Jamie Lidell è artista anomalo nel panorama della musica elettronica internazionale. Sebbene il suo modo di fare musica non sia caratterizzato da quegli spunti di avanguardia che affascinano artisti e critici di tutto il mondo, Lidell ha saputo conquistare una stima incondizionata da parte di tutti coloro che si muovono, addetti ai lavori o “semplici appassionati”, nel sempre più fitto labirinto delle produzioni e degli artisti della musica per computer.

Forse più di molti artisti che fanno della ricerca sonora il loro leit motiv artistico, Jamie Lidell conquista per la sua immediatezza, per la sua ricerca continua sì, ma del sound perfetto più che del suono perfetto, per la commistione ardita che propone tra uomo e macchina, per il suo essere show man nonostante l’algidità degli strumenti utilizzati dal vivo, per il suo mettersi a disposizione della sua voce dolcemente soul. Questo e molto altro rappresenta Jamie Lidell nella musica elettronica di oggi. Una mosca bianca o, come mi dice nella chiacchierata fatta nel backstage della TDK Dance Marathon a Milano due settimane fa, una pecora nera. Lidell con il suo ultimo lavoro Multiply naturalmente per la Warp Records, ha voluto fissare, tramite l’eternità digitale di un cd, il suo modo di essere artista e musicista, dopo le passate esperienze quasi noise elettronico con Christian Vogel, come Supercollider e con gli amici Arto Linsday e Matthew Herbert all’interno della omonima Big Band, progetto dogmatico di rappresentazione e creazione musicale rigorosamente live e senza uso di suoni campionati.

Quando vidi dal vivo la Big Band al Sonar di due anni fa capii inequivocabilmente il motivo per cui Matthew Herbert volle fortemente Jamie Lidell tra le sue fila, e a ben vedere si capisce anche perché Herbert sia stato uno dei primi artefici e fautori della realizzazione di Multiply. Sin dalla title track, per passare infatti a capitoli come “A little bit more”, “What’s the use”, “Music will not last”, “Newme, “The city” e la stupenda “This time”, Lidell trasmette in 10 tracce organiche e compatte una incredibile sensazione di freschezza e classe cristallina, rarissima e quasi impossibile, stupefacente in alcuni tratti, per un’artista che ama esprimersi essenzialmente attraverso l’elettronica e che produce per un’etichetta di riferimento come la Warp.

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Multiply non fa sconti e non ammette pause, guida l’ascoltatore in un universo soul e funky di incredibile leggerezza e allegria, magico e suadente come il suo autore. Si sono sprecati i paragoni per Jamie Lidell con i grandi soul man del passato, ma è chiaro che con Multiply Lidell ha dimostrato di essere un fenomeno assolutamente unico e originale, con un disco che tra l’altro è stato volutamente prodotto con pochi e scarni arrangiamenti, senza trucchi e filtri, a testimoniare il talento compositivo e intepretativo del suo autore.

Incontrarlo e poterci parlare non ha fatto altro che confermare la sensazione di una persona estremamente sensibile alle spalle di un artista incredibile. Vederlo dal vivo, su un palco in un suo show, essere coinvolti dalla sua energia e della sua presenza scenica, dalla sua voce e dalle sue movenze, dalla sua capacità di campionare in loop la propria voce e i suoni da lui stesso prodotti, abbandonarsi al flusso emotivo prodotto da quest’uno e dalle sue poche macchine, senza nessuno sul palco ad aiutarlo e supportarlo musicalmente, può fare forse intuire la spontaneità, il coraggio e l’onesta di un musicista unico, l’unico a mio avviso capace di indicare la strada da seguire per una graduale “umanizzazione” della musica elettronica attuale.

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Mk: Ciao Jamie, quali sono a tuo avviso le principali differenze tra questo album e il precedente Muddlin Gear?

Jamie Lidell: Muddling Gear è un lavoro ormai di 4 anni fa e in questo periodo, per fortuna, tutto è cambiato e io stesso sono cambiato moltissimo. Muddling Gear rifletteva ciò che mi piaceva in quel momento, ciò che ero in quel periodo, un lavoro molto vario come stili e generi con un grande uso dell’elettronica e della tecnica del cut-up, quasi noise in certi passaggi. Ma questo l’ho già fatto, non mi interessava più rifarlo. Avevo voglia di focalizzarmi su qualcosa di completamente nuovo, con maggiore uso di armonia e una totale valorizzazione della mia voce. Come Supercollider non ho mai fatto un vero e proprio album incentrato sulle mie canzoni e sulla mia voce, era importante per me farlo in questo momento della mia carriera, seguendo anche i consigli di Matthew Herbert che da tempo mi spingeva a fare questo album. Mi sono divertito molto a farlo, era importante per me farlo per fissare e mantenere viva in eterno la mia musica e il mio messaggio.

Mk: Il titolo dell’album da idea di complessità, di varietà, di diversità. Quanto sono importanti nel tuo lavoro questi concetti, che sembrano banali ma poi in realtà non lo sono mai.

Jamie Lidell: Sono concetti assolutamente importanti, fondamentali quasi, ma non lo decido a mente fredda. Non mi siedo a tavolino e decido di essere diverso, la mia motivazione, ciò che mi spnge è di sentire un feeling, un mood e seguirlo. Fare un disco mi costa molte energie, per fare musica e liriche nel modo migliore intendo; è molto difficile anche nell’uso della voce, nel trovare un messaggio, un carattere all’intero lavoro nella sua complessità. E’ molto difficile da ottenere. L’angolo multiplo del disco e di tutto il mio essere artista è una sorta di equilibrio da raggiungere, ma è molto difficile per me essere pienamente soddisfatto. Prendi un emozione, seguila, tienila calda, lasciala crescere sotto diversi angoli e diverse prospettive. Questa è la strada ma è difficilissimo seguirla; in studio sei consapevole che stai registrando sulla pietra, per sempre, e quindi sei costretto a seguire una prospettiva ancora più complessa e delicata che dal vivo.

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Mk: Come hai scoperto la tua voce?

Jamie Lidell: Quando ero un ragazzo sono cresciuto con mia mamma che cantava moltissimo e ascoltava molta musica, classica e orchestrale; ero circondato dalla musica e per me tutto ciò è stato fondamentale. Cantare ed essere incoraggiato a cantare in chiesa è sto poi il passaggio fondamentale; mio nonno ero un Vicario della Chiesa e faceva sermoni e mi ha avvicinato al canto soprattutto di matrice soul. A un certo punto è stato chiaro per me che mi piaceva cantare canzoni e trasmettere le mie emozioni tramite le canzoni, la scoprta dell’elettronica h fatto il resto.

Mk: Per molte persone che non sono abituate ad ascoltare elettronica è difficile accettare la presenza di una persona che produce musica e suoni tramite un computer. Il tuo modo di usare l’elettronica da sempre tende a rompere questo schema, tende ad ammorbidire il rapporto tra uomo e macchina

Jamie Lidell: Sicuramente il mio approccio alla musica elettronica è piuttosto inusuale. Penso infatti che anche all’interno della musica creata con i computer sia importante comportarsi in modo performativo quanto più possibile. E’ sicuramente più eccitante vedere qualcuno suonare uno strumento, ma nello stesso tempo mi affascina l’idea di suonare “strumenti” elettronici, usare le loro potenzialità e mantenere forte il concetto di performance, soprattutto dal vivo.

Mk: Cosa è per te l’elettronica? Quante possibilità creative ti fornisce?

Jamie Lidell: Beh, sapendo usarla al meglio l’elettronica mi da tantissime possibilità, anche troppe se dovessi seguire la mia immaginazione. Mi piace l’idea di immediatezza e di liveness che posso raggiungere grazie all’utilizzo delle macchine, che mi consentirebbe di fare uno show ancora più folle di quello attuale, usando la voce in maniera ancora più varia e innovativa. Uso la tecnologie per esplorare i territori della polifonia, anche se mi manca drammaticamente il tempo per fare tutto. Devo andare spesso in tour, mi piace, mi diverto, ma vorrei avere più tempo per progettare un nuovo show; ci vorrebbero circa 6 mesi per sviluppare tutte le idee che ho in mente.

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Mk: Jamie tu produci e suoni la tua musica rigorosamente da solo. Hai mai pensato di collaborare con altri musicisti alla tua musica?

Jamie Lidell: Io vivo in una città come Berlino in cui le cose si muovono in maniera molto organica; ho una crew lì ma abbiamo bisogno di tempo per conoscerci, anche se effettivamente non mi piace lavorare contemporaneamente con troppe persone, troppo difficile trovare quella combinazione speciale necessaria per fare grandi cose. Mi piace però collaborare con persone e artisti che possano arricchire la mia musica, la ma melodia; io non ho una grande cultura e preparazione nella teoria musicale, quindi sono molto attratto dalle collaborazione con tutti quei musicisti che mi migliorano sotto questo punto di vista. Mi reputo molto fortunato a fare quello che faccio e ad avere la possibilità di arricchirmi continuamente.

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MkProgetti futuri?

Jamie Lidell: In questo momento mi piace molto il progetto della Warp insieme alla London Sinfonietta Orchestra, ma anche con Christian Vogel stiamo iniziando a lavorare a un nuovo album anche se il tempo a disposizione è molto poco. Con Matthew Herbert non c’è niente in programma a breve ma lavorerò presto con Arto Linsday in un progetto con altri musicisti brasiliani. Sarà difficile farsi accettare da questi grandi musicisti e non so se saranno felici di fare jam session con me, sai una cosa del tipo “ma chi è questo ragazzo bianco, da dove diavolo arriva”? Sarà un’esperienza folle, un free jazz ensamble di 15 elementi, sono un po’ nervoso ed eccitato all’idea. Non so cosa accadrà, ma sono elettrizzato all’idea.

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