Lo studio delle tecnologie della comunicazione, ma il discorso vale per le tecnologie in generale, nel corso del XIX e XX secolo si è parcellizzato in numerosi approcci disciplinari. Alcuni sentieri portano alla semiotica dei testi audiovisivi e digitali, altri alla ricezione antropologica, altri ancora allo studio delle tecnologie stesse. Sono divisioni a volte proficue perché comportano una pluralità di punti di vista e un dibattito critico mai sopito; tuttavia questa frammentarietà si rivela talvolta nociva, quando, ad esempio, il critico tende ad arroccarsi nella propria tradizione di studi, soffermandosi sul particolare perché ormai troppo lontano dal generale.

Un approccio che tenta di colmare questa aporia è quello della media ecology, formalizzato nel 1999 dall’associazione newyorchese Media Ecology Association. Nelle parole di Lance Strate, il presidente dell’associazione: “l’ecologia dei media è lo studio dell’ambiente dei media, l’idea che la tecnologia e le tecniche, i modi dell’informazione e i codici della comunicazione svolgono un ruolo fondamentale negli affari umani”. Il concetto di pensiero ecologico può essere chiarito con una citazione del filosofo francese Jacque Ellul (1912-1994), uno dei tanti pionieri di questa nuova visione, “la preoccupazione ecologica è un nuovo stato di coscienza, l’ultimo grado del sistema aperto della consapevolezza…solo il paradigma di un sistema aperto rappresenta l’individualità vivente, nel senso che vivere significa vivere in relazione con altri individui e l’ambiente”.

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Il pensiero ecologico è critico per eccellenza nei confronti di un ambiente che con l’avvento e l’utilizzo massificato delle tecnologie dell’informazione viene altamente artificializzato e che per questo motivo comporta delle enormi ricadute sui codici simbolici utilizzati dagli esseri viventi, sui contenuti trasmessi, quindi sui comportamenti, sulla società e sulla politica (la quale a sua volta si nutre di questi mutamenti).

Fin qui le novità sembrano poche, ma ciò che contraddistingue questa associazione, da considerarsi più un network di “media-ecologi” che una associazione con un organigramma strutturato, è l’elevato grado di integrazione tra scienze fisiche e scienze sociali. Infatti le teorie sugli effetti, le proposte didattiche, politiche e pedagogiche vengono continuamente integrate con studi di linguistica antropologica, di psicobiologia, di matematica chimica, insomma con una serie di studi che comprendono il parere di molte di quelle che si configurano come metadiscipline, perché la relazione uomo-tecnologia-ambiente è considerata come ambientale e non nei singoli aspetti: riguarda le modifiche della percezione degli individui non disgiunte dai mutamenti di valori, di pensiero, di comportamento, per comprendere infine, le chance di sopravvivenza o di distruzione che ogni “nuova tecnologia” introduce nel tessuto sociale. Una ricorrente sfida che si pongono i media ecologi è di dimostrare quindi empiricamente se una tecnologia ha apportato benefici sociali in base all’uso che ne facciamo.

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Per sintetizzare ulteriormente gli obiettivi di tale approccio potremmo affermare che le tecnologie smettono di essere “di comunicazione” per diventare applicazioni che mettono in relazione l’uomo con i propri simili e con il loro ambiente, concedendo quindi la possibilità di valutare cosa cambia nelle relazioni umane e, di conseguenza, cosa nelle possibilità di sopravvivenza nell’ambiente.

In realtà questo modo di concepire il rapporto uomo-tecnologia serpeggia lungo tutta la seconda metà del Novecento. Basta scorrere la lista dei titoli proposti dall’associazione per trovare i classici delle scienze della comunicazione: da Innis a McLuhan, da Postman (il primo a parlare di “ecologia dei media” in associazione alla definizione di “scuola come contropotere dei media”) a Ong, dal già citato Ellul ad Havelock. Il potenziale di questa associazione sta però nelle sue capacità di interconnessione tra le discipline (studi sull’oralità e sulla scrittura, semiotici e culturologici), tra le scuole (quella denominata con alcune riserve “di Toronto”, a cui fanno capo McLuhan e oggi De Kerckhove e quella di New York, iniziata da Neil Postman) tra le pratiche artistiche e le teorie e le opportunità professionali e di ricerca che offre a tutti i livelli dei curricula.

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Gli organi di informazione principali dell’associazione sono la newsletter In Media Res e la rivista quadrimestrale EME Explorations in Media Ecology, mentre ha una notevole importanza la conferenza annuale che quest’anno si terrà dal 25 al 26 giugno, presso la Fordham University nel Lincoln Center Campus a New York, con il titolo “The Biases of Media”.


http://www.media-ecology.org

http://www.media-ecology.org/mecology/readinglist.html

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