Arte generativa: pratica artistica finalizzata alla creazione di un processo, vincolato da regole tramite macchine e/o computer, distribuito nel tempo o nel movimento, che contribuisce a realizzare o realizza completamente il lavoro artistico.
Una definizione un po’ tecnica che in realtà esplica un bisogno da parte di alcuni artisti di poter creare senza poter controllare pienamente il risultato, lasciando al ‘caso’ una parte del lavoro. Questa pratica è presente in diversi ambiti della creazione (non solo digitale e non solo attuale); concentrandosi nel campo del visuale e più precisamente nell’arte visiva, assistiamo ad una crescente produzione di opere derivate dall’utilizzo di algoritmi procedurali. In questo scenario vari nomi concorrono all’affermazione di questa pratica, ma uno dei più consistenti e concreti è sicuramente quello di Jared Tarbell.

Creativo, programmatore, artista, corteggiato dalla comunità di riferimento e figura onnipresente ai più importanti festival di digital-creation, Tarbell vanta una produzione di qualità sterminata, se rapportata al periodo di esecuzione. Flash e Processing sono i suoi tools preferiti, ma questo è solo un dettaglio. I suoi lavori sembrano nascere da un ossessione quasi voyeuristica verso la natura e le leggi che la circondano. Paesaggi post e pre umani, microscopie di dettagli indefiniti, improbabili creature, ipotesi di una fisica alternativa, regole matematiche messe in crisi, sono tendenzialmente le considerazioni che nascono osservando i suoi lavori. Quindi non si tratta di mero tecnicismo computazionale, bensì di un espressione per mezzo di uno strumento (ciò che dovrebbe essere sempre richiesto agli artisti).

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Due cose colpiscono di questo artista: in primis i suoi lavori, come già detto, in termini di quantità, qualità e intuito. La seconda, la sua mentalità. Tutti i suoi lavori sono liberamente scaricabili, tutti i codici, nessuno escluso è scaricabile e utilizzabile, con in alcuni casi, note esplicative. Questo viene spiegato da lui stesso: un codice senza la possibilità di eseguirlo è una cosa morta; inoltre esorta chiunque ne abbia voglia di provare ad ottenere nuovi risultati partendo dai suoi sorgenti. L’unione di queste due considerazioni è una caratteristica piuttosto rara, quasi da illuminato o da inconsapevole, una caratteristica decisamente latente nel mondo dell’arte.

Uno dei lavori più interessanti di Jared Tarbell è Complexifications, la sua galleria dedicata ai lavori time-based, ovvero algoritmi, per la maggior parte eseguibili con processing (per chi non lo sapesse, oltre ad un ambiente di sviluppo, processing è anche il centro aggregatore della più vasta comunità di creativi nell’ambito del computing-art), finalizzati alla creazione di immagini statiche, meglio definiti come quadri. Escludiamo volontariamente gli esperimenti di tipo interattivo-generativo, quelli basati su oggetti, concentrandoci su quelli pixel-based.

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Substrate è senza dubbio il lavoro più completo, per complessità dei risultati ottenibili in rapporto alla semplicità dell’intuizione e allo stesso tempo per il livello figurativo e la dimensione umana che ci propone. Provate a visionare tutti gli esempi di “substrate” e solo successivamente ad eseguire il codice, se siamo in sintonia proverete anche voi una strana sensazione alla ‘uovo di colombo’…

Happy Place
è una metafora estetica dei rapporti sociali, stupisce per il livello materico, quasi impensabile per dei semplici pixel monoscopici.

Bit 10001, Sand Traveler e Cubic Attractor concludono la serie dei migliori esempi di tavole basate su ‘pixel strisciato’.

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