La software art ha ribadito più volte le solide liasons che intrattiene con la tradizione artistica del Novecento. “Considero l’istruzione di LaMonte Young ‘Traccia una linea retta e seguila’ un esempio di software art” ha dichiarato Florian Cramer. E proprio Cramer ne ha disegnato più volte la complessa genealogia, che comprende la poesia dadaista e l’arte processuale, le performance Fluxus e il lavoro di un minimalista-concettuale come Sol Le Witt.

Nel 1998 John F. Simon, Jr., autore di lavori capitali della software art come Every Icon, partecipa a una collettiva a tre dal titolo “Formulations”, curata da Timothy Druckrey presso la galleria Sandra Gering (New York): con lui, Hanne Darboven e Sol Le Witt. In questa occasione, Simon espone degli inchiostri su carta derivati da Combinations, un’applet java che costruisce matematicamente tutte le possibili combinazioni di quattro linee colorate all’interno di uno spazio bidimensionale. Accanto al minimalismo, un altro importante referente per Simon è l’astrazione, Klee in particolare, i cui Diari costituiscono lo sfondo su cui si collocano sia How much does color weigh?, sia Mobility Agents, il suo ultimo progetto, annunciato dal Whitney Museum per ottobre, che nasce dalla domanda: “I disegni di Klee, Kandinskij e Miro anticipano un medium dinamico come la computer graphic? … Dove conducono le loro teorie se attivate nel software?”

 

Qualora le affinità elettive potessero sembrarci ancora insufficienti, ecco accorrere in nostro soccorso Casey Reas, con un lavoro che per rigore metodologico e icasticità dei risultati non lascia adito a dubbi. Pubblicato nel giugno 2004 nella sezione “Artport” del sito del Whitney Museum, curata da Christiane Pau, [software] structures si configura come un esplicito omaggio al lavoro di Le Witt, e nasce da una domanda che è già di per se un programma: “La storia dell’arte concettuale è o no decisiva per l’idea del software come arte?” Inutile dire che la risposta di Reas riesce ad essere addirittura più interessante della domanda.


Il suo punto di partenza sono i
Wall Drawingsdi Sol Le Witt: poche righe di istruzioni progettuali per la realizzazione, appunto, di un disegno murale astratto, che Le Witt comincia a scrivere nel 1968. Prendiamo l’esempio usato da Reas, il Wall Drawing # 69. “Linee non lunghe, non rette, che non si tocchino, disegnate a caso usando quattro colori, distribuiti con uniformità e al massimo della densità, che coprono l’intera superficie del muro”. Ogni Wall Drawing è identificato da una numerazione progressiva, e viene realizzato da un esecutore che, all’interno delle direttive date, mantiene comunque un certo margine di libertà interpretativa. Questo, unito all’unicità del muro utilizzato e all’inevitabile imperfezione dell’esecuzione, rende ogni realizzazione di un determinato Wall Drawing qualcosa di diverso.

 

La sfida di Reas consiste nel tradurre un set di istruzioni scritto in linguaggio naturale per essere messo in atto da un esecutore umano nello spazio reale in un set di istruzioni in codice eseguibili dalla macchina su uno schermo. Tra l’istruzione e il programma, la transizione avviene attraverso quelle che Reas chiama “software structures”, istruzioni in linguaggio naturale ma già adattate alle esigenze di lettura di una macchina. In questa traduzione, evidentemente, qualcosa si perde e qualcosa si aggiunge. Vanno perse l’indeterminatezza delle istruzioni e il margine di interpretazione dell’esecutore o performer; mentre si aggiungono altre variabili, legate al linguaggio in cui viene tradotta la struttura (Flash, Processing, C++) e all’artista che mette in atto quest’ultima traduzione. Il risultato sono 26 software derivati da 3 strutture (a loro volta derivate da 3 Wall Drawings, l’#85, il #106 e il #358), tutte accessibili sul sito del Whitney. 


Vorremmo dire che gli output sono tutti di grande fascino: ma quello che deve interessarci è il processo, e in verità dobbiamo ammettere che in questo caso la riuscita della traduzione di opere progettate negli anni Settanta (gli anni, peraltro, di mostre dai titoli straordinari come Software e Information) in software informatici affascina più della magia delle animazioni prodotte.

 

Resta da verificare quanto questa operazione sia legittima, e conforme allo spirito dei lavori originari. Reas non ha dubbi: “Se si tratta di un lavoro di arte concettuale, l’idea sopravvive indipendentemente dal medium utilizzato.” Quanto a Le Witt, la risposta potrebbero darcela le sue cinque Splotches, sculture in vetroresina dipinta esposte fino al 21 maggio presso la galleria Minini di Brescia. Le istruzioni di LeWitt sono state eseguite, secondo un processo che ignoriamo (ma prometto che indagheremo!), da una macchina che ha dato forma alle sculture e ne ha decorato la superficie. Dobbiamo forse cominciare a chiederci che cosa l’arte minimal debba alla software art?.


John F. Simon – www.numeral.com

[Software Structures] – http://artport.whitney.org/commissions/softwarestructures/

Galleria Massimo Minini – http://www.galleriaminini.it/

Artport – http://artport.whitney.org/

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