le tendenze artistiche sperimentali digitali, è la Compagnia Performativa Catalana più innovativa e multimediale sulla scena contemporanea, affermatasi in campo internazionale come portatrice di ventate di novità, di originali trasgressioni poetiche, di nuovi adattamenti interattivi-ambientali e virtuali.

Chi ha seguito alcuni dei loro spettacoli non può dimenticarsi di certo il coinvolgimento fisico provato durante le loro performance multimediali, fatte di recitazione, danza, video, musica, scontri fisici e uno strano uso di macchine-mostri meccanico cibernetiche, percepite dal gruppo come “estensioni del corpo”: non a caso gli artisti della Fura si definiscono Cyberprimitives. La Fura, fondata tra l’altro dal multicreativo performer Antunez Roca autore di lavori sulla interazione fra reale-artificiale-interattivo come JoAn, L’uomo di carne, Epizoo e Afasia, ha collaborato con Einsturzende Neubauten e ha contatti con il Survival Research Laboratories di S. Francisco dove lavora con macchine che si scontrano tra di loro. Macchine che hanno una tale forza da rompere le catene con le quali sono legate e da essere realmente pericolose per il pubblico. Macchine legate all’azione corporea e plastica.

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Dunque macchine. E corpo, e primitivismo, e spettatore-protagonista. E ancora, tamburi, piume, segatura, carne di pollo, ruote di sette metri di diametro, ani divaricati. Erotismo e sadismo. Temi e oggetti che hanno una forza di coesione e di sconvolgimento empatico molto forte portando il fruitore in una condizione di primo piano. La loro sinmedialità ci porta ad un’esperienza percettiva che riesce ad unire tutti i nostri sensi, in contemporanea però anche all’atto fisico materialistico; un happening sinestetico che muta, o meglio che ci muta.

Nella loro “drammaturgia collettiva ipermediale” tutto ritorna. Fino alla prima metà del novecento per una creazione di evento teatrale multisensoriale. I Periaktoi dei Greci, gli intermezzi quattrocenteschi dei Brunelleschi, la scenotecnica barocca e le scene girevoli di fine ottocento, l’Arte Totale di Wagner e Appia, le provocazioni di Jarry, i dispositivi luminosi di Graig, il Teatro della Totalità dei Moholy-Nagy ed il meccanismo moderno fra il Sintetico e la Sorpresa dei Futuristi, le serate dadaiste e surrealiste, l’organica fusione tra ascolto e visione del compositore Skrjabin. Ancora. Gli attori biomeccanici di Mejerchol’d e le visioni filmiche di Piscator, lo spazio organico e dinamico concepito dal Bauhaus, il teatro soppresso di Artaud, gli oggetti (e suoni) in movimento negli happening di Oldenburg, Kaprow e Cage, il pubblico torturato e poi sorpreso nelle strade dal Living Theatre fino al Teatro Alchemico e Multivisionario di Svoboda.

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E va oltre. Passando per la seconda metà del novecento scoprendo il video come mezzo di potenziamento della scena; da Wilson ai Magazzini Criminali, da Lepage ai Future Phisical, dai Motus ai Coleurs Mecaniques fino ad arrivare ad oggi: Obermaier-Haring, Rebecca Murgi, Anna De Manincor, Stelarc, Dumb Type. Perfezionato. Tecnologizzato, digitalizzato e virtualizzato. Rimane il corpo, il nostro, messo in scena da artisti che lo vogliono teatralizzare.

Un omaggio per i primi venticinque anni di attività artistica non certo indifferente della compagnia verrà celebrata dalla Fondazione Municipale della Cultura di Valladolid in Spagna dal 15 aprile al 15 maggio, facendoci immergere senza fiato ancora una volta nei capolavori ormai storici, da Botiga a Manes, dalla Divina Commedia allo scioccante XXX, da Obs a Naumon. L’ultimo lavoro di recentissima produzione si chiama OBIT e volerà sino in Messico per restarci dal 4 al 22 di maggio, il tempo per essere presentato nelle varie cittadine fra le quali Guadalajara e Monterrey. “La morte è un mistero. Alcuni credono che sia la fine e si disperano. Altri pensano che sia l’inizio di qualcosa e vivono più tranquilli. Per Obit il mistero non è morire ma essere nati. Obit pretende di portare avanti il linguaggio futuro: far divenire gli spettatori i protagonisti dell’azione e dar loro la possibilità di vivere lo spettacolo. Obit non propone di guardare ma di partecipare. Obit è un’azione collettiva, una proposta più che uno spettacolo. Una proposta allo spettatore di aprirsi e sperimentare. Per Obit il pubblico deve essere disposto a provare il nostro cammino e lasciarsi andare. La cosa più grande che Obit propone è trasformare i 600 spettatori in attori, in persone che creano l’azione.”

Obit si articola chiaramente in due proposte, in due Joc, assolutamente contrapposte, tanto nelle forme quanto nello scopo. La prima maschile, limitata, animale. La seconda femminile, di fantasia, emotiva. Queste due proposte sono collegate da un labirinto, simbolo della ricerca e della confusione, ma anche simbolo della volontà di affrontare e superare le difficoltà. Obit è un susseguirsi di diverse azioni collettive; drammaticamente il cammino è diviso in tre tappe. La prima parte è un Joc per sudare. Obit vuole spezzare le barriere fisiche riuscendo a far emergere l’animale che ciascuno ha dentro e a evidenziare che siamo disposti a tutto per guadagnare, anche se non sappiamo che cosa. Poi viene il Labirinto che è la ricerca e la scoperta, un cammino tra l’amore e la morte, tra la confusione e la serenità. Il labirinto è la discesa agli inferi, morire per tornare a vivere. Infine abbiamo il Joc armonico in cui Obit propone di entrare in un luogo di armonia, pieno di energie e di liberarsi di tutto ciò che è superfluo, di tutto quello che avanza..

Lo spettatore è invitato a per-correre lo spazio, a liberarsi dalla sua posizione fissa e immobile, uno spazio estensibile e modellante, interfacciale, relazionabile non a priori ma in-diretta. Relazione totale fra fenomeno e osservatore. Una coagulazione possiamo dire interattiva fra “attore” e “spettatore” per interpretare finalmente il qui ed ora dell’azione. Non siamo passivi, ma ci immergiamo ed interagiamo, andando oltre: modifichiamo e decidiamo in un work in progress creativo. Possiamo allacciarci addirittura agli sviluppi narrativi interattivi e imprevedibili delle Storie Mandaliche di Giacomo Verde e Andrea Balzola, le quali “dipendono” e subiscono metamorfosi narrative per-mezzo del pubblico.

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Ecco “quelli” della Fura, definibili come artisti del coinvolgimento TechnePerformativo collettivo. Questo spettacolo tende ancora una volta dunque a reggersi su l’unica cosa che non è prevista o meglio prevedibile: lo spettatore. Chi sarà a “prenotarsi” per partecipare e non sapere chi e come? Chi proverà e come meglio svolgerà il compito di incamminarsi in un percorso e lasciarsi andare insieme ad altre centinaia di persone? Come andrà a finire? Chi si farà male? O del bene. Chi troverà e chi perderà un qualcosa o qualcuno? Mettiamo in scena chi non è stato mai in scena, mettiamo sotto i riflettori ed in mezzo alle macchine cibernetiche persone disposte a sudare, a scoprire ed infine a trovare armonia liberandosi dalle cose inutili.

Se si è ri-cominciato a farlo con l’interazione tecnologica si può benissimo farlo (o rifarlo) materialmente e fisicamente sempre “scortati” dall’onnipotente digitale. Attenti però a non esagerare con il lato opposto della rappresentazione, quella che per essere assolutamente avanti con i tempi e non perdersi nessun treno della “ricerca” per enfatizzare i Miti dei Pixel, delle Onde Acustiche Sonore, delle coordinate x/y nell’EyesWeb e dell’ intercreatività del nuovo millennio, rischia poi di rimanere troppo prevedibile, anche se nata per l’imprevedibilità. Quindi sì il “potere” al Pubblico, opere come evento in progress, realizzazioni collettive reali e virtuali, ma con etica e criticità nello stesso tempo.

 

OBIT
Attori: Patricia Martinez del Hoyo, Cristina Gamiz, Marion Levy, Ponzalo Carotta, Raùl Vargas, Ivan Altimira, Gatao.
Regia: Pera Tantino (La Fura dels Baus).
Aiuto regia: Carlota Gurt.
Musica: DJ Amsia, Aleix Tobias, Xevi Maso, Ramon Macia, Fanfare Ciocarlia. “Tiganeasca” composta da Adrian Sical.
Immagine video: Luis Cerbero, Victor Hernandez.
Collaborazione: Juan Navarro, Patxi Prado, Josep M.a Fericgla.
Produttore esecutivo: Victor Hernandez, Julia Soler.
Direttore tecnico: Xevi Maso.
Scenografia: Carmen Lopez Luna, Nico Nubiola, Pera Tantina, Jordi Albors, Masters, Helios D’Armengol, Israel Galien.
Tecnico video: David Ramos.
Tecnico illuminazione: Pau Fullana.
Design grafico: Albert Claret.
Direttori Artistici della Fura sono:
Miki Espuma, Pep Gatell, Jurgen Muller, Alex Ollè, Carlos Padrissa, Pera Tantina.

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